Scuole: in arrivo il decreto per il fondo per l'efficienza energetica

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Giovedì, 5 Marzo 2015
Il ministro dell’Ambiente ha trasmesso per la firma agli altri ministeri coinvolti il testo della norma per la concessione dei prestiti a tasso agevolato, lo 0,25%, per lavori di efficientamento energetico nelle scuole. Previsto dallo Sblocca-Italia, il fondo avrà a disposizione 350 milioni di euro.

È in arrivo il decreto che consentirà di accedere al fondo Kyoto per finanziare l'ammodernamento energetico delle scuole. Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha infatti trasmesso per la firma ai ministri dell’Economia, dello Sviluppo Economico e dell’Istruzione il testo della norma per la concessione dei prestiti a tasso agevolato, lo 0,25%, per lavori di efficientamento energetico nelle scuole.

Per questo intervento, introdotto dall'articolo 9 del decreto n.91/2014, noto come Sblocca-Italia, sono stati previsti 350 milioni di euro “che fra poco saranno erogabili e contribuiranno a rendere più sicure e più efficienti gli edifici scolastici pubblici”, si legge in una nota del ministero.

"Tra 5 anni il kWh FV+storage in Italia costerà la metà di quello pagato in bolletta"

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Giovedì, 5 Marzo 2015
Redazione Qualenergia.it
In un nuovo report sul fotovoltaico Deutsche Bank prevede per l'Italia un mercato da 1 GW per il 2015 e da 1,2 GW per il 2016. Il costo del FV con batteria si dimezzerà nel giro di 5 anni e il kWh così prodotto costerà meno della metà di quello in bolletta. In due anni grid-parity in 80% dei mercati mondiali.
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In Italia il fotovoltaico è già in grid parity e la competitività del solare su tetto aumenterà ancora nei prossimi anni, garantendo un mercato più che dignitoso. Ma questa non è una novità. Fa più notizia invece un'altra stima: il costo del kWh da un impianto FV dotato di batteria nel nostro Paese si dimezzerà nel giro di 5 anni. Se è già ora teoricamente competitivo con l'elettricità comprata dalla rete, entro un quinquennio un kWh ottenuto da un impianto FV con storage costerà meno della metà del kWh pagato in bolletta.

La previsione è contenuta nel nuovo report di Deutsche Bank sul fotovoltaico (allegato in basso), un lavoro che, come spesso accade ultimamente per le analisi della banca tedesca, è particolarmente ottimista sul futuro del fotovoltaico.

Nei prossimi 20 anni, si legge ad esempio, il mercato mondiale del FV si moltiplicherà per 10 e il settore genererà cumulativamente in quel periodo entrate per 5mila miliardi di dollari.

Ma a noi interessa di più quel che, secondo la banca, accadrà nel breve termine: l'evoluzione dei costi farà sì che nel giro di tre anni in quasi tutti i mercati lo sviluppo del FV possa procedere svincolato dagli incentivi. Come già in un report a gennaio, DB stima che la grid parity – cioè la convenienza del kWh da FV rispetto al kWh in bolletta - sarà raggiunta nell'80% dei mercati potenziali entro il 2017.

In alcuni Paesi poi si sta avvicinando anche la market parity, cioè il momento in cui i parchi fotovoltaici non incentivati batteranno le centrali convenzionali nella vendita all'ingrosso, cosa che in questo momento storico avviene solo dove ci sono tanto sole e prezzi particolarmente alti, come il Cile. Il gap dei costi sulla generazione utility-scale si sta infatti rapidamente chiudendo: se 4 anni fa il carbone batteva il FV in quanto a convenienza economica 7 a 1, il rapporto ora è sceso a 2:1 (si veda grafico sotto) e potrebbe arrivare a 1:1 già nei prossimi 12-18 mesi in mercati importanti come l'India (che peraltro punta ad avere 100 GW di FV entro 7 anni).

Negli ultimi 8 anni il costo complessivo degli impianti fotovoltaici è sceso in media di circa il 15% l'anno: entro i prossimi 4-5 anni DB si aspetta che cali complessivamente di un altro 40% (dunque 8-10% l'anno).

Non solo continuerà il calo del prezzo dei moduli, delle altre componenti e la crescita dell'efficienza, ma una parte rilevante della diminuzione verrà dai costi soft, come quelli di acquisizione del cliente e di finanziamento,  grazie a nuovi modelli di business e ad una sempre maggiore popolarità e convenienza di questa tecnologia.

Su queste basi, associate a condizioni particolari come il costo relativamente alto dell'elettricità e il contesto normativo, per l'Italia il report prevede un mercato da 1GW per il 2015 e da 1,2 GW per il 2016 e si aspetta che “il mercato del solare non incentivato veda una crescita significativa nei prossimi 3-5 anni.”

Come anticipavamo, c'è poi il capitolo accumuli. Qui DB si aspetta una forte riduzione dei costi: per le batterie al litio, ad esempio, prevede una calo del 20-30% l'anno. Questo permetterà alle batterie di “fungere da catalizzatore per il mercato del solare”, specie dove i prezzi del kWh retail sono relativamente alti, come in Europa e in Italia.

Come si vede dal grafico sotto, in Italia il fotovoltaico “semplice” è già abbondantemente più economico rispetto all'elettricità acquistata dalla rete (vedi grafico sotto): con un LCOE di 14 centesimi di $/kWh contro 31 cent$ del kWh in bolletta (cioè circa 28 centesimi di euro: tuttavia qui va notato che DB usa un valore nettamente superiore a quanto paga il cliente domestico tipo - 3 kW di potenza e consumo di 2700 kWh/anno - che è pari poco meno di 19 eurocent/kWh, e più vicino a quanto paga un cliente non residente e con maggiore potenza impegnata. Gli analisti, si legge, nelle note hanno fatto “una media dei prezzi retail che in alcuni casi potrebbe essere nella parte alta del range”).

Se la previsione del report sui costi di storage e FV si verificasse,  il costo del kWh da fotovoltaico con accumulo si dimezzerebbe nel giro di 5 anni e avremmo lo scenario anticipato nell'attacco di questo articolo e riassunto dalla tabella qui sotto (clicca per ingrandire):

Vorrebbe dire che in Italia entro il 2020 prodursi da soli l'elettricità e immagazzinarla in batterie costerebbe da meno della metà a un terzo rispetto ad acquistarla dalla rete: solo 13 cent$/kWh contro i 36-43 cent$ del kWh in bolletta (a seconda che si assuma un aumento annuo del 3 o del 7%, vedi grafico sopra).

Il report "Crossing the Chasm" (pdf)

L’energia senza frontiere ai nastri di partenza

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Giovedì, 5 Marzo 2015
Luca Re
Gli ultimi sviluppi per il mercato unico dell’elettricità in Europa: tra i primi obiettivi capacità di trasporto e market coupling. Il piano della Commissione Juncker, il collegamento potenziato tra Francia e Spagna, la partenza anche in Italia degli scambi transfrontalieri regolati dall’accoppiamento dei prezzi. Ecco come il nostro Paese potrà avvantaggiarsi.
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L’energia senza frontiere sta iniziando a prendere forma. Alcune barriere sono già cadute, altre presumibilmente cadranno nei prossimi mesi e anni. La Commissione Ue, infatti, ha appena varato il suo piano per l’Unione europea dell’energia. L’obiettivo principale? Creare un mercato unico, allargando le maglie delle connessioni (che significa essenzialmente costruire elettrodotti e gasdotti).

Bruxelles punta così a ridurre l’importazione di combustibili, tagliare le bollette per cittadini e imprese, aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti. In campo elettrico, due fattori potranno determinare il successo o il fallimento di una simile impresa: la capacità di trasporto delle reti transfrontaliere e l’estensione del market coupling, l’accoppiamento dei singoli mercati dei 28 Stati membri in una sola piattaforma di scambio.

Dalle isole virtuali al mercato unico

Entro il 2020, ha ripetuto l’esecutivo guidato da Jean-Claude Juncker, ogni Paese dovrà possedere linee abbastanza capienti da poter esportare almeno il 10% dell’elettricità prodotta dalle sue centrali. Questo è il presupposto per integrare mercati diversi, che in precedenza potevano contare solo o quasi sulle loro forze, con molteplici rischi o inconvenienti, dai black-out al rincaro dell’energia, passando per l’incapacità di assorbire appieno la potenza delle rinnovabili. Tipico il caso tra il confine spagnolo e francese: sui cavi esistenti poteva transitare pochissima elettricità. La situazione è cambiata nei giorni scorsi, grazie all’inaugurazione della linea interrata da Santa Llogaia in Spagna a Baixàs in Francia (64 km totali), progetto d’interesse comune che ha ricevuto finanziamenti Ue per 255 milioni di euro. La capacità d’interconnessione è quindi raddoppiata da 1.400 a 2.800 MW.

La penisola iberica sta così cercando di agganciarsi alla piazza elettrica continentale, trasformandosi da “isola virtuale” a tessera operativa nel puzzle energetico Ue. Ci sta provando anche l’Italia, grazie alla partenza a fine febbraio del market coupling sulle frontiere con Francia, Austria e Slovenia. Facciamo però un passo indietro: come funziona il mercato tradizionale? Ci sono due commerci separati, uno per la capacità di trasporto e uno per l’energia nelle varie Borse elettriche. I venditori, ogni giorno, devono prevedere la domanda elettrica in ciascun Paese per il giorno successivo e l’ammontare della produzione energetica. Basandosi su queste informazioni, gli stessi venditori devono stimare i prezzi del singolo MWh sui diversi mercati nazionali, per poi partecipare alle aste (governate dagli operatori di rete) che assegnano i “corridoi” di trasporto.

Come funziona il price coupling

Facile intuire che tale meccanismo presta il fianco a numerose inefficienze. Per esempio capacità invenduta o utilizzata male, facendo transitare dell’energia troppo cara rispetto a quella che si sarebbe potuta acquistare in altre aree geografiche. Con il market coupling tutto questo viene meno: esiste un solo mercato per attribuire contemporaneamente sia l’elettricità sia la corrispettiva capacità di trasmissione. La soluzione utilizzata per gli scambi transfrontalieri italiani è il Price coupling of regions (Pcr), l’iniziativa lanciata da sette Borse elettriche europee, tra cui il Gestore dei mercati energetici (GME). Il cuore del sistema è un algoritmo, Euphemia, in grado di calcolare simultaneamente i prezzi sui mercati del giorno prima in tutti i Paesi coinvolti, che finora sono venti, riuniti nell’area del Multi-regional coupling (Mrc).

Per dare un’idea della posta in gioco, gli Stati che aderiscono al progetto Mrc consumano annualmente circa 2.800 TWh in totale; si stimano scambi medi giornalieri di 4 TWh, per un controvalore di oltre 150 milioni di euro. Euphemia gestirà le contrattazioni, equilibrerà domanda e offerta, indirizzando i flussi energetici nel modo più conveniente possibile. Uno dei principali vantaggi di questo 'Grande Fratello' elettrico, è proprio la possibilità di scegliere il megawattora a minor costo, nell’ambito di una vasta zona geografica. Maggiore efficienza, quotazioni più chiare, minori effetti collaterali (come elettrodotti saturi di energia più costosa della media).

Sfide e opportunità per l’Italia

L’Italia potrà sfruttare in vari modi questo nuovo sistema, quando funzionerà a pieno ritmo. Pensiamo per esempio alla sovraccapacità produttiva, problema che ormai cronicamente affligge le centrali termoelettriche, schiacciate dalla concorrenza delle fonti rinnovabili e della domanda in calo, quindi costrette a rimanere in stand-by, pronte a scattare solo in caso di emergenze o picchi non coperti da eolico e solare. Ebbene, questi impianti, in gran parte cicli combinati a gas, potrebbero ricominciare a produrre elettricità destinata all’esportazione, cercando di fare concorrenza all’energia generata da altri Paesi europei con altre tecnologie, o anche con centrali a gas, ma meno performanti di quelle italiane (Il termoelettrico italiano si può salvare con l'export?, Qualenergia.it).

C’è poi il capitolo delle rinnovabili. Il market coupling potrà aiutare lo sviluppo delle fonti verdi, stimolandole a produrre al massimo delle loro possibilità. Spesso succede che l’output di pannelli solari e pale eoliche è superiore alla richiesta effettiva di energia elettrica in un determinato mercato. In questi casi, la generazione delle rinnovabili è sprecata. Con un algoritmo unico e un mercato armonizzato, invece, sarà più facile convogliare l’elettricità immediatamente disponibile nelle regioni dove la domanda è maggiore, riducendo ulteriormente perdite e inefficienze, anche senza utilizzare tecnologie di accumulo elettrico.

Case in legno, ottime anche per l'isolamento acustico

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Mercoledì, 4 Marzo 2015
Le case plurifamiliari e gli hotel costruiti in legno, oltre che nelle prestazioni energetiche, hanno un punto di forza anche nell'isolamento acustico. Lo mostra una ricerca condotta dal Cluster Legno & Tecnica del TIS Innovation Park di Bolzano con misurazioni fonometriche sugli edifici.

Gli edifici in legno, oltre che nelle prestazioni energetiche, hanno un punto di forza anche nell'isolamento acustico. Questo la conclusione cui è giunta una ricerca del Cluster Legno & Tecnica del TIS innovation park di Bolzano condotta effettuando oltre 70 misurazioni dell'intensità sonora (fonometrie) in costruzioni in legno in Alto Adige.

Sono state effettuate numerose misurazioni dei rumori da calpestio, dei rumori trasmessi per via aerea e dall’esterno in sette progetti edili. Conclusione: le costruzioni in legno altoatesine analizzate hanno tutte raggiunto risultati eccezionali di isolamento acustico. Rispetto agli standard di legge, gli edifici dell'indagine soddisfano non solo le prescrizioni attualmente in vigore in Italia, bensì anche quelle austriache, tedesche o svizzere.

Già nella fase di progettazione delle costruzioni in legno - spiega una nota Tis - le aziende hanno beneficiato delle consulenze dei collaboratori del Cluster Legno & Tecnica e di esperti di isolamento acustico: così si sono potuti individuare i punti deboli già in anticipo e si sono potuti prendere gli opportuni provvedimenti.

«Ciò significa due cose - spiega Christoph Mühlberg, che accompagna il progetto sull’isolamento acustico nel Cluster Legno & Tecnica del TIS - da un lato che le costruzioni in legno hanno tutte le caratteristiche tecniche per isolare bene dal punto di vista acustico. Ma significa anche che, grazie a queste sue qualità, è consigliabile usare il legno come materiale da costruzione in particolare per condomini e hotel; inoltre le aziende non devono aver paura della concorrenza di altri materiali per quanto riguarda l’isolamento acustico», continua Mühlberg.

Detto in altre parole: le aziende del settore costruzioni in legno possono rafforzare il valore dei propri prodotti in legno grazie al loro know-how dell'isolamento acustico.

Declino fossili e grandi impianti: da generazione distribuita oltre metà della domanda di picco

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Mercoledì, 4 Marzo 2015
Redazione Qualenergia.it
In Italia 31 GW di potenza elettrica sono allacciati alle reti di distribuzione e oltre il 10% dell’elettricità consumata è autoprodotta in loco. Le compagnie elettriche devono fare i conti con una domanda che si prevede continuerà a calare fino al 2035 e anche con la crescita dell'autoproduzione. Devono adattarsi, avverte l'Osservatorio AGICI-Accenture.
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In Italia ben 31 GW, cioè oltre il 50% della domanda di picco, sono allacciati alle reti locali; in Germania questo valore sale a 71 GW, l'85% del picco. Nel 2014 in Europa quasi l'80% della nuova potenza elettrica è arrivato dalle rinnovabili. Fossili e grandi impianti sono sempre più marginali nel sistema energetico italiano e in quello europeo.

A dirlo sono gli analisti dell'osservatorio Osservatorio AGICI-Accenture sulle Alleanze e le Strategie nel Mercato Pan-Europeo delle Utility, nell'ambito del workshop tenutosi oggi a Palazzo Clerici a Milano, "L’utility del futuro strategie per far fronte ai nuovi bisogni dei territori e battere la crisi". Dall'incontro emerge una realtà in cui il modello di produzione centralizzato è in declino: secondo le ricerche dell’Osservatorio, nel 2020 oltre il 40% della capacità addizionale nel mondo sarà coperta da impianti di generazione distribuita.

Per quanto riguarda i consumi, la ripresa può considerarsi esclusa: in Europa è previsto un progressivo calo fino al 2035, dovuto anche alla diffusione dell’efficienza energetica e di stili di consumo responsabili, così come alla diffusione dei prosumer, utenti che sono anche produttori, come chi ha l'impianto fotovoltaico sul tetto: in Italia - si fa notare - oltre il 10% dell’elettricità consumata è autoprodotta in loco.

Per le multiutility italiane i rapporti evidenziano una situazione di stagnazione per ricavi e gli utili, che rimangono immutati nel 2014 rispetto all’anno precedente (va invece bene il settore idrico).

Il 2014, spiegano da AGICI, ha visto grandi cambiamenti nel mondo delle utility, alcuni dei quali epocali. Significativo quanto fatto da E.ON: “Scindendo il gruppo – si osserva - ha formalmente sancito il consolidarsi di due 'mondi' diversi: accanto a quello tradizionale, emerge un 'nuovo mondo' ove i pilastri sono l’efficienza energetica, le rinnovabili e i servizi ai clienti. Altri importanti operatori stanno seguendo questa strada”.

Di questi temi QualEnergia.it aveva parlato nei giorni scorsi con l'analista e membro dell'Osservatorio Marco Carta. “Nel mercato elettrico italiano, ma anche in quello globale, negli ultimi anni è cambiato tutto. È cambiato il modo di produrre energia. È cambiato il modo di trasportarla, con il ruolo sempre più importante delle reti di distribuzione. Ed è cambiato anche il modo di consumarla, grazie all'efficienza energetica e alla generazione distribuita. In tutto ciò i soggetti che non hanno cavalcato questi cambiamenti si sono trovati in forte difficoltà; questo vale soprattutto per i player più impegnati sulla generazione da fossili, soprattutto gas, e meno attrezzati per la vendita”, ci aveva spiegato.

In questa situazione, riporta Carta, le utility sono combattute tra un atteggiamento di resistenza e tutela dei vecchi business model e l'esigenza di adattarsi ad un mondo dell'energia in cui è sempre più protagonista la generazione distribuita: “se l'atteggiamento dell'utility è passivo, la generazione distribuita è effettivamente una minaccia, perché toglie quote di mercato. Se invece c'è un management capace, che sceglie di cavalcare la tendenza, allora la generazione distribuita può diventare un'opportunità. Ad esempio, può costituire una parte importante dell'offerta dell'azienda, che non si limiterà a vendere elettricità o gas, ma anche pannelli fotovoltaici, impianti di cogenerazione e quant'altro, magari facendoli pagare a rate, in modo da mantenere legato il cliente, mentre nel contempo lo si fa risparmiare. Altra possibilità di business è quella della virtual power plant, nella quale i piccoli impianti sul territorio possono giocare un ruolo importante se aggregati e gestiti in maniera intelligente”.

Un video in cui gli analisti spiegano le principali tendenze rilevate dall'Osservatorio:

TTIP, una lettera piena di preoccupazione al Parlamento europeo

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Mercoledì, 4 Marzo 2015
Redazione Qualenergia.it
Sono 375 le organizzazioni europee della società civile che hanno lanciato un appello al Parlamento europeo affinché si blocchino i negoziati sul TTIP, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti fra Unione europea e Stati Uniti, che potrà comportare danni forse irreversibili alla democrazia, all'ambiente e ai diritti delle popolazioni coinvolte.

Sono 375 le organizzazioni europee della società civile che hanno lanciato un appello al Parlamento europeo (vedi sotto) affinché si blocchino i negoziati TTIP e TiSA e la non ratifica dell’accordo di libero scambio con il Canada, il CETA. La risoluzione sul Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti fra Unione europea e Stati Uniti (TTIP), i cui testi sono sostanzialmente segreti, verrà discussa il prossimo maggio. Il 18 aprile avrà luogo una grande mobilitazione europea con la quale i movimenti sociali chiederanno di bloccare i negoziati.

In particolare sulle questioni che possono avere impatti ambientali, le associazioni scrivono al Parlamento, al punto 5 della lettera:

No alla deregolamentazione di standard di salvaguardia e al servizio del pubblico interesse: gli standard Ue devono essere rispettati non “armonizzati” al ribasso al livello del minimo comun denominatore. Essi comprendono gli standard sociali e lavorativi, la tutela dei consumatori e della salute, la cura dell’ambiente inclusa la rigenerazione delle nostre risorse naturali, il benessere animale, gli standard di sicurezza alimentare e le pratiche agricole ambientalmente sostenibili, accesso all’informazione ed etichettatura, cultura e medicina, regolamentazione del mercato finanziario così come la protezione dei dati, la neutralità della rete e altri diritti digitali. Il mutuo riconoscimento non è accettabile quando compromette standard concordati democraticamente o forti salvaguardie. Il principio di precauzione va applicato estesamente.

Una battaglia che verrà combattuta anche a suon di tweet #TTIPtuesday: ogni martedì, nella “giornata di pressione via Twitter”, si chiederà al Parlamento europeo di tenere in seria considerazione le questioni sociali, ambientali ed economiche legati al TTIP e nella risoluzione attualmente allo studio.

Netto è il sostegno al trattato da parte del governo italiano. Renzi ha recentemente detto: “Sull’accordo Ttip c’è un appoggio totale e incondizionato da parte del governo italiano. Si tratta di una scelta strategica e non è solo un accordo di libero scambio come altri”.

Ecco il testo completo della lettera delle numeorse associazioni europee (pdf, con firmatari):

Per una risoluzione sul TTIP che anteponga le persone, l'ambiente e la democrazia al profitto a breve e agli sproporzionati diritti delle imprese

Egregi Membri del Parlamento Europeo,

A fronte del lavoro in corso del Parlamento Europeo su una risoluzione sul Transatlantic Trade and Investment Partnership TTIP (conosciuto anche come Transatlantic Free Trade Agreement o TAFTA), vi scriviamo quale coalizione europea di 375 organizzazioni della società civile che condividono una forte preoccupazione per le diverse minacce poste da tale accordo.

Rappresentiamo un vasto spettro di istanze di interesse pubblico quali la tutela dell'ambiente, la salute, i diritti civili, l’agricoltura, i diritti dei consumatori e la tutela degli standard alimentari e agricoli, il benessere animale, gli standard sociali e del lavoro, i diritti dei lavoratori, i diritti dei migranti, la lotta alla disoccupazione, le istanze dei giovani e delle donne, lo sviluppo, l’accesso pubblico all'informazione e i diritti digitali, i servizi pubblici di base inclusa l'istruzione, l’etica dei sistemi finanziari, e altri.

Accogliamo con favore il fatto che il Parlamento Europeo si stia formando una propria opinione sul TTIP ed il ruolo che il Parlamento ha già svolto nell'organizzare pubblici dibattiti democratici sul tema. Facciamo appello a tutti i Membri del Parlamento Europeo affinché concordino una forte risoluzione che affermi chiaramente che il Parlamento Europeo respingerà qualunque futuro accordo commerciale o sugli investimenti che non sia al servizio dell'interesse pubblico e che minacci importanti diritti conquistati in un lungo processo di lotta democratica in UE, USA e nel resto del mondo.

A tale scopo, vorremmo condividere con voi le nostre richieste chiave sui negoziati sul TTIP, che abbiamo sviluppato assieme ai nostri alleati negli Stati Uniti e che abbiamo comunicato inizialmente nel maggio 2014 in un documento congiunto della società civile:

1. Trasparenza subito: tutti i documenti relativi ai negoziati TTIP, incluse le bozze dei testi consolidati, devono essere resi pubblici per permettere un dibattito pubblico aperto e un esame critico sul TTIP.

2. Un processo democratico che permetta un'analisi puntuale ed una valutazione dei testi negoziali e che assicuri che le politiche adottate siano nel pubblico interesse; che coinvolga il Parlamento Europeo e venga dibattuto nei parlamenti nazionali; e che includa le organizzazioni della società civile, i sindacati e i gruppi portatori dei diversi interessi (stakeholders).

3. No all'ISDS: qualunque disposizione che includa meccanismi di risoluzione di controversie investitore-stato (Investor State Dispute Settlement - ISDS) deve essere tenuta fuori per sempre dai negoziati né possono essere inclusi altri meccanismi (introdotti indirettamente attraverso accordi commerciali preesistenti o successivi) che garantiscano privilegi agli investitori esteri.

4. No ad un consiglio di cooperazione normativa (regulatory cooperation council): tutti i meccanismi di regolamentazione devono essere interamente nelle mani di organismi e processi controllati democraticamente.

5. No alla deregolamentazione di standard di salvaguardia e al servizio del pubblico interesse: gli standard UE devono essere rispettati non "armonizzati" al ribasso al livello del minimo comun denominatore. Essi comprendono gli standard sociali e lavorativi, la tutela dei consumatori e della salute, la cura dell'ambiente inclusa la rigenerazione delle nostre risorse naturali, il benessere animale, gli standard di sicurezza alimentare e le pratiche agricole ambientalmente sostenibili, accesso all'informazione ed etichettatura, cultura e medicina, regolamentazione del mercato finanziario così come la protezione dei dati, la neutralità della rete e altri diritti digitali. Il mutuo riconoscimento non è accettabile quando compromette standard concordati democraticamente o forti salvaguardie. Il principio di precauzione va applicato estesamente.

6. No a un’ulteriori deregolamentazione e privatizzazione dei servizi pubblici. Chiediamo un accesso garantito ad un'istruzione di qualità, assistenza sanitaria e altri servizi pubblici e il diritto a scegliere di promuovere appalti pubblici governativi per beni e servizi che sostengano il lavoro e l'economia locali, le risorse locali, l'imprenditorialità sociale, economie sostenibili, la considerazione per gli aspetti sociali e al servizio del pubblico interesse.

7. La promozione di pratiche agricole ambientalmente sostenibili e tutela dell'agricoltura locale a conduzione familiare.

8. Le autorità pubbliche devono mantenere il potere politico e le strutture necessarie per proteggere certi settori sensibili e salvaguardare standard importanti per la qualità della vita. Standard lavorativi ed ambientali concordati a livello internazionale devono essere rispettati e fatti applicare. Le continue violazioni degli standard del lavoro dovrebbero essere fronteggiati con l'imposizione di sanzioni pecuniarie.

9. No a restrizioni sugli standard internazionali ed Europei sui diritti umani.

Le poche informazioni comunicate - o fatte trapelare - sui negoziati TTIP fanno fortemente temere che le nostre richieste non si riflettano nell'approccio tenuto dall'UE. Ad esempio:

• I negoziati si svolgono a porte chiuse, senza una completa ed effettiva consultazione pubblica. La mancanza di trasparenza e di procedure democratiche rende impossibile per i cittadini e la società civile monitorare i negoziati al fine di assicurarsi che i pubblici interessi vengano tutelati. Ai gruppi lobbistici del modo degli affari è concesso un accesso privilegiato alle informazioni e l'opportunità di influenzare i negoziati.

• Il proposto capitolo sulla protezione degli investimenti, in particolare l'inclusione di una disposizione di risoluzione delle controversie investitore-stato (ISDS), concederebbe agli investitori il diritto esclusivo di citare in giudizio gli stati quando decisioni democratiche, prese dalle istituzioni pubbliche nell'interesse pubblico, venissero ritenute di impatto negativo sui profitti attesi. Questi meccanismi fanno affidamento su sentenze di tribunali che operano al di fuori dei sistemi giudiziari nazionali e minano così i nostri sistemi legali nazionali ed Europei e le nostre strutture democratiche nel formulare leggi e politiche nel pubblico interesse.

• La creazione di nuove strutture e procedure anti-democratiche di governance, quali il proposto regulatory cooperation council, aventi per scopo di "armonizzare le normative", renderebbero il TTIP e altri accordi un obiettivo in movimento, "accordi viventi", costantemente sviluppati in segreto da burocrati non eletti e grossi affaristi. Queste strutture non-democratiche minacciano di abbassare importanti standard e norme concepiti per la tutela del pubblico interesse, o di proibire futuri miglioramenti, senza alcun riguardo per la loro necessità e il loro mandato pubblico.

• L'evidenza di documenti di pressione lobbistica da parte dell'industria e del mondo degli affari rivela che la focalizzazione sulle barriere non-tariffarie e sulla convergenza normativa è usata per spingere verso la deregolamentazione, accresciute garanzie sugli investimenti, rafforzato monopolio sui diritti di proprietà intellettuale e, in definitiva una corsa verso il fondo.

Ci appelliamo a voi perché mandiate ai negoziatori un chiaro e forte segnale che il Parlamento Europeo respingerà il TTIP e qualunque altro accordo commerciale o sugli investimenti che vada in questa direzione, in quanto non sono al servizio del pubblico interesse e in quanto minacciano i diritti e le libertà fondamentali conquistati in lungo processo di lotte democratiche.

A Solarexpo le sinergie tra efficienza e rinnovabili per ridurre la bolletta di PMI e famiglie

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Mercoledì, 4 Marzo 2015
Solarexpo-The Innovation Cloud 2015 (8-10 Aprile al MiCo-Fiera Milano Congressi) punta a far incontrare le competenze sull'efficienza energetica e quelle sulle rinnovabili, per offrire nuove soluzioni per tagliare la bolletta energetica di famiglie e imprese. I convegni, le ESCo espositrici e le associazioni FIRE, AssoEGE e ASSOESCo.

Le PMI italiane sono tra le più svantaggiate rispetto alle concorrenti del resto d'Europa riguardo al costo della bolletta energetica. Per alcune industrie rappresenta anche più del 15% del fatturato. Ridurre i consumi diventa essenziale. Un obiettivo, questo, sempre più sentito anche dalle famiglie.

Le tecnologie ci sono, ma vanno impiegate con nuovi strumenti e nuove competenze, soprattutto per sfruttare al meglio i comparti del solare, delle rinnovabili e dell’efficienza energetica.

Se ne parlerà dall'8 al 10 aprile, nella nuova location del MiCo-Fiera Milano Congressi, durante l’edizione 2015 di Solarexpo-The Innovation Cloud, che si caratterizza come luogo di incontro e di match-making B2B fra aziende e professionisti specializzati nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica, ma quest’anno è anche l’occasione per offrire alle piccole e medie imprese, così come alle famiglie, un ampio ventaglio di soluzioni tecnologiche per ridurre la loro bolletta energetica.

Mai come in questa fase del mercato dell’energia è importante creare un terreno comune fra due mondi dell’energia che fino a poco tempo fa si guardavano da lontano e agivano in modo disgiunto. Ora serve una visione complessiva per puntare all’obiettivo dell’indipendenza energetica o, comunque, alla riduzione della bolletta energetica, piuttosto che richiedere una sola soluzione tecnologica.

Per gli EPC e i System Integrator, per le ESCo, come per i professionisti è necessario offrire più soluzioni alle richieste dei clienti finali, sapendo manovrare un vero e proprio “paniere” di tecnologie, e possedere le conoscenze trasversali necessarie.

Il connubio «rinnovabili-efficienza» ha in sé una grande potenzialità di “osmosi” fra i diversi portafogli clienti e consente all’interno della stessa azienda di integrare diversi know-how. Si pensi ad esempio alle migliaia di aziende che, grazie ai conti energia, hanno installato impianti fotovoltaici sul proprio tetto e dalle quali ora si può tornare offrendo interventi come il revamping o motori ad alta efficienza e inverter. Oppure a quelle imprese che hanno fatto interventi di efficientamento sui propri processi industriali alle quali, ora, si può proporre un impianto fotovoltaico per l’autoconsumo con contrattualistica SEU, e così via.

La creazione di un appuntamento di riferimento, altamente qualificato sia sul piano fieristico che su quello convegnistico, per far esprimere appieno tutto il potenziale dell’incontro fra i mondi delle rinnovabili e dell’efficienza è dunque uno degli obiettivi di Solarexpo-The Innovation Cloud. A testimoniare questo know-how italiano saranno presenti in fiera alcune ESCo come Alens, Cloros, ESA Holding, Kairos ingegneria, L’Energie.

Una pre-condizione essenziale per fare oculati interventi di efficientamento è la diagnosi energetica che da quest’anno è obbligatoria (entro il 5 dicembre 2015 e successivamente ogni 4 anni) per le grandi imprese e quelle a forte consumo energetico. A tale scopo verranno complessivamente stanziati a beneficio delle PMI 105 milioni di euro. Per incentivare la realizzazione dei progetti d’efficienza energetica a valle delle diagnosi, la legislazione prevede il rafforzamento del meccanismo dei certificati bianchi. L’audit dovrà essere eseguito da ESCo (società di servizi energetici), da esperti in gestione dell’energia o da auditor energetici. Se ne parlerà a Milano, grazie anche alla presenza di alcune associazioni, come FIRE (Federazione Italiana per l'uso Razionale dell'Energia), AssoEGE (Associazione Esperti in gestione dell’energia), e ASSOESCo nei convegni da loro organizzati.

Dario Di Santo, presidente FIRE, ha evidenziato in particolare che oggi “l’energy manager è una figura fondamentale per cogliere le opportunità dell’efficienza energetica e delle rinnovabili in aziende ed enti locali. Da luglio 2016 dovrà essere certificato EGE per accedere in modo diretto a certificati bianchi e diagnosi energetiche per grandi imprese. Agli incontri organizzati da FIRE e SECEM a Solarexpo-The Innovation Cloud si parlerà di regole per la nomina degli energy manager, competenze, certificazione EGE e buone pratiche”.

“La diagnosi energetica rappresenta le fondamenta nel percorso di efficientamento energetico e deve essere al meglio da professionisti competenti. AssoEGE ha deciso di partecipare all’appuntamento Solarexpo-The Innovation Cloud, portando il proprio contributo a chi intende fornire e ricevere servizi di efficienza energetica: condivideremo le esperienze degli EGE certificati nei differenti ambiti: PA, civile, industriale. Mostreremo casi studio pratici eseguiti da professionisti che operano in questo settore e che a partire da luglio 2016 saranno tra i soggetti titolati a svolgere questa importante attività”, spiega Michele Santovito, presidente di AssoEGE.

Per Andrea Tomaselli, presidente di ASSOESCo “il settore dell’efficienza energetica, grazie anche al recepimento alla Direttiva Europea 2012/27, con il Dlgs 102/2014, è in grande evoluzione e le ESCo ne sono fra le principali protagoniste: il loro modello di business è basato sui risparmi che fanno ottenere ai loro clienti, unendo competenze tecniche, finanziarie e gestionali. L’evoluzione del mercato richiederà di coniugare l’efficienza energetica anche con le energie rinnovabili, e le ESCo hanno le competenze per poterlo fare”.

La carbon tax che funziona: l'esempio British Columbia

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Mercoledì, 4 Marzo 2015
Alessandro Codegoni
Nella provincia canadese la tassa sul carbonio contenuto nei combustibili fossili è stata introdotta nel 2008 e sta dando ottimi risultati. Ha permesso di tagliare le emissioni e stimolare l'efficienza energetica e, al contrario di quanto temevano alcuni, lo ha fatto senza aumentare la pressione fiscale e l'inflazione, e senza deprimere l'economia.
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La carbon tax può essere un meccanismo efficace per ridurre le emissioni, senza frenare l'economia e aumentare la pressione fiscale: la dimostrazione arriva dalla provincia canadese della British Columbia (BC). Visto che in questo periodo si parla molto di una possibile tassa sulla CO2 è dunque il caso di ricordare quel che hanno fatto da quelle parti.

Ma iniziamo facendo un passo indietro: fra gli strumenti che gli Stati hanno finora elaborato per contenere le emissioni di CO2 i due principali 'contendenti' sono gli schemi di trading delle quote di CO2 e la carbon tax. I primi sono meccanismi di mercato nei quali vengono assegnate quote di emissioni ai grandi emettitori che devono rispettarle o comprare quote negative da quelli più virtuosi, le seconde sono tassa ad hoc sui combustibili fossili modulate in base al contenuto di carbonio.

I meccanismi di emission trading sono un po’ i 'cocchi' delle grandi industrie, perché, nella loro complessità, offrono svariati modi per essere aggirati. Si veda a proposito quanto successo nell'ETS europeo, sostanzialmente fallito per le quote di emissioni gratuite assegnate dai governi, come dimostra il costo attuale dell’acquisto di una tonnellata di CO2 “negativa”: circa 7 euro contro i 20-30 necessari affinché lo schema possa incentivare concretamente la riduzione delle emissioni.

