L’Europa alla guida della transizione energetica della decarbonizzazione

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Venerdì, 16 Maggio 2014
Gianni Silvestrini
Il contributo di Gianni Silvestrini al volume curato da di Silvia Zamboni dal titolo “Un’altra Europa” (Edizioni Ambiente). Il libro raccoglie diverse voci autorevoli sul tema del futuro dell'Europa e su come rilanciare l’obiettivo di un’Europa diversa, più impegnata nella lotta ai cambiamenti climatici e per la promozione delle rinnovabili e dell’efficienza energetica e più vicina ai cittadini.
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Il contributo di Gianni Silvestrini al volume curato da di Silvia Zamboni dal titolo “Un’altra Europa. Sostenibile, democratica, paritaria, solidale" (Edizioni Ambiente). Il libro raccoglie diverse voci autorevoli sul tema del futuro dell'Europa e su come rilanciare l’obiettivo di un’Europa diversa, più impegnata nella lotta ai cambiamenti climatici e per la promozione delle rinnovabili e delll’efficienza energetica e più vicina ai cittadini.

Questo è il secolo della decarbonizzazione, del crollo del dominio dei combustibili fossili e del ritorno a quelle fonti rinnovabili che hanno accompagnato l’umanità fino alla rivoluzione industriale.

Un primo scossone agli equilibri energetici si era registrato dopo le crisi petrolifere degli anni Settanta, con l’embargo sulle esportazioni di greggio arabo e le code ai distributori di benzina. Nel 1977 il presidente Jimmy Carter arrivò a dichiarare che per ridurre la dipendenza dal petrolio era necessario “l’equivalente morale di una guerra”. Furono lanciati programmi di ricerca, la “solita” California ottenne dei risultati interessanti sulle rinnovabili, ma bastò l’arrivo di Reagan e, soprattutto, il crollo del prezzo del petrolio nel 1986, per fare insabbiare i tentativi di cambiamento.

E’ stata un’altra la vera molla che ha avviato la trasformazione del sistema energetico: c’entrano sempre i combustibili fossili, ma non a causa delle pur crescenti difficoltà di estrazione, bensì delle ricadute, per il pianeta, derivanti dal loro impiego. Sul banco degli accusati è finito, infatti, l’aumento annuo di 1-2 parti per milione della concentrazione di CO2 nell’atmosfera. Una crescita inesorabile, destinata ad incidere sui delicati equilibri climatici. Da frenare, pena il rischio concreto di conseguenze irreversibili. Quando, alla fine degli anni Ottanta, la questione del riscaldamento del pianeta è uscita dall’ambito esclusivo delle analisi degli scienziati e delle preoccupazioni degli ambientalisti per imporsi sulla scena politica e presso l’opinione pubblica mondiale, si è tracciata la direzione che avrebbe preso il futuro dei combustibili fossili.

La leadership europea nella transizione energetica

La transizione energetica verso un’economia decarbonizzata ha visto una protagonista indiscutibile: la “vecchia” Europa. Qualche dato evidenzia con chiarezza il cambio di passo che si è registrato a cavallo della metà del decennio scorso, in coincidenza con l’avvio del Protocollo di Kyoto che ha imposto obiettivi vincolanti sulle emissioni climalteranti: le rinnovabili, che al 2005 coprivano l’8,5% dei consumi finali, nel 2012 sono passate al 14,4%, con la previsione di superare agevolmente l’obiettivo dell’Unione europea del 20% al 2020.

La crescita è stata particolarmente incisiva nel settore elettrico: gli impianti alimentati da fonti di energia rinnovabili hanno infatti rappresentato il 55% della nuova potenza installata in Europa tra il 2000 e il 2013. E lo scorso anno tale quota è salita al 72%. Questo trend, se mantenuto, consentirebbe di raggiungere, nel 2030, il 30% dei consumi finali coperti da fonti rinnovabili.

E proprio intorno all’obiettivo da fissare per la fine del prossimo decennio, nel primo trimestre 2014 si è assistito ad un braccio di ferro tra diversi protagonisti dello scenario istituzionale europeo, un’impasse, questa, che nulla toglie però alla radicalità della transizione avviata nel vecchio continente. Scendendo nel dettaglio di questa contesa, mentre la Commissione ha proposto per le rinnovabili una quota del 27%, il Parlamento Europeo si è espresso favore del 30%.

Oltre ad avere importanti implicazioni interne, questa decisione influenzerà le scelte di altri paesi, come è successo in passato con gli obiettivi europei del “20, 20, 20” al 2020 del cosiddetto pacchetto “Clima energia” (che per i paesi dell’Unione europea fissa al 2020 l’obbligo di ridurre del 20% le emissioni  di CO2 equivalente, di coprire con fonti rinnovabili il 20% di tutti i consumi finali di energia, non solo quelli elettrici, e di ridurre del 20% i consumi). Come già avvenuto in passato, le nuove determinazioni della Ue incideranno non solo per l’effetto emulativo (la California, ad esempio, nel 2011 ha deciso di soddisfare con le rinnovabili un terzo dei consumi elettrici entro il 2020), ma anche per la creazione di un ampio mercato in grado di innescare una rapida riduzione dei prezzi delle tecnologie. Se oggi un impianto fotovoltaico costa due terzi in meno rispetto a cinque anni fa, lo si deve all’accelerazione imposta da alcuni paesi europei, in particolare dalla Germania e dall’Italia, leader a livello mondiale per potenza FV installata. Il nostro paese, peraltro, con il 7% dei consumi elettrici soddisfatti dal solare è, di gran lunga, il paese con la maggior quota di domanda elettrica coperta dal fotovoltaico.

Uno dei risultati di questa corsa al ribasso dei prezzi sarà, tra l’altro, il raggiungimento, in tempi decisamente più brevi rispetto alle previsioni, dell’accesso all’energia elettrica per gli 1,3 miliardi di persone che non sono ancora connessi alla rete.  Una ricaduta di straordinaria importanza,  da non sottovalutare.

Dal modello di produzione centralizzato a quello decentrato: la crisi delle utility

A seguito dell’installazione di milioni di impianti che utilizzano le fonti rinnovabili, il modello di generazione elettrica del secolo scorso basato su poche grandi centrali sta rapidamente mutando cambiando pelle. Sono infatti 500.000 i sistemi fotovoltaici censiti nel Regno Unito, 600.000 in Italia, addirittura 1,4 milioni in Germania. Al punto che la produzione da rinnovabili sta mettendo in forte difficoltà le compagnie elettriche tradizionali, che si vedono erosa una parte del mercato e che scontano, inoltre, una riduzione del prezzo di vendita all’ingrosso del kWh dovuta alla priorità di dispacciamento assegnata all’elettricità “verde”. Basti pensare che nel 2012 il fotovoltaico ha consentito in Italia un taglio di 0,8 miliardi di euro della bolletta elettrica: un indubbio guadagno per i consumatori, che ha però comportato minori entrate per le aziende elettriche (le utility).

Diversi recenti rapporti hanno evidenziato il loop inarrestabile che potrebbe innescarsi con l’ulteriore diffusione del fotovoltaico: al crescere del numero di impianti solari installati, il costo della bolletta salirebbe in seguito alla riduzione della base di utenti sulla quale caricare gli oneri di rete. D’altro canto, prezzi elettrici più alti renderebbero più appetibili gli investimenti nel fotovoltaico, restringendo quindi ulteriormente il numero di utenti paganti. “The unsubsidised solar revolution” (“La rivoluzione solare non sovvenzionata”) è lo studio promosso da UBS, il principale gruppo bancario svizzero, che descrive lucidamente questo scenario analizzando il caso di Germania, Spagna e Italia. La situazione tedesca risulta particolarmente critica per gli elevati prezzi dell’elettricità: secondo lo studio, al 2020 potrebbero venire installati 20 TWh solari non incentivati, che si aggiungerebbero ai 52 TWh sussidiati, portando ad un dimezzamento dei profitti delle compagnie elettriche.

Un altro rapporto dall’eloquente titolo “Disruptive challenges” (“Cambiamenti distruttivi”) predisposto dall’Edison Electric Institute, l’associazione delle utility statunitensi quotate in Borsa, segnala i rischi che potrebbero derivare, per le utility, dal solare oltre Atlantico. Lo spettro è quello di un progressivo calo dei clienti, tentati dall’abbinamento di fotovoltaico e accumulo dell’elettricità autoprodotta, in grado di ridurre la loro dipendenza dalla rete.

Di fronte a questo scenario, per non fare una fine analoga a quella della Kodak, costretta a chiudere i battenti a seguito dell’arrivo sul mercato delle macchine fotografiche digitali, diverse aziende elettriche stanno trasformando il loro modello di business: vendere meno kWh e offrire più servizi, proponendo efficienza energetica e tecnologie verdi.

Ha iniziato la RWE, la seconda utility tedesca, che ha lanciato un nuovo approccio strategico: non puntare più sul volume delle vendite, bensì sul valore dei servizi proposti, utilizzando in maniera intelligente le tecnologie informatiche. Significativamente, RWE afferma di voler diventare un soggetto attivo nella transizione energetica, e non di essere semplicemente “tollerata” in questa nuova fase.

Anche Enel sta rivedendo le proprie strategie alla luce dell’irruzione delle rinnovabili, che nel 2013 hanno soddisfatto un terzo della domanda elettrica italiana. Si tratta di reinventare una strategia con un’elevata attenzione verso il consumatore finale, offrendo proposte di efficientamento e aumentando così il valore aggiunto della propria attività.

Europa interconnessa e gestione dal basso

La crescita delle rinnovabili non programmabili (sole e vento) oltre certi livelli (25-30%), pone l’esigenza di un salto di qualità nella gestione della rete. Il rafforzamento delle connessioni tra più paesi consente di scambiare flussi elettrici di produzioni variabili che si possono così più facilmente programmare e gestire. In un paese si può avere brutto tempo e molto vento, mentre quello confinante può godere di una giornata soleggiata. Una gestione intelligente che faccia uso di modelli previsionali può consentire di bilanciare più efficacemente domanda e produzione, in accordo anche con le condizioni meteo locali che influenzano la produzione di elettricità FV o da fonte eolica.

Sempre su scala sovranazionale, le Alpi o i paesi Scandinavi con i loro sistemi di pompaggio possono fungere da batterie per l’Europa (la Danimarca in parte già utilizza i bacini di accumulo di Norvegia e Svezia per gestire l’elevata quota di eolico che in quel paese copre il 33% dei consumi elettrici e che arriverà a coprire il 50% nel 2020).

Un altro trend che caratterizza la transizione energetica verde europea è dato dal progressivo controllo e dalla gestione dal basso, complementare alla necessità delle forti interconnessioni sopra descritte. La cosa è evidente se pensiamo ai milioni di abitazioni, edifici del terziario, imprese agricole e industriali che già adesso in Europa soddisfano una quota dei loro consumi elettrici con le rinnovabili. In alcuni casi si va oltre al ruolo di semplici “prosumer” (produttori-consumatori). Per progetti più importanti, non affrontabili da singoli cittadini, si uniscono le forze per realizzare e gestire in forma cooperativa impianti eolici, solari, a biomassa. Questa strada è stata molto utilizzata all’inizio del boom eolico danese e vede tuttora esperienze vitali in Gran Bretagna e, soprattutto, in Germania, dove sono ben 650 le cooperative che hanno finanziato impianti di rinnovabili su scala locale. Mentre in Italia – è il caso di otto comuni della provincia di Bologna - stanno facendo i primi passi le comunità solari promosse dalle amministrazioni locali nell’ambito dell’adesione al Patto dei Sindaci e all’attuazione dei Paes (Piano d’azione per l’energia sostenibile).

La complessità della gestione elettrica in presenza di elevate quote di rinnovabili sta inoltre facendo emergere un nuovo concetto: i Virtual Power Plant (VPP). Si tratta, in sostanza, dell’aggregazione di una serie di impianti di produzione elettrica (ad esempio: una centrale a ciclo combinato, un parco eolico, un migliaio di impianti fotovoltaici) e del governo in parallelo della domanda (ad esempio: il contatore elettronico che, in rapporto alle esigenze della rete e ai prezzi variabili, seleziona la fonte di alimentazione elettrica del frigorifero più conveniente). In questo modo, grazie a modelli previsionali della domanda e dell’offerta, è possibile interfacciarsi in maniera intelligente sul mercato come se ci fosse un solo impianto a fornire energia alla rete. Si tratta di un modello smart in grado di gestire fonti tipicamente non programmabili, aggregando l’offerta, governando la richiesta di energia e utilizzando sistemi di accumulo.

La logica dei Virtual Power Plant è stata testata in Germania dalla RWE e da Siemens, che attraverso l’uso sofisticato di tecnologie informatiche gestiscono un cluster di impianti da 300 MW.

L’ultima novità riguarda le reti. Oltre al potenziamento delle interconnessioni e al passaggio “intelligente” alla bidirezionalità, cioè alla possibilità che l’elettricità oltre che viaggiare verso gli utilizzatori possa anche essere iniettata nella rete da punti di generazione distribuiti, si punta a controllare la rete stessa. Sta infatti emergendo in Germania una spinta verso la loro acquisizione con l’obiettivo di ottenere un maggiore controllo sulle nuove forme di generazione. Sono già 107 i comuni tedeschi che hanno ripreso il controllo delle reti. La decisione più recente in questo ambito riguarda la città di Amburgo, che con un referendum tenutosi nel settembre 2013 ha deciso di ri-municipalizzare la distribuzione elettrica. Questa tendenza potrebbe crescere, considerando che ben 8.000 comuni tedeschi dovranno rinnovare i contratti di distribuzione di elettricità e gas entro il 2015, e che, secondo un sondaggio, due terzi dei votanti preferirebbero un controllo dal basso delle reti. Ma questo movimento bottom-up incontra ovviamente delle resistenze. A gennaio 2014  la Corte Federale di Giustizia ha chiarito che le future municipalizzate potranno acquisire la gestione delle reti solo attraverso un meccanismo di gara pubblica.

Quale spazio al 2030 per le rinnovabili nell’Unione europea?

Ma torniamo agli obiettivi 2030. E’ pensabile che si riesca a mantenere il tasso di crescita delle energie verdi che si è raggiunto negli ultimi anni grazie, ad esempio in Italia, alla disponibilità di elevati incentivi, così alti da indurre i governi in alcuni casi a misure di riduzione retroattive?  In sostanza, siamo ancora nella fase ascendente della curva di penetrazione delle rinnovabili? Alcuni elementi inducono ad essere fiduciosi. 

Innanzitutto va considerata l’evoluzione delle tecnologie verdi che porterà ad ulteriori riduzioni dei costi. In alcuni casi, come nel fotovoltaico, nel prossimo decennio sarà possibile immaginare una diffusione senza incentivi, in buona parte attraverso sistemi misti di solare più accumulo dell’elettricità prodotta. Uno studio coordinato dall’Imperial College of London, a cui ha collaborato il GSE, ha stimato che una copertura al 10% della domanda europea al 2030 comporterebbe limitati oneri di integrazione alla rete elettrica. In Italia, una potenza solare 2,5 volte più elevata dell’attuale e una quota del 17% dei consumi elettrici comporterebbe una significativa riduzione delle importazioni di metano (meno 12%), mentre l’integrazione nella rete, in presenza di politiche di governo della domanda, avrebbe costi molto limitati.

Passando alle rinnovabili termiche, queste presentano ancora grandi margini di incremento con costi minimi e si espanderanno in parallelo con la riqualificazione energetica spinta del patrimonio edilizio esistente, oltre che nelle nuove costruzioni come richiesto già da alcuni regolamenti edilizi comunali, o da leggi nazionali, come nel Regno Unito, che ha fissato per legge l’obiettivo al 2016 di nuovi edifici carbon neutral, ossia  che hanno un impatto nullo in termini di emissioni di anidride carbonica legate ai consumi di energia. Anche su scala europea, peraltro, dal 2021 tutti i nuovi edifici dovranno essere nearly zero energy, a consumo energetico quasi zero, una vera rivoluzione per il settore delle costruzioni.

Troveranno un loro spazio anche applicazioni, al momento del tutto marginali, come la climatizzazione estiva e la fornitura di calore di processo nell’industria attraverso tecnologie solari.  Nel campo del riscaldamento con camini e stufe a biomassa, le nuove tecnologie e la loro corretta gestione, consentono di ottenere rendimenti elevati e un buon controllo delle emissioni. I miglioramenti ottenuti negli ultimi anni fanno auspicare l’avvio di programmi di sostituzione di vecchi impianti meno performanti dal punto di vista energetico ed ambientale.

I biocarburanti di seconda e terza generazione consentiranno, infine, di utilizzare biomassa locale, ed è prevedibile che la forte innovazione già avviata (dal bioetanolo di seconda generazione all’impiego delle alghe) favorirà la loro competitività rispetto ai carburanti tradizionali, con soluzioni che consentano di non entrare in competizione con la produzione agricola destinata al consumo alimentare. E’ prevedibile che troveranno spazio anche altre soluzioni, come il “biometano” che può garantire alte rese grazie alla rotazione delle coltivazioni alimentari ed energetiche.

Più in generale, la forbice tra l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili e, al contrario, la contemporanea riduzione di quelli delle rinnovabili garantirà una spinta propulsiva eccezionale in grado di controbilanciare ampiamente gli elementi di rallentamento (come il progressivo esaurimento dei siti più produttivi per l’eolico).

Un recente studio del Fraunhofer Institute ha analizzato le evoluzioni dei costi dell’elettricità calcolati per l’intera vita degli impianti (Lcoe) in Germania, concludendo che sia l’eolico on-shore sia il fotovoltaico risulterebbero competitivi con le centrali termoelettriche per larga parte del prossimo decennio.

Con un’Europa alla ricerca di maggiore competitività e intenzionata a rafforzare la propria base industriale, si dovrà porre un’attenzione particolare alle tecnologie. In alcuni comparti l’ingegnosità e la virtuosità di piccole e media imprese sarà in grado di proporre prodotti competitivi in campo internazionale. In altri casi occorrerà invece uno sforzo coordinato a livello di ricerca e degli investimenti per raggiungere quella massa critica continentale necessaria a reggere il confronto con l’Asia, gli Stati Uniti e i paesi Arabi.  Un esempio in tale direzione viene dall’ambiziosa proposta franco-tedesca di rilanciare la ricerca sul fotovoltaico per arrivare alla lavorazione su larga scala di moduli innovativi con stabilimenti di capacità produttiva pari a 1-2 GW/anno, una sorta di progetto “Airbus” del solare, proposta che l’Italia dovrebbe esplorare seriamente, a partire dal ruolo che potrebbero giocare Eni ed Enel.

Per il raggiungimento dei target fissati al 2030 va infine considerato il ruolo dell’efficienza energetica che dovrebbe garantire, secondo le analisi di impatto effettuate dalla Commissione, valori dei consumi di energia inferiori del 2-15% rispetto a quelli del 2010 (vedi in questo volume il contributo di Monica Frassoni). A fronte, dunque, di una domanda di energia più contenuta, sarà più facile soddisfarla con le fonti rinnovabili.

In conclusione, dopo i target del 2020 che verranno agilmente superati dall’Italia e dall’Europa, è importante che dai nuovi organi istituzionali della Ue, che saranno insediati dopo le elezioni per il Parlamento europeo di maggio, vengano fissati traguardi ambiziosi al 2030: sul versante elettrico i target in discussione implicano che metà della produzione sarà generata da fonti rinnovabili, segnando irreversibilmente la linea di direzione del processo di decarbonizzazione in atto.

Ed è altrettanto importante che la cosiddetta fase “Rinnovabili 2.0” venga gestita con il minimo di incentivi e il massimo di contributo positivo al sistema energetico e produttivo, puntando su ricerca e innovazione e sulla capacità di creare un reale tessuto industriale dell’energia del futuro.

Questo passaggio non sarà indolore. I grandi gruppi energetici negli ultimi mesi hanno attaccato con inusitata violenza la politica dell’Europa, in particolare per gli obiettivi sulle rinnovabili. Una pressione che ha influenzato diversi governi e ha inciso anche sulle scelte della Commissione del febbraio di quest’anno.

Siamo dunque in una fase delicata. E il ruolo che può giocare la Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea nel secondo semestre di quest’anno, proprio nella fase di insediamento della nuova Commissione, è quindi molto importante. In quei mesi si avvierà infatti una delicata fase di conciliazione tra le posizioni sugli obiettivi al 2030 di Commissione, Parlamento europeo e Stati membri. E’ sperabile che l’Italia si ponga alla testa del gruppo di paesi che premono maggiormente a favore dell’accelerazione della transizione energetica, in funzione sia della competitività dell’industria del settore delle rinnovabili europea, sia della tutela del clima.

In gioco è il proseguimento della transizione energetica, ovvero se l’Europa potrà continuare ad essere un esempio per altri paesi. Con la decisione unilaterale di ridurre al 2030 le emissioni climalteranti del 40% rispetto al 1990 che sembra ormai acquisita e con nuovi obiettivi significativi su rinnovabili ed efficienza energetica al 2030 ancora da fissare, la Ue potrebbe favorire il raggiungimento di un accordo mondiale contro il riscaldamento del pianeta alla Conferenza mondiale sul clima in programma a Parigi nel 2015, dopo il sostanziale fallimento registrato alla precedente conferenza di Varsavia del 2013 .

La situazione odierna è molto differente rispetto a qualche anno fa. Basti pensare che la Cina investe nelle rinnovabili più che Europa, Usa e Giappone messi insieme. E che la sfida dei cambiamenti climatici rappresenta una delle priorità del secondo mandato di Obama.

Ci sono, insomma, le condizioni perché l’Europa (e il nostro paese con essa) affronti con rinnovata convinzione la svolta energetica della decarbonizzazione. E per i cittadini europei la ragionevole speranza che si compia questo passaggio decisivo per la transizione dall’economia fossile ad una basata sulle rinnovabili,  anche, e non da ultimo, come contributo per evitare che i cambiamenti climatici già in atto evolvano verso un esito catastrofico.

Rinnovabili, sviluppo e territorio. L'intervista a Nichi Vendola

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Venerdì, 16 Maggio 2014
Alessandro Codegoni
Dopo anni di 'luna di miele' con le rinnovabili, il governatore della Puglia, Nichi Vendola, ha iniziato una politica di contenimento nei confronti di eolico e fotovoltaico, lanciata da un'intervista sulla Gazzetta del Mezzogiorno che ha lasciato perplessi molti sostenitori delle energie pulite. QualEnergia.it lo ha intervistato per capire meglio la sua posizione.
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Il 31 marzo scorso, con un’intervista sulla Gazzetta del Mezzogiorno, il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, ha fortemente criticato lo sviluppo delle rinnovabili avvenuto in Puglia negli ultimi anni, chiedendo una sorta di moratoria all’ulteriore sviluppo di grande eolico e fotovoltaico nella sua regione. Vendola nell’intervista lamenta l’impossibilità per la Regione di decidere cosa e dove installare, che causa “enormi costi di infrastrutturazione, che ricadono sulla tariffa elettrica, e impatti territoriali notevolissimi” e per questo, conclude, “oggi è il tempo di contenere una crescita (di eolico e fotovoltaico, ndr) divenuta insostenibile”.

Visto che Vendola e il partito che rappresenta, Sinistra Ecologia e Libertà, sono sempre stati fra i più accesi paladini di una riconversione sostenibile dell’economia, la presa di posizione del Governatore pugliese ha sconcertato il mondo delle rinnovabili. Gli abbiamo perciò rivolto alcune domande in forma scritta, a cui ha risposto. Purtroppo la forma scritta non ha permesso l’approfondimento dei temi e ulteriori precisazioni, ma comunque dovrebbe chiarire il pensiero di chi dirige la Regione che era stata, finora, più ospitale verso le rinnovabili.

Presidente Vendola ci spiega cosa l’ha spinta a esternare queste sue pesanti critiche al sistema delle rinnovabili? Ha forse deciso di 'riposizionarsi' più vicino alle posizioni dei tanti che criticano 'l’invasione' del territorio pugliese da parte di pannelli e turbine?

Non ho mai esternato “critiche al sistema delle rinnovabili” in termini assoluti. Ho invece criticato la rinuncia dello Stato al suo ruolo di regolatore: vogliamo negare che in Italia, a differenza di altri paesi europei, abbiamo un deficit di pianificazione nel settore energetico, al punto che i cittadini italiani devono attendere ogni anno i provvedimenti di proroga per conoscere l’ammontare delle detrazioni fiscali per interventi di efficientamento energetico sugli immobili, o che si è passati bruscamente dagli incentivi più elevati d’Europa alla loro chiusura? E vogliamo negare che le linee guida statali per la realizzazione degli impianti da fonti rinnovabili sono state approvate nel 2010 con ben sette anni di ritardo e che questo ha comportato il protrarsi di incertezze inaccettabili per enti e operatori?

Non crede che la scelta della Puglia come regione “prediletta” dagli installatori di eolico e solare, sia stata abbastanza obbligata, per le favorevoli condizioni meteo della regione, la presenza di terreni relativamente economici da affittare e un crinale appenninico molto ventoso e di interesse turistico non particolarmente elevato? Non dovreste piuttosto pensare a come sfruttare al meglio questo vostro vantaggio, così come le regioni del Nord si sono arricchite anche grazie alle loro risorse idroelettriche?

È di tutta evidenza che alcune condizioni climatiche e morfologiche favorevoli abbiano concorso ad attrarre in Puglia investimenti di eolico e solare. Non condivido, invece, la considerazione dello scarso interesse paesaggistico e turistico del crinale appenninico. I monti Dauni hanno un paesaggio collinare di grande valore naturalistico e culturale e sono destinatari di un “Progetto di Eccellenza Turistica” basato su un protocollo d’intesa fra Ministero del Turismo e Regione. Proprio tali ambienti sono stati sottoposti a pressioni, specie a causa dell'eolico, con conseguente riduzione anche delle popolazioni di uccelli e varie specie di invertebrati e piante. Sfruttare al meglio le nostre condizioni climatiche e morfologiche di vantaggio per lo sviluppo di energie rinnovabili non significa consentire di localizzarle ovunque ci sia sole o vento, ma significa definire standard di qualità territoriale e paesaggistica nello sviluppo delle energie rinnovabili, sviluppare incentivi per le energie da autoconsumo nelle città e negli edifici rurali, mettere in relazione domanda e offerta di energia, coinvolgere i comuni, assicurare un armonico sviluppo delle infrastrutture di produzione, distribuzione e trasporto di energie rinnovabili. Questo è quello che abbiamo fatto da quando ci è stata data l’opportunità, dalle linee guida statali, di operare.

È vero, i crinali appenninici pugliesi sono oggi punteggiati di turbine eoliche, e molti terreni sono coperti di pannelli fotovoltaici. Ma in assenza di queste installazioni, come sarebbero oggi quei terreni? Non sarebbero comunque più o meno abbandonati, con i loro proprietari e i Comuni che li ospitano ancora più poveri, non avendo neanche il reddito dovuto all’uso energetico?

Un bilancio completo delle rinnovabili in Puglia non è ancora disponibile sia per quanto riguarda gli aspetti paesaggistici e di consumo del suolo agricolo, sia riguardo alla natura produttiva o meno di quei terreni, anche perché, come scritto nella Delibera di Giunta regionale del 23 ottobre 2012, n. 2122, “le autorizzazioni semplificate per impianti FER fino a 1 MW rilasciate dai Comuni (…) non sono state sufficientemente monitorate né per la maggior parte censite, nonostante gli inviti e le diffide della Regione (…) ne è derivata una sostanziale impossibilità di valutare appieno la diffusione e l’impatto degli impianti FER”.
D’altra parte, le domande rispecchiano una considerazione riduttiva delle funzioni del suolo rispetto a quelle indicate dal rapporto della Commissione Europea "Review of existing information on the interrelations between soil and climate change", che riguarda proprio le interrelazioni fra suolo e quei cambiamenti climatici che ci impongono di privilegiare le energie rinnovabili. Il rapporto chiarisce che il suolo non ha solo una funzione produttiva primaria di biomassa vegetale, ma anche una funzione di regolazione climatica, riferita in primo luogo alla funzione di sink carbonico assicurato dalla sostanza organica di suoli e vegetazioni.
Inoltre non vi è chi non veda che, a causa della mancata pianificazione del settore, un eccesso di iniziative nel settore delle rinnovabili determina una serie di effetti negativi sul sistema elettrico nazionale che non sono stati adeguatamente contemplati dalla normativa statale. In particolare, la realizzazione di nuovi elettrodotti di interconnessione della rete, finanziati, ovviamente, dalle bollette elettriche. Su tale fronte la Puglia predomina nello scenario nazionale: il Piano di Sviluppo 2014 elaborato da Terna, comprende gli interventi finalizzati a gestire la “maggior produzione da FER”: a fronte di 2 interventi previsti nell’intero Nord e Centro Italia, in Puglia ne risultano necessari ben 12. Appare evidente, quindi, che la “maggior produzione da FER” rilevata da Terna per la Puglia, determina da un lato ingenti costi di infrastrutturazione che ricadono sulla tariffa elettrica, dall’altro impatti territoriali aggiuntivi notevolissimi dovuti alle opere elettriche.

Mi spiega perché, se io sono un proprietario agricolo, e decido di dedicare parte del mio terreno alla produzione energetica, solare o eolica, vengo malvisto e osteggiato, mentre nessuno si oppone, se copro il terreno di serre di plastica e riempio il suolo di pesticidi, diserbanti e fertilizzanti artificiali? Oppure perché la copertura (temporanea) con pannelli è 'distruzione del paesaggio', mentre quella (definitiva) con asfalto e cemento per strade ed edifici, è sviluppo? Non crede che stiate un po’ abboccando all’amo delle forze che si oppongono alle rinnovabili, per motivi di cassa e di potere?

Non ho dubbi che attualmente l’agricoltura e l’agro-industria hanno un impatto molto importante sull'ambiente e sulla salute, e che la percezione collettiva degli impatti sul suolo di pesticidi, diserbanti e fertilizzanti da petrolio sia minore rispetto a quella delle fonti rinnovabili: si tratta, infatti, di quelle forme di inquinamento invisibile e forse proprio per questo ancor più pericoloso.
Ma, per usare le vostre parole, noi non abbocchiamo a quell’amo, ma anzi operiamo per la riconversione ecologica dell'economia nei diversi settori: grazie agli interventi della Regione, l’agricoltura biologica pugliese rappresenta una delle più importanti realtà a livello nazionale e internazionale sia in termini di numero di operatori che di superficie.
Quanto al presunto diverso modo di trattare le strade e gli edifici rispetto ai pannelli e alle pale eoliche, mi è sufficiente rinviare al Piano paesaggistico territoriale regionale del 2013, che promuove uno sviluppo sostenibile basato sulla tutela, valorizzazione e riqualificazione dei paesaggi di Puglia. Dunque, non due pesi e due misure, ma una particolare attenzione a tutti i possibili impatti sul nostro paesaggio. E, a proposito delle strade, gli impianti eolici hanno comportato la costruzione di nuove strade in aree particolarmente vulnerabili dal punto di vista idrogeologico, come i crinali, e di elevato valore naturalistico.

Lei afferma che riguardo all’obbiettivo europeo 20-20-20, la Puglia ha dato anche più del dovuto. Ma sicuramente lei sa anche che l’obbiettivo 2020 è solo un limite arbitrario fissato dalle autorità europee, in un compromesso fra necessità di fare qualcosa per l’ambiente, e resistenze dei governi e delle industrie. La posta in gioco finale, la salvaguardia di clima e ambiente mondiali, è molto più alta e pressante. In questa ottica, non pensa che suggerire che con l’obbiettivo 2020 il percorso (anche in Puglia) sia concluso, è pericoloso?

Non penso che in Puglia il percorso sia concluso. Anzi, c’è ancora molto da fare, perché la scadenza del 2020 della strategia europea, com’è noto, fa riferimento a tre obiettivi: riduzione del 20% dei consumi di fonti primarie mediante aumento dell’efficienza, riduzione delle emissioni di gas climalteranti del 20% , aumento al 20% della quota di fonti rinnovabili nella copertura dei consumi finali.
La Puglia ha dato moltissimo sul terzo obiettivo, prevalentemente sugli usi elettrici, senza alcun premio, per questo contributo, neanche la riduzione della produzione della mega-centrale a carbone di Cerano. I dati di Terna evidenziano che la Puglia esporta oltre il 45% dell’energia elettrica che produce e che la quota di energia prodotta da fonte eolica e fotovoltaica corrisponde a oltre il 40% dei consumi elettrici complessivi. Nel settore elettrico, pertanto, l’obiettivo medio europeo di coprire il 20% dei consumi con energia da fonti rinnovabili entro il 2020, è stato raggiunto e doppiato in Puglia con 8 anni di anticipo. Non è questa una buona ragione per impegnarci maggiormente sugli altri obiettivi della strategia 2020? So bene a che l’obiettivo 2020 è un limite arbitrario, e la Puglia vuole fare di più, ma è doverosa anche la richiesta allo Stato di una strategia di riduzione del carbone, da parte di chi ospita il grande impianto di Cerano.

Non crede che, a fronte della necessità di rendere il nostro paese il più velocemente possibile indipendente dall’uso dei combustibili fossili, per ragioni climatiche, ambientali, economiche e geopolitiche, forse considerazioni essenzialmente estetiche sull’uso dei terreni, dovrebbero essere ripensate, in funzione della scala di urgenza dei problemi?

Non abbiamo mai fondato su considerazioni essenzialmente estetiche la nostra politica energetica, ribadisco che il punto è un altro: lo sviluppo delle rinnovabili in Puglia non ha scalfito il prezzo pagato dalla regione sul fronte dei combustibili fossili. Del resto, da tempo, anche nella legislazione italiana si è superata la concezione meramente estetica del paesaggio, che assume oggi un significato ecologico, come prodotto delle indissolubili relazioni che nei tempi della storia hanno legato elementi naturali e antropici, fisici e culturali. Peraltro, a dimostrazione che non vi è un giudizio estetico pregiudizialmente negativo sul rapporto fra energie rinnovabili e paesaggio, nelle “Linee guida sulla progettazione e localizzazione di impianti di energia rinnovabile”, nel nostro Piano paesaggistico non ci proponiamo di nascondere l'eolico, ma di localizzarlo producendo dei bei paesaggi. L’aver tollerato in passato stravolgimenti paesaggistici ben peggiori e ben più permanenti delle turbine eoliche e dei pannelli solari, dovrebbe indurci oggi a essere più accorti e a evitare di perseverare negli errori, ora che i costi sociali di questi sono evidenti.

Lei parla nell’intervista degli incentivi alle rinnovabili, come fossero una sorta di regalo alla speculazione. In realtà questi vanno anche a migliaia di aziende e famiglie italiane, aiutandoli anche a superare la crisi. Non pensa che, al netto di errori ed eccessi negli anni 2010-11, il sistema degli incentivi, riuscendo a far installare 18 GW di solare e 8 GW di eolico in 5 anni, abbia mostrato come un’alternativa energetica sia possibile, scardinando un blocco fossili-nucleare, che resisteva da decenni e che assegnava alle rinnovabili le “briciole”? Forse la Puglia dovrebbe essere orgogliosa del contributo che ha dato in questa rivoluzione e magari pretendere una compensazione sotto forma di sconti sull’energia

Combattere con ogni strumento a disposizione la speculazione che innegabilmente ha interessato il settore delle rinnovabili, proprio a causa di errori ed eccessi legati alla politica statale degli incentivi, non significa negare gli aspetti positivi dello sviluppo delle rinnovabili in Puglia. Spero, poi, che nessuno voglia leggere i recenti provvedimenti regionali come messa in discussione della scelta fatta dalla Puglia, sintetizzabile in un 'NO' netto al nucleare, e un SI’ altrettanto chiaro alle fonti rinnovabili, né che alcuno voglia negare che sono anni che sostengo che la “generosità” della Puglia nella produzione di energia (e non solo rinnovabile!) deve avere un corrispettivo nell'abbattimento delle bollette per cittadini e imprese.

In Italia ci sono nuove iniziative industriali energetiche molto interessanti nel campo delle rinnovabili. Per esempio la Magaldi, in Campania, ha elaborato un nuovo sistema di solare termodinamico, da vendere poi nei paesi desertici, mentre a Taranto una società italo-tedesca, vuole installare una fabbrica di grandi turbine eoliche, le Condor, da installare in mare al largo su galleggianti. Entrambe queste società pensano alla Puglia come luogo in cui creare un impianto dimostrativo. Pensate di opporvi anche a progetti di questo tipo, che possono portare lavoro nel nostro paese?

Ci sembra di aver dimostrato in questi nove anni di governo di essere non solo aperti all’innovazione, ma in prima linea nella sua promozione in tutti i settori produttivi, alla ricerca di un compromesso avanzato fra ecologia e crescita economica. L'ecologia non è un congedo dall'economia ma è la sfida di una nuova economia che usa gli strumenti dell'innovazione per coniugare profitto privato e profitto collettivo, bilanci aziendali con i bilanci della qualità dell'aria, dell'acqua, del cibo, della salute. Per questo noi proponiamo la riconversione ecologica dell'economia e della società. Siamo orgogliosi, per esempio, che in Puglia ci siano numerosi investimenti in ricerca nel settore energetico e che la Magneti Marelli abbia scelto di progettare e realizzare nei nostri stabilimenti, anche con il sostegno regionale, il motore elettrico per i veicoli.

Concludendo: finita la 'luna di miele' Puglia-rinnovabili, come pensa si svilupperà questo settore nella vostra regione? Volete solo limitarvi a impianti FV sui tetti? Oppure diventare, grazie anche all’esperienza fatta finora, una delle regioni europee che meglio potrebbe approfittare delle misure che probabilmente scoraggeranno in futuro l’uso di combustibili fossili?

La Regione Puglia continuerà a impegnarsi per lo sviluppo di ogni innovazione nel campo del risparmio energetico e delle energie rinnovabili, non solo nella direzione della generazione diffusa e della micro-produzione per l'autosufficienza energetica di aziende e famiglie, ma anche dell'efficienza energetica degli edifici, della solarizzazione integrale delle città attraverso impianti integrati nel design urbano, dello sviluppo della mobilità elettrica in città intelligenti e sostenibili e della riconversione di aree interessate da degrado ambientale mediante le energie rinnovabili. La Regione continuerà non solo a guardare con favore, ma anche a promuovere ogni prodotto di ricerca e sviluppo che contribuisca a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e scongiurare la scelta del nucleare, e a far tesoro dell’esperienza maturata in questi anni per sollecitare il Governo a varare efficaci misure anti-speculazione e a mettere a punto un vero piano energetico nazionale, anche allo scopo di promuovere innovazione industriale in un settore strategico per lo sviluppo del Paese.

Costi ambientali in bolletta e carbon tax. Una interrogazione parlamentare

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Giovedì, 15 Maggio 2014
Redazione Qualenergia.it
I fornitori di energia elettrica sono obbligati a indicare in bolletta i costi ambientali associati alla produzione, ma non lo fanno. La legge 23/2014 sulla delega fiscale apre la strada alla carbon tax, ma mancano i decreti attuativi. In una interrogazione parlamentare se ne chiede conto al Governo.
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Far rispettare ai fornitori di energia elettrica l'obbligo di comunicare in bolletta i costi ambientali associati alla produzione, previsto dalla direttiva europea 2009/72/CE. Adottare al più presto i decreti attuativi di cui all'articolo 15 della legge n. 23 del 2014, che apre la strada all'imposizione di una carbon tax. E' questa la richiesta contenuta nell'interrogazione parlamentare presentata nei giorni scorsi dal senatore Gianni Girotto assieme ad un gruppo di colleghi del M5S (allegata in basso).

Come i lettori di QualEnergia.it sanno bene, la quantificazione economica delle esternalità negative delle fonti fossili è fondamentale per la politica energetica. Nell'interrogazione, ad esempio, si cita lo studio dell'Agenzia europea per l'ambiente "Revealing the costs of air pollution of industrial facilities in Europe",  rapporto del 2011 in cui si stimano i costi ambientali e sanitari legati alle emissioni di CO2 e inquinanti di tutte le principali tipologie di impianti industriali in Europa, tra cui le centrali elettriche.

Da quello studio ad esempio emerge che la centrale Enel di Brindisi "Federico II" si classifica al 18° posto in quanto ad esternalità negative sui 9.655 impianti censiti. Usando lo stesso metodo applicato dall'EEA, Greenpeace ha calcolato che per l'anno 2009, le sole centrali a fonti fossili di Enel in Italia hanno causato 460 morti premature (di cui 366 per il carbone) con un danno di 2,4 miliardi di euro (1,7 imputabili al carbone). Altro esempio citato, l'indagine sui costi ambientali svolta dalla società di consulenza specializzata ECBA, secondo la quale i costi esterni associati alle emissioni in atmosfera di tutti i settori di attività (residenziale incluso) in Italia nel 2012, ammonta a 48,3 miliardi di euro, pari al 3,1 per cento del PIL.

Sia la normativa europea che quella nazionale, si ricorda, riconosce ampiamente l'importanza dell'analisi sui costi ambientali in rapporto ai benefici. Venendo alle bollette elettriche, si ricorda l'articolo 1 comma 5 del decreto-legge 18 giugno 2007, n. 73, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2007, n. 125 ("Misure urgenti per l'attuazione di disposizioni comunitarie in materia di liberalizzazione dei mercati dell'energia"), dispone che: "Le imprese di vendita di energia elettrica forniscono, nelle fatture e nel materiale promozionale inviato ai propri clienti finali, le informazioni sulla composizione del mix energetico utilizzato per la produzione dell'energia elettrica fornita nel periodo di due anni precedenti e indicano le fonti informative disponibili sull'impatto ambientale della produzione ...”. In attuazione di quanto ivi disposto è stato emanato il decreto ministeriale 31 luglio 2009 che definisce le modalità.

La direttiva europea 2009/72/CE relativa a norme comuni per il mercato interno dell'energia elettrica, recepita con il decreto legislativo 1° giugno 2011, n. 93, poi, dispone che gli Stati membri provvedano affinché i fornitori di energia elettrica specifichino nelle fatture e in tutto il materiale promozionale inviato ai clienti "almeno il riferimento alle fonti di riferimento esistenti, per esempio pagine web, in cui siano messe a disposizione del pubblico le informazioni sull'impatto ambientale, almeno in termini di emissioni di CO2 e di scorie radioattive risultanti dalla produzione di energia elettrica prodotta mediante il mix di combustibile complessivo utilizzato dal fornitore nell'anno precedente".

Finora però, si denuncia, gli obblighi riguardanti le informazioni sull'impatto ambientale sono rimasti per lo più disattesi.

Per questo si chiede di sapere se il Governo non ritenga necessario attivarsi al fine di garantire l'attuazione della direttiva e quali siano le ragioni per cui in Italia gli obblighi di informazione in bolletta relativamente agli impatti ambientali sono disattesi da amministrazioni e imprese.

Si domanda inoltre se, nel rispetto del principio comunitario "chi inquina paga", il Governo non ritenga opportuno adottare al più presto i decreti attuativi di cui all'articolo 15 della legge n. 23 del 2014, cioè quello che delega il Governo a introdurre nuove forme di fiscalità ambientale e a rivedere la disciplina delle accise sui prodotti energetici anche in funzione del contenuto di carbonio, come previsto dalla proposta di direttiva del Consiglio europeo in materia di tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità; cioè a introdurre la cosiddetta carbon tax, il cui gettito è destinato anche al finanziamento delle tecnologie low-carbon. La mancata attuazione di tale riforma – sottolineano i senatori firmatari dell'interrogazione - si traduce in elevati costi ambientali, sanitari e sociali per la collettività.

L'interrogazione parlamentare (pdf)

Taglia-bollette contro imprese, famiglie e clima. Le voci di Legambiente, PD e GreenItalia

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Giovedì, 15 Maggio 2014
Lo spalma-incentivi, obbligatorio e retroattivo per il fotovoltaico, gli oneri di sistema da pagare, in parte, anche sull'energia autoconsumata e la possibilità di avere prezzi negativi in Borsa sono fonte di preoccupazione per gli operatori. Le posizioni di Legambiente, del Pd e di GreenItalia sul tema.

Dovrebbe produrre risparmi per 1.900-2.900 milioni di euro su base annua, due terzi dei quali andrebbero a beneficio delle sole bollette delle PMI. Parliamo ancora del pacchetto di riforme del Ministero dello Sviluppo Economico, volto alla riduzione del 10% della bolletta elettrica delle PMI. Tra i provvedimenti ventilati, in particolare lo spalma-incentivi obbligatorio e retroattivo per il fotovoltaico, e l'imposizione (parziale) di oneri sistema anche sull'energia autoconsumata stanno preoccupando fortemente gli operatori (si veda questo commento che abbiamo pubblicato oggi) e sucitando allarme anche tra le associazioni e qualche politico.

Secondo Legambiente, "i contenuti del provvedimento che il governo dovrebbe approvare nei prossimi giorni, per mantenere la promessa di riduzione del 10% delle bollette alle piccole e medie imprese, vanno in una direzione esattamente contraria agli interventi di cui il Paese avrebbe bisogno", dichiara il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini. "Cambiano i Governi ma non le scelte contro le fonti rinnovabili. Le proposte del ministro Guidi che dovrebbero consentire di tagliare le bollette delle piccole e medie imprese sembrano avere come unica prospettiva, quella di fermare la crescita delle rinnovabili e di aiutare i grandi gruppi energetici in crisi".

Legambiente sottolinea, infatti, come questa riduzione delle bollette per le piccole e medie imprese genererebbe vantaggi, anche in termini di riduzione delle bollette, di gran lunga inferiore di quelli possibili con una seria strategia di efficienza energetica che riguardasse sia i consumi elettrici che quelli termici e attraverso interventi capaci di spingere l'autoproduzione da fonti rinnovabili. A confermare quanto le rinnovabili siano oggi la prospettiva energetica più interessante per il Paese sono del resto i dati della produzione del mese di aprile, che hanno raggiunto il record di 43,7% della domanda di elettricità.

"Chiediamo al Governo di fermare un provvedimento sbagliato nel merito delle scelte e nel messaggio che viene inviato alle famiglie e alle imprese - continua Edoardo Zanchini - perché l'Italia avrebbe tutto l'interesse a investire nelle rinnovabili per ridurre importazioni di fonti fossili e spesa energetica. Tutti condividiamo la necessità di ridurre la spesa energetica, e per questo riteniamo non accettabile che si scelga una strada che va solo nella direzione degli interessi dei grandi gruppi energetici legati alle fonti fossili".

"Legambiente, quindi, propone al Governo Renzi di aprire finalmente un confronto sul futuro energetico del Paese per incentrarlo su una prospettiva di economia low carbon e di generazione distribuita da fonti rinnovabili e efficienti. Perché in questa direzione occorre spingere, e non fermare come propone il Decreto, l'autoproduzione da fonti rinnovabili, attraverso interventi che permettano lo scambio sul posto, la gestione di reti e la vendita diretta di energia da parte di cooperative e Esco oltre a interventi trasparenti sui tanti sussidi fossili o impropri in bolletta su cui il Decreto prova a di intervenire senza il necessario coraggio". "Servono interventi che aiutino imprese e famiglie a investire nell'efficienza e nell'autoproduzione di energia attraverso le fonti rinnovabili - conclude Zanchini - una direzione di questo tipo non solo determinerebbe risultati immediati in termini di riduzione di spesa energetica e importazioni, ma permetterebbe anche di creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro in Italia".

Anche il Partito Democratico, con i parlamentari Vaccari e Cominelli, si "preoccupa per l'ipotesi di far pagare chi investe". "Purtroppo le nostre preoccupazioni su un provvedimento del governo 'spalma incentivi' per le rinnovabili trovano conferme in alcune indiscrezioni apparse sulla stampa. Desta più di una perplessità il fatto che si andrebbe ad intervenire in maniera retroattiva, prolungando obbligatoriamente il periodo di incentivazione. Il che significherebbe, per alcuni, dover rinegoziare gli investimenti con le banche, per altri andare incontro a una crisi", dichiarano i parlamentari del Pd Stefano Vaccari e Miriam Cominelli. "Preoccupa inoltre - proseguono i due parlamentari - l'ipotesi di far pagare a chi investe nelle rinnovabili gli oneri di sbilanciamento, dando vita a un'ennesima tassa sulle rinnovabili. Certo, non tutti gli interventi ipotizzati vanno nella direzione sbagliata, ma quelli principali, a nostro avviso, andrebbero a porre un brusco freno allo sviluppo del sistema delle rinnovabili. Ci auguriamo che il Ministero dello Sviluppo Economico apra un confronto con tutte le forze in campo".

Francesco Ferrante di GreenItalia Verdi Europei afferma che il "governo colpisce famiglie che hanno investito in fotovoltaico per autoconsumo". "E’ una scelta intollerabile quella che vuole fare il Ministro Guidi, in perfetta continuità con Scajola, Romani, Passera e Zanonato, di fare cassa colpendo le famiglie che hanno fatto la scelta virtuosa ed ecosostenibile di investire i propri risparmi in un impianto fotovoltaico per risparmiare sulla bolletta energetica e di colpire quelle imprese innovative stracciando in maniera retroattiva contratti veri e propri. Togliere alle famiglie e alle imprese delle rinnovabili non aiuterà affatto le piccole e medie imprese come invece il Governo vorrebbe far credere; ci auguriamo davvero che al Ministero dell’Ambiente si attrezzino per sventare quest’ennesima mazzata alle rinnovabili, proprio nel momento in cui le stesse si affermano come l’unico futuro possibile del nostro mercato energetico", ha detto Ferrante.

Il candidato al Parlamento europeo, in merito alle indiscrezioni sulle intenzioni del Governo per tagliare il costo della bolletta del 10%, aggiunge che "oltre ai 900 milioni di euro da recuperare tramite il 'famigerato' spalma-incentivi obbligatorio e retroattivo per il fotovoltaico, il Governo ha messo nel mirino il cosiddetto autoconsumo, ovvero i consumatori connessi a reti private (Riu, Seu, Seseu) che sono esentati dal pagamento degli oneri generali di sistema per la quota di energia prodotta e autoconsumata. Si vuole colpire chi ha investito, magari attingendo a risparmi o chiedendo un mutuo, nell’innovazione, anticipando quello che dovrebbe essere il futuro, ovvero case intelligenti che producono e consumano la propria energia. Si continuano a lasciare in piedi intollerabili sostegni alle fonti fossili, per miliardi di euro, e si sceglie di colpire con scientifica precisione il settore delle rinnovabili. Noi che siamo in favore della green economy e delle energie verdi e alternative ci opporremo con forza a questo ennesimo scippo a danni delle aziende e delle famiglie”.

Taglia-bollette e rinnovabili: si uccide il diritto e si semina incertezza

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Giovedì, 15 Maggio 2014
Giuseppe Artizzu
Il sistema è in equilibrio, i prezzi già in discesa. Eppure per ridurre la bolletta si vogliono sacrificare le rinnovabili. Lo spalma-incentivi obbligatorio stravolge il diritto. Gli oneri 'crescenti' sull'autoconsumo seminano incertezza e stroncano il fotovoltaico non incentivato. Benvenuti nello Stato libero di Bananas. Ma il cartello non diceva 'Destinazione Italia'?
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Mettetevi nei panni di ContourGlobal, un investitore internazionale attivo in diciotto paesi e quattro continenti. Un mese e mezzo fa ha comprato per una ventina di milioni di euro un portafoglio di impianti fotovoltaici da Sorgenia, consentendo alla società del gruppo De Benedetti, con le banche accampate in cortile, una vitale boccata d’ossigeno. Interpellati, gli avvocati avranno detto al cliente di star sereno: sì, il tema caro-energia scotta, ma l’apparato normativo che sostiene gli investimenti nel fotovoltaico è inattaccabile, fondato su principi generali di tutela incardinati nell’ordinamento. E poi non siamo in Spagna, il nostro sistema tariffario è in equilibrio, i prezzi dell’energia sono già in discesa, i rendimenti sul debito pubblico sono ai minimi storici: non ci sono né le condizioni giuridiche, né il contesto economico che consentano o giustifichino un intervento inconcepibile in una moderna economia di mercato.

Vero, Matteo Renzi si è speso un taglio del 10% della bolletta delle PMI. Ma nel primo trimestre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità è sceso del 18%: ancora qualche mese perché la discesa si rifletta nei contratti di fornitura, e il taglio è già nei fatti. Peraltro le rinnovabili hanno contribuito molto: sono le rinnovabili che cedono a zero la produzione in ora di punta quando c’è troppa energia nel sistema, non gli impianti convenzionali. Questi vendono con contratti bilaterali oppure, saporitamente remunerati, a Terna sul mercato dei servizi di dispacciamento.

Ma ieri, dopo un paio di settimane di indiscrezioni, sfugge al Ministero dello Sviluppo Economico una bozza del piano taglia-bolletta. È una strana presentazione, tecnica nell’impianto ma intensamente politica nei messaggi. Chi è il destinatario? Il pubblico? Il governo? Matteo Renzi? L’obiettivo è convincere che il fine giustifica i mezzi: tagliare subito le bollette delle PMI, senza aspettare che il mercato faccia il suo corso, legittima farla finita con le fonti rinnovabili. L’erogazione degli incentivi, impegno contrattuale dello Stato nei confronti dei privati che si sono fidati di esso, diventa spesa discrezionale. Si può intervenire retroattivamente, rinviando forzosamente di vent’anni l’erogazione di un sesto di quanto dovuto ai proprietari, senza interessi.

Ovviamente non c’è alcuna verifica dei presupposti (le rendite), solo il fine, tagliare le bollette delle PMI, subito. Non c’è alcuna analisi costi-benefici. Nessun accenno che, venendo in coda ad una serie ininterrotta di interventi invariabilmente penalizzanti, una misura di questo tipo porterebbe il settore fotovoltaico italiano al collasso finanziario. Si è mai visto, in tempo di pace, un provvedimento legislativo palesemente illegittimo che determini dalla sera alla mattina l’insolvenza di centinaia di società e iniziative imprenditoriali?

Dice: “la filosofia dell’intervento è: togliere a chi ha avuto troppo, restituire a chi ha pagato di più”. Avuto troppo, quando? Gli impianti sono nuovi: la generalità dei proprietari ha appena incominciato a recuperare il capitale. Chi ha comprato da Sorgenia, il bonifico lo ha appena fatto. Del miliardo abbondante di tagli previsti per i produttori, almeno 900 milioni colpirebbero le fonti rinnovabili, il resto i famigerati impianti CIP6, le cui convenzioni sono però a fine corsa. Loro sì che hanno avuto. Nei fatti, pagano solo le rinnovabili.

La misura sul fotovoltaico è di gran lunga la maggiore in termini di proventi, ed è l’unica a configurare un atto di imperio estraneo ai principi dell’ordinamento giuridico. Clamorosamente illegittimo, non semplicemente inopportuno. Ma non basta. Il piano dice anche che l’autoproduzione da oggi paga gli oneri di sistema: si parte con un 10%,crescente nel tempo. Come crescente nel tempo, con quale logica e secondo quali principi? Se voglio farmi l’impianto senza incentivi oggi, che visibilità ho sul risparmio futuro?

Così si scoraggiano gli impianti non incentivati, paventandone l’assoggettamento crescente agli oneri di sistema, in gran parte destinati a supportare quelli incentivati. Diabolico. Per il passato si uccide il diritto, per il futuro si semina incertezza. In uno stato normale, sarebbe impensabile dare efficacia immediata ad un piano di questo tenore senza preventivo vaglio parlamentare. Ma a Bananas … qualcuno pensa ad un decreto legge.

Naturalmentenergia cerca ingegnere o perito termotecnico per settore energie rinnovabili

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Giovedì, 15 Maggio 2014
L'azienda, impegnata nel settore delle energie rinnovabili e del risparmio energetico, cerca un ingegnere o un perito industriale termotecnico, anche senza esperienza, per inserimento nella sede lavorativa di Siena.

NaturalmentEnergia, azienda impegnata nel settore del risparmio energetico e delle energie rinnovabili - solare termico e fotovoltaico, biomasse, pompe di calore, ventilazione meccanica, contabilizzazione, microcogenerazione e condizionamento - seleziona personale termotecnico anche senza esperienza per inserimento in organico.

L'azienda richiede:

  • serietà
  • predisposizione alle relazioni interpersonali
  • ambizione professionale
  • capacità organizzative

Il candidato dovrà inoltre essere automunito.

Posti disponibili: 
1
Sede di lavoro: 
Siena
Ragione Sociale: 
Naturalmentenergia
Indirizzo: 
Strada di Pescaia 125 - 53100 Siena
Telefono: 
0577 057746 - 333 3925710
E-mail: 
info@naturalmentenergia.it

Bolletta, invece di colpire le rinnovabili rendiamo il sistema più efficiente

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Giovedì, 15 Maggio 2014
Dario Di Santo
Se il mercato elettrico fosse gestito in modo efficiente, gli utenti potrebbero beneficiare da subito di una buona parte dei 23 €/MWh di riduzione del PUN (prezzo unico nazionale) che si sono avuti anche grazie alle energie rinnovabili. Un valore che corrisponde proprio al 10% di sconto in bolletta promesso dal premier Renzi. Un intervento di Dario Di Santo, direttore generale di FIRE.
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In questi giorni il dibattito è acceso sulle misure che il Governo ha ventilato per ridurre del 10% la bolletta delle Pmi (si vedano le slide MiSE che abbiamo pubblicato ieri, ndr). In primis a lasciare perplessi è lo "spalma-incentivi" obbligatorio, misura retroattiva che - come sottolineato da diversi interventi anche su queste pagine - causerebbe difficoltà a un numero di soggetti ipotizzabile fra le migliaia e le decine di migliaia e un'ulteriore perdita di credibilità per il legislatore, a fronte di benefici discutibili. In questo contesto può essere utile chiedersi se l'unico problema siano gli oneri di sistema, visto che si parla sempre di questa componente.

Il grafico sotto mostra l'andamento delle diverse voci che compongono la bolletta dal 2004 ad oggi. Considerando i valori in vigore ad aprile 2014, al costo finale per l'utente (190 €/MWh) contribuiscono: il costo dell'energia (componente PE, 71 €/MWh); il costo del dispacciamento (14 €/MWh, che sommato a PE dà la componente PED, 86 €/MWh); la componente di commercializzazione (8 €/MWh); le tariffe di trasporto e distribuzione (30 €/MWh); gli oneri di sistema (41 €/MWh); le imposte (8 €/MWh); l'IVA (17 €/MWh).

Un primo elemento su cui porre attenzione è che la componente PE ha un valore superiore di 25 €/MWh rispetto al PUN, il prezzo unico nazionale di Borsa dell'energia elettrica, un distacco imbarazzante.

Il grafico mostra tra l'altro come questa differenza (area gialla) esista a partire dal 2009, perché in precedenza PE e PUN tendevano, correttamente, a sovrapporsi. Vero è che 4-7 €/MWh sono dovuti al fatto che il profilo di consumo del residenziale è concentrato nella giornata, quando il prezzo dell'energia è leggermente più alto, ma anche togliendo questo contributo rimangono 18-21 €/MWh su cui converrebbe concentrare l'attenzione prima di pensare agli oneri di sistema, i quali in realtà degli effetti positivi li stanno portando. Del resto anche le altre componenti di prezzo presentano tutte valori che sarebbe interessante potere ridurre.

Se il mercato elettrico fosse gestito in modo efficiente, infatti, gli utenti potrebbero beneficiare da subito di una buona parte dei 23 €/MWh di riduzione del PUN che si sono avuti da dicembre 2013 ad oggi e che sono stati causati in buona parte proprio dalla crescente presenza delle rinnovabili nel nostro mix produttivo. Un valore che, nemmeno a farlo apposta, corrisponde proprio al 10% di sconto in bolletta promesso da Renzi.

Quello elettrico è un sistema complesso, e ognuno può immaginare soluzioni differenti ai problemi esistenti, ma concentrarsi solo su una voce e su politiche redistributive non appare saggio. Piuttosto che ricorrere a politiche retroattive sarebbe meglio un bond dedicato e mirato a spalmarne il costo su più anni, che non avrebbe conseguenze sui produttori di energia rinnovabile. I costi aggiuntivi legati alla gestione di una misura di questo tipo e alla remunerazione dei sottoscrittori suggeriscono comunque un'accorta analisi costi-benefici.

Sul fronte delle proposte legislative, tagliare il costo della bolletta è di per sé lodevole, ma risulta di reale vantaggio per il Paese solo se collegato a interventi strutturali che consentano di ridurre i costi della generazione e della distribuzione dell'energia. La politica sugli sconti in bolletta finora promossa si è invece caratterizzata per l'idea di trasferire alcuni costi da una categoria di soggetti a un'altra, con dei dubbi benefici sistemici. Anche perché lo sconto riduce l'interesse all'efficienza energetica.

Volendo fare due conti su questo aspetto, è facile verificare che il beneficio riconducibile allo spalma-incentivi corrisponderebbe a un taglio nell’ordine del 5% degli oneri di sistema, che a loro volta per le PMI e le famiglie hanno un’incidenza di circa il 20%. Dunque si parla dell'1% di sconto in bolletta. Se si considera che solo 3.000 aziende su un totale di 425.000 imprese manifatturiere presentano un costo dell’energia superiore al 3% del fatturato (per consumi superiori ai 2 GWh), si deduce che per la stragrande maggioranza delle PMI, destinatarie dell’intervento governativo, il vantaggio non arriverà all'1 per mille di beneficio sui costi aziendali. Francamente poco per giustificare una misura retroattiva.

Il futuro dell'Italia, vista la sua dipendenza energetica dall'estero superiore all'80%, dovrebbe passare per una sempre maggiore diffusione dell'efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. Soluzioni che, rispetto agli sconti in bolletta, hanno il vantaggio di movimentare la filiera dei servizi e dell'industria, di dare occupazione e di portare vantaggi ambientali e sociali (riduzione delle esternalità negative).

Con tutti i soldi spesi sulle rinnovabili elettriche, e sul fotovoltaico in particolare, la cosa più sciocca da fare e non sostenerne oggi la crescita, per far sì che gli oneri di sistema siano effettivamente stati un investimento.

Toninato Giorgio cerca agenti per settore elettrico

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Mercoledì, 14 Maggio 2014
L'azienda, impegnata nel settore dell'efficienza energetica, cerca due agenti plurimandatari in zona 3 Venezie.

Toninato Giorgio s.n.c., azienda che opera da oltre 20 anni nel settore dell'efficienza e del risparmio energetico, nell’ottica di uno sviluppo dell’area commerciale, ricerca due agenti plurimandatari a cui affidare parte dell’area 3 Venezie.

I candidati dovranno essere già inseriti e conoscere molto bene le basi fondamentali della misura e strumentazione elettrica.

L'azienda offre provvigioni su tutta l’area di competenza, comprese le forniture alla clientela già acquisita. 

Posti disponibili: 
2
Sede di lavoro: 
Triveneto
Ragione Sociale: 
Toninato Giorgio s.n.c.
Indirizzo: 
Via Villanova, 77/b – 35020 Saonara (PD)
Telefono: 
049 8791358
E-mail: 
info@toninatogiorgio.it

Enersolare cerca agenti per promozione impianti solari e sistemi per la climatizzazione a basso consumo

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Mercoledì, 14 Maggio 2014
Azienda italiana, impegnata nel settore delle energie rinnovabili e dell'efficienza energetica, cerca 15 agenti nelle regioni Lazio, Abruzzo, Calabria, Puglia, Basilicata e Sicilia.

Enersolare E.S.Co. srl, nell'ottica di espandere la propria rete vendita, è alla ricerca di agenti e incaricati commerciali per la promozione di impianti fotovoltaici, solari termici, impianti e sistemi per la climatizzazione a basso consumo, pompe di calore, caldaie a condensazione, caldaie e stufe a biomassa ed impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili (mercato B2C).

La ricerca è mirata alle regioni: Lazio, Abruzzo, Calabria, Puglia, Basilicata e Sicilia.

Il coordinamento della rete vendita avviene dalla sede di Roma e dalla sede legale-tecnico-commerciale in provincia di Cosenza.

Le risorse si occuperanno principalmente di intercettare e acquisire nuovi clienti nel mercato B2C, residenziale, micro e small business e PMI (piccole utenze domestiche e aziende con utenze in BT), al fine di raggiungere gli obiettivi di vendita. Per i profili più brillanti, che dimostreranno serietà e capacità gestionali oltre che di vendita, si potrà configurare in poco tempo l'assegnazione del ruolo di Team Leader di un gruppo di incaricati commerciali che operano all'interno di una stessa provincia.

L'azienda offre:

  • Corso di formazione in aula e perfezionamento tramite affiancamento "su campo" (gratuiti)
  • Piano provvigionale ai più alti livelli di mercato
  • Programma di incentivi per i migliori venditori
  • Rimborso spese (solo) per i full-time in proporzione alle visite effettuate ai clienti (oltre alle provvigioni ed agli incentivi)

Sono richiesti:

  • Capacità nel raggiungimento degli obiettivi assegnati e consolidamento dei risultati
  • Identificazione di nuovi potenziali clienti sul territorio di competenza
  • Corretta compilazione della reportistica aziendale
  • Ottime capacità negoziali e di gestione delle trattative commerciali
  • Buona conoscenza dei principali tools informatici (Word, Excel, Outlook)
  • Buona presenza e dialettica
  • Indispensabile una pregressa e documentabile esperienza commerciale di almeno 1 anno nel settore.

Il presente annuncio è rivolto ad entrambi i sessi, ai sensi delle leggi 903/77 e 125/91, e a persone di tutte le età e tutte le nazionalità, ai sensi dei decreti legislativi 215/03 e 216/03.

Posti disponibili: 
15
Sede di lavoro: 
Lazio, Abruzzo, Calabria, Puglia, Basilicata e Sicilia
Ragione Sociale: 
Enersolare E.S.Co. srl
Indirizzo: 
via Anagnina 461 - Roma (RM)
Telefono: 
06 7900834
E-mail: 
Job@enersolare.net

Densys Italia cerca agenti di vendita per pompe di calore

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Mercoledì, 14 Maggio 2014
L'azienda, impegnata nel settore delle pompe di calore, cerca 4 agenti di vendita iscritti all’albo degli agenti di commercio.

Densys Italia srl, azienda impegnata nel settore delle pompe di calore, cerca professionisti della vendita iscritti all’albo degli agenti di commercio che vogliano condividere il progetto di crescita dell'azienda.

Completa il profilo un’ottima capacità nella gestione dei rapporti con i clienti, sia in termini di qualità dell’azione che nella scelta del settore commerciale, e apporto del proprio portfolio.

L'azienda offre:

  • Prodotti ad alta innovazione ed efficienza completamente Made in Germany (Waterkotte)
  • Team di lavoro giovane e dinamico
  • Livello di provvigioni di sicuro interesse
Posti disponibili: 
4
Sede di lavoro: 
da definire
Ragione Sociale: 
Densys Italia Srl
Indirizzo: 
Via Julius Durst 6 - 39042 Bressanone (BZ)
Telefono: 
0471-1680536
E-mail: 
neuhaeusler@densys.eu