Mr Green Italy cerca installatori qualificati fotovoltaico e termoidraulica

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Lunedì, 1 Dicembre 2014
La società impegnata nella realizzazione di Servizi Energetici Integrati BtoC, attraverso progettazione, installazione, manutenzione e gestione di Impianti Energy Saving, nell’ambito dell’implementazione della propria Rete di installatori ricerca nuovi installatori nelle Regioni Lazio, Piemonte, Campania e Puglia.

MR GREEN ITALY, società impegnata nella realizzazione di Servizi Energetici Integrati BtoC, attraverso progettazione, installazione, manutenzione e gestione di Impianti Energy Saving, nell’ambito dell’implementazione della propria Rete di installatori ricerca nuovi installatori nelle Regioni Lazio, Piemonte, Campania e Puglia.

Settori: Fotovoltaico, Solare Termico, Pompe di Calore Alta Efficienza, Climatizzazione, Caldaie a Condensazione, Mobilità Elettrica e Illuminazione LED.

Si cercano nuove società installatrici cui affidare in sub-appalto l’installazione di impianti fotovoltaici e/o termoidraulici.

La società installatrice sarà inquadrata con Contratto di Subappalto. Saranno prese in considerazione eslusivamente candidature che presentano le seguenti caratteristiche:

  • POS
  • DURC
  • Autocertificazione della ditta attestante il possesso dei requisiti per eseguire i lavori appaltati
  • Lettera di nomina del medico competente e idoneità alla mansione di ciascun dipendente
  • Cartellino con foto per ogni addetto della ditta
  • Verbale di consegna dei DPI
  • Certificazione delle attrezzature da lavoro, ivi incluse le verifiche periodiche su DPI e Attrezzature di lavoro per il sollevamento
  • Lettera di nomina delle varie figure previste dalla normativa vigente (Rspp, RLS, ecc.)
  • Verifica di possesso dei DPI
  • Attestato RSPP per datore di lavoro in corso di validità datato almeno gennaio 2012
  • Attestato addetto Primo soccorso in corso di validità
  • Attestato formazione dei lavoratori-rischio alto in corso di validità datato al meno gennaio 2012
  • Attestato addetto Antincendio in corso di validità
  • Attestato R.L.S. in corso di validità
  • Attestato per lavoratori in quota in corso di validità

Gradite Candidature di Società Installatrici con dotazione Opere Provvisionali come Cestello / gru / Piattaforma autocarrata e attrezzature di Carico / Scarico Merce.

Segmento Attività: Residenziale, MicroBusiness

Posti disponibili: 
20
Sede di lavoro: 
Lazio, Piemonte, Campania, Puglia
Ragione Sociale: 
Mr Green Italy srl
Indirizzo: 
Via degli Olmetti 5 - 00060 Formello (RM)
Telefono: 
06 88805125
E-mail: 
info@mr-green.it

IEA: how the EU can progress towards an "Energy Union"

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Lunedì, 1 Dicembre 2014
IEA review praises bloc's low-carbon leadership but notes that deeper market integration is essential to manage costs of clean-energy shift

The European Union has made progress in liberalising energy markets, and its global leadership on climate change is to be commended, the International Energy Agency (IEA) said today as it released its review of EU energy policies.

However, the new IEA report said there remains much room for improvement. It noted that much of the integration of Europe’s energy market has been confined to northern and western parts of Europe, and that until important interconnections are built across the entire bloc, the EU will not have a truly integrated, single energy network – the basis for an “Energy Union”. Moreover, despite reforms at the wholesale level, markets are increasingly distorted by the persistence of regulated prices and rising green surcharges and levies.

In the report, Energy Policies of IEA Countries: European Union – 2014, the IEA praised the EU for reducing its carbon intensity and taking the lead in vehicle fuel economy standards. Thanks to the implementation of 20-20-20 targets, lower energy intensity and an unprecedented boom in renewable energies can be witnessed. EU leaders agreed in October 2014 to ambitious climate and energy targets for 2030. Now, the legal framework must be put in place, with market rules for a low-carbon system. The transition to such a low-carbon system remains challenging, as electricity and transport sectors rely heavily on fossil fuels. This requires the swift reform of the EU Emissions Trading Scheme (EU ETS) and support to investment in low-carbon technologies.

"As member states adopt different energy policy choices and decarbonisation pathways towards 2030, a strong ‘Energy Union’ is needed to achieve the EU 2030 goals. But let’s be clear: such a union should not represent a buyer’s cartel. Rather, it should feature an integrated energy market and effective climate and energy policies," said IEA Executive Director Maria van der Hoeven.

"To make the most of the diversity of its energy sources, and to move towards an Energy Union, the EU must better pool its resources within the internal energy market to enhance both energy security and the competitiveness of its industry," she added.

EU electricity systems and markets need to accommodate growing shares of variable renewable energy. At the same time, the EU faces the retirement of half its nuclear generating capacity in the next ten years. Decisions need to be made about uprates, upgrades and lifetime extensions. Energy security must be placed at the centre of the Energy Union. In order to reduce dependency on one single supplier, the EU must further diversify gas and oil supplies, and cannot afford to reduce its energy options: nuclear, coal and unconventional gas and oil will need to be part of the mix.