Le varie carbon tax, invece, sono di una semplicità lineare e non sono eludibili: chi più usa energia fossile nelle proprie attività, più dovrà far pagare beni e servizi, diventando così meno competitivo con chi invece utilizza energia non fossile. L’ammontare delle carbon tax può inoltre essere velocemente variato per adattarlo alla contingenza economica e al costo dell’energia; gli introiti possono poi essere destinati a scopi specifici per controbilanciare il loro effetto depressivo sui consumi, ad esempio la promozione dell’efficienza energetica.

La critica principale che si fa alle carbon tax, è invece quella di essere tasse antiprogressive, e dunque di pesare in proporzione di più sulle persone a basso reddito, che spendono una parte più alta dei loro guadagni per l’energia e che con maggiore difficoltà possono permettersi dispositivi high-tech per ridurre i consumi. E, naturalmente, sono accusate di essere tasse che affossano la crescita economica e aumentano la disoccupazione, perché fanno crescere la pressione fiscale, penalizzando industria e trasporti.

Per queste ragioni, anche se ci sono molte nazioni che hanno adottato una carbon tax, fra cui i Paesi scandinavi, Francia, Giappone, Costa Rica, India, il loro peso è stato spesso mantenuto blando e la loro applicazione limitata, così che all afine non ha influito molto sulla riduzione delle emissioni. Nel caso di Australia e Nuova Zelanda, la carbon tax è stata addirittura abolita dopo pochi anni.

In Italia la carbon tax è già prevista dalla legge di delega fiscale (all'articolo 15 della legge n. 23 del 2014), ma per ora è rimasta sulla carta, perché legata ad una proposta di una direttiva europea sulla tassazione dei prodotti energetici che non si è poi concretizzata.

Secondo molti, proprio questo periodo di basso costo del petrolio potrebbe rappresentare il momento giusto per l’introduzione anche in Italia di una efficace carbon tax. Se questa ipotesi si concretizzasse, invece di inventarci chissà cosa, forse sarebbe il caso di imitare quello che è forse l’esempio di carbon tax di maggior successo al mondo: quello, appunto, della provincia canadese del British Columbia, che l’ha introdotta nel 2008, seguendo un progetto molto ben studiato dell’allora governo centrista (si veda anche quanto riportavamo a luglio).

Partita, per non creare shock economici, con l’imposizione di soli 10 dollari canadesi (CAD) per tonnellata di CO2 fossile prodotta (quindi più pesante sul carbone, media sul petrolio, più leggera sul metano), è via via cresciuta fino a raggiungere il previsto massimo di 30 CAD/tonCO2 nel 2012, generando oggi circa un miliardo di dollari canadesi di incasso l’anno per il governo provinciale (il PIL nel 2013 era di 229,7 mld $ canadesi, ndr).

In pratica, su ogni litro di benzina gli abitanti di Vancouver e dintorni, pagano 6,67 centesimi di dollaro canadese (su 1,20 $/l) per la carbon tax. La tassa viene riscossa come addizionale a tasse già esistenti a livello di pochi grandi distributori di combustibili fossili, coprendo così il 75% delle emissioni da fossili nella BC, in modo semplice ed efficiente, senza complicazioni contabili e possibili elusioni.

«Ma l’idea vincente alla base di questa tassa - spiega il giornalista scientifico Chris Mooney - è che è fiscalmente neutra: tanto entra con essa, tanto viene restituito ai cittadini. In pratica dei 5 miliardi di dollari CAD che ha fatto incassare fra il 2008 e il 2013, tre miliardi sono stati restituiti alle imprese tramite sconti fiscali, un miliardo è andato in tagli alle tasse sulle persone fisiche e un miliardo è stato destinato a sovvenzioni per i cittadini a reddito più basso e per quelli che vivono in zone climatiche più disagiate, cioè le fasce di popolazione che rischiavano di essere più penalizzate dalla carbon tax.»

Nella legge, addirittura, è previsto che se la tassa non dovesse risultare neutrale, lo stipendio del Ministro delle Finanze del BC verrà tagliato del 15%, una mossa di responsabilizzazione sulle conseguenze di una legge che in Italia sarebbe molto apprezzata.

Riassumendo, questa carbon tax non fa aumentare la pressione fiscale, non deprime l’economia (con l’eccezione del 2009, dal 2008 l’economia del BC è sempre cresciuta fra il 2,3 e il 5,6% l’anno), non penalizza i più poveri, ma al tempo stesso permette ulteriori risparmi a chi si impegna per aumentare la propria efficienza energetica e passa all’energia rinnovabile. L’astuto meccanismo con cui è congegnata rende addirittura difficile abolirla, anche se andasse al governo un negazionista climatico, perché sparirebbero con lei tutti i tagli di tasse correlati, scontentando moltissimi cittadini.

Tutto ciò ha fatto sì che la carbon tax della BC abbia una qualità veramente molto rara tra le tasse: è popolare, l’approva circa il 60% dei 4,6 milioni di residenti della provincia canadese.

Ma, viene da chiedersi, la carbon tax del BC ha raggiunto il suo scopo primario di ridurre le emissioni di CO2? Si direbbe proprio di sì, dato che il target di riduzione delle emissioni che la British Columbia aveva fissato per il 2012, -6% sul 2007, è stato raggiunto in pieno, nonostante in quel periodo il Pil della provincia sia aumentato del 18%.

«Ma è un po’ difficile stabilire quanto di questo successo dipenda dalla carbon tax - ammette Mooney - perché anche in BC si è comunque sentito l’effetto della crisi economica mondiale sui consumi energetici, e in questa provincia quasi tutta l’elettricità è idroelettrica, e quindi la carbon tax non agisce su quell’importante settore. Però, c’è un indicatore che può aiutare a capire: mentre nel resto del Canada al 2012 le vendite di carburanti per autotrazione erano più o meno quelli del 2007, in BC erano scese del 17%. E in questo settore del risparmio energetico, secondo gli economisti, l’influenza della carbon tax è stata notevole.»

Attualmente, però, l’efficacia della carbon tax in BC sta lentamente declinando, perché il suo impatto, fissato fino al 2017 a 30 dollari/tonCO2, viene eroso dall’inflazione. Da quell’anno, però, inizieranno le pressioni degli ambientalisti locali perché torni a crescere, e chissà se per quel periodo qualche lungimirante governo del mondo non si sarà accorto di questo intelligente strumento fiscale e non l’abbia imitato.

Incentivi rinnovabili non FV, MiSE: “stiamo per varare il decreto”

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Mercoledì, 4 Marzo 2015
Redazione Qualenergia.it
L'annuncio, a dire il vero l'ennesimo, è arrivato ieri dal viceministro in risposta a un'interrogazione parlamentare. Mancano 31 milioni di € al tetto. De Vincenti ha parlato anche di fisco, catasto e fotovoltaico, respingendo le richieste di modifiche alla normativa esistente, ma auspicando maggior chiarezza sulla sua applicazione.

Il Ministero dello Sviluppo Economico “sta per varare” l'attesissimo decreto che prorogherà gli incentivi per le rinnovabili elettriche diverse dal fotovoltaico. L'annuncio, a dire il vero l'ennesimo che dà il decreto tampone in arrivo imminente, è stato fatto ieri dal viceministro per lo Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti, in risposta ad un'interrogazione di Walter Rizzetto (Alternativa Libera, allegato in basso).

Come sappiamo è veramente vicino il tetto dei 5,8 miliardi di euro di costo indicativo cumulato annuo degli incentivi per le rinnovabili elettriche non FV, limite che in base all’art. 3 del D.M. 6/7/2012 non può essere superato. Il contatore GSE, al 31 gennaio 2015, segnava 5,769 miliardi di euro: mancano dunque appena 31 milioni.

Il timore degli operatori è che il tetto venga raggiunto prima che si liberino altre risorse o che vengano prese altre misure. De Vincenti aveva rassicurato già nei mesi scorsi in varie occasioni riguardo a questa eventualità. Le ultime dichiarazioni precedenti,  risalenti a gennaio, assicuravano che il decreto tampone sarebbe stato pronto "non oltre la fine di febbraio".

Nella risposta all'interrogazione di ieri il viceministro ha affermato che “per il fotovoltaico, gli incentivi si sono esauriti. Per le altre fonti rinnovabili, come è noto, invece, ci sono ancora incentivi e stiamo per varare il decreto ministeriale per il biennio 2015-2016”.

Con un'altra interrogazione Rizzetto chiedeva poi "al Governo l'esenzione dalla rivalutazione della rendita catastale per i piccoli impianti fotovoltaici con potenza inferiore ai 20 kW picco e non solo per quelli fino a 3 kW picco".

Il superamento del limite dei 3 kW, risponde il viceministro, “non determina automaticamente l'obbligo di aggiornamento catastale, dal momento che la disciplina fiscale lo impone solo se il valore dell'impianto supera il 15% del valore capitale, o la relativa redditività ordinaria dell'edificio, a cui accede. Questo limite consente di salvaguardare gli interventi più mirati all'autoconsumo – questo limite del 15% – e quindi più virtuosi, escludendoli dall'obbligo di aggiornamento catastale, che viceversa opera soltanto con riferimento a quelle installazioni realizzate a fini più direttamente commerciali e che quindi superano il 15% del valore capitale. Il meccanismo sopra delineato può perciò comportare, anche a normativa vigente, l'esclusione dall'aggiornamento catastale degli impianti fino a 20 kW come auspicato dagli interpellanti.”

Per questo “non si ritiene di poter condividere la tesi espressa nell'interpellanza, sull'opportunità di escludere tout court dall'aggiornamento catastale tutti gli impianti di potenza inferiore a 20 kilowatt, a prescindere dal valore catastale dell'immobile sui quali sono installati, dal momento che ciò finirebbe per accordare il medesimo trattamento di favore anche ad interventi la cui realizzazione risponde a finalità più chiaramente commerciali”.

Per De Vincenti “si può condividere, viceversa, l'esigenza posta nell'interpellanza, che l'amministrazione fiscale fornisca dei chiarimenti maggiori sui criteri da utilizzare per verificare il superamento o meno del predetto limite del 15%, rendendo quindi semplice il calcolo per chi voglia installare impianti di potenza maggiore della fascia esentata.”

Riguardo al fotovoltaico in generale l'uomo del MiSE fa notare che “il settore continua a svilupparsi grazie al forte calo del costo dei moduli, da un lato, e al mantenimento di altri incentivi pubblici, dall'altro, come la detrazione fiscale e il meccanismo dello «scambio sul posto», proprio recentemente esteso dal Parlamento e dal Governo da una potenza di 200 kilowatt a quella di 500 kilowatt.” 

L'interrogazione (pdf)

SEU: pubblicate le regole applicative e online il portale

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Mercoledì, 4 Marzo 2015
Il GSE informa che sono pubblicate le regole applicative e che è online il portale informatico per inviare le richieste di qualifica per i sistemi efficienti di utenza. È ora possibile presentare le richiesta di qualifica SEU e SEESEU mediante l’apposita applicazione informatica.

​Il GSE informa che sono pubblicate “Le Regole Applicative per la presentazione della richiesta e il conseguimento della qualifica di SEU e SEESEU per i sistemi entrati in esercizio entro il 31/12/2014” (allegato in basso).

Le Regole Applicative descrivono le modalità di richiesta, il procedimento di valutazione e la comunicazione degli esiti della qualifica SEU o SEESEU (A-B-C) esclusivamente per i Sistemi entrati in esercizio entro il 31 dicembre 2014.

Il documento è stato redatto dal GSE ai sensi della normativa vigente, di quanto disposto con delibera dell’Autorità per l’energia elettrica il gas e il sistema idrico 578/2013/R/eel e s.m.i. per la regolazione dei servizi di connessione, misura, trasmissione, distribuzione, dispacciamento e vendita in caso di Sistemi Semplici di Produzione e Consumo, e sulla base degli ulteriori indirizzi forniti dall'Autorità in fase di approvazione del documento stesso.

È ora possibile presentare le richiesta di qualifica SEU e SEESEU mediante l’applicazione informatica “SEU” disponibile sull’Area Clienti del GSE.

“Le Regole Applicative per la presentazione della richiesta e il conseguimento della qualifica di SEU e SEESEU per i sistemi entrati in esercizio entro il 31/12/2014” (pdf)

Le Regole Applicative sono disponibili anche nella relativa sezione web Qualifiche e Certificati> Qualifiche SEU-SEESEU