Among its key recommended policy actions, the IEA report calls for:

  •     A new commitment to the internal energy market across the EU, with an interconnected energy network and competitive retail markets to ensure:
  •         in electricity, the market integration of variable renewable generation with strong co-ordination of electricity system operation; generation adequacy; and demand-side response, balancing and intra-day markets across interconnected systems.
  •         in gas, access to and efficient use of gas storage and liquefied natural gas terminals and unconventional gas sources.
  •     Timely adoption of market-based and governance rules for an integrated 2030 Climate and Energy Framework with priority to energy efficiency, a strong EU ETS, and support to all low-carbon technologies, by integrating technology, RD&D and innovation foresight.
  •     Enhanced EU-wide co-operation on uprates, safety upgrades, and extensions of the lifetimes of existing nuclear power plants to ensure highest safety standards and regulatory stability needed for the investment decisions in those countries that opt for nuclear energy.

Energy Policies of IEA Countries: European Union – 2014 - executive summary (pdf)

Pellet, l'Iva non aumenterà

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Lunedì, 1 Dicembre 2014
Nell’approvare la Legge di Stabilità 2015, la Camera dei Deputati ha di fatto bocciato l’emendamento all’art. 19, che prevedeva l’aumento dell’Iva sul pellet dal 10% al 22% per coprire finanziariamente il mantenimento delle agevolazioni sul gasolio e il GPL. Soddisfazione di AIEL e FREE.

La Camera dei Deputati nell’approvare il DDL Legge di Stabilità 2015 ha di fatto bocciato l’emendamento all’art. 19 (Imprese) che prevedeva l’aumento dell’Iva sul pellet dal 10% al 22% per coprire finanziariamente il mantenimento delle agevolazioni sul gasolio e il GPL, utilizzati come combustibili per riscaldamento, in particolari zone geografiche. 

"Un esito positivo che AIEL (Associazione Italiana Energie Agroforestali) e FREE (Coordinamento delle associazioni delle rinnovabili e dell’efficienza energetica) accolgono con soddisfazione - si legge in una nota stampa congiunta - soprattutto dopo gli sforzi messi in atto per contrastare il provvedimento".

Tuttavia - scrivono le due associazioni in una nota congiunta -  è necessario continuare a monitorare la situazione affinché il testo, che verrà ora sottoposto all’approvazione del Senato, confermi questo risultato.

Il testo dell’art. 19 comma 12 così come approvato dalla Camera, prevede che la minor spesa prevista a carico delle casse dello Stato, pari a 16,336 milioni di euro per il 2015 e 38,690 milioni di euro per il 2016, sia determinata attraverso una riduzione di alcuni specifici crediti d’imposta definiti in un apposito elenco (elenco n. 2) contenuto nel DDL.

"Sarebbe stato un vero paradosso - concludono AIEL e FREE - che, per far fronte a una riduzione di spesa, si fosse ricorso a un aumento dell’IVA per un combustibile rinnovabile come il pellet, utilizzato da oltre 2 milioni di famiglie in Italia, soprattutto nelle fasce di reddito medio-basso".

Le rinnovabili non programmabili tra sbilanciamento e impianti essenziali siciliani

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Lunedì, 1 Dicembre 2014
Giulio Meneghello
Con la nuova delibera sui costi di sbilanciamento per le rinnovabili non programmabili tutti gli oneri ricadono sugli operatori. Anche le nuove regole sugli impianti essenziali in Sicilia avranno impatti per gli impianti eolici e fotovoltaici. Con l'aiuto di Andrea Marchisio, analista di eLeMeNS, cerchiamo di spiegare cosa cambia.
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Quello dello sbilanciamento, ossia dello scostamento tra la produzione prevista e quella effettiva delle rinnovabili non programmabili, è stato un problema molto dibattuto a livello regolatorio. Questo disequilibrio ha creato costi alla collettività, anche se quasi mai si è fatto notare come essi siano in realtà relativamente bassi: nel 2013 circa 33 milioni di € (da confrontare ad esempio per esempio con i circa 500 milioni che ci costano ogni anno gli interconnector, cioè sconti sull’elettricità che già anticipiamo ai privati che stanno finanziando nuove connessioni elettriche con l’estero). Ora però, recependo le indicazioni del Tar (che aveva bocciato le regole precedenti, troppo penalizzanti per le rinnovabili), l'Autorità per l'Energia – con la nuova delibera 522/2014 – ha scritto nuove regole in cui il costo dello sbilanciamento ricade completamente sugli operatori. Con l'aiuto di Andrea Marchisio, analista di eLeMeNS, cerchiamo di spiegare cosa cambia con le nuove regole.

Partiamo dalla fine: qualcuno dice che con le nuove tecnologie per la previsione della produzione da rinnovabili non programmabili quello dello sbilanciamento è un problema ormai in fase di superamento ...

Sicuramente molti soggetti importanti hanno investito in sistemi di previsione quanto più accurati possibile, ma soprattutto a livello orario e sul singolo impianto l'efficacia delle previsioni resta limitata, soprattutto per l'eolico, dove molto dipende dall'orografia del sito. Ad esempio è molto più difficile prevedere la produzione degli impianti eolici in Sicilia rispetto ad altre aree. L'incidenza media dello sbilanciamento medio dell'eolico nel 2013 è stata del 58%: cioè più della metà dell'energia prevista è stata sbilanciata.

Quanto costa tutto ciò per la collettività?

Complessivamente stimiamo che per il 2013 il costo dello sbilanciamento arrivi a 71 milioni di euro; di questi, 33 milioni socializzati e altri 38 a carico dei produttori. Con il nuovo sistema la parte socializzata sarà annullata e tutti i costi saranno fatti ricadere sui produttori.

Come funzioneranno gli oneri di sbilanciamento con la nuova delibera?

La delibera definisce un nuovo sistema di corrispettivi. Le soglie di franchigia sono sostituite da 'bande', percentuali di energia sbilanciata differenziate per fonte sulle quali viene applicato un nuovo corrispettivo. Come nella normativa precedente, per l'energia sbilanciata fuori dalla franchigia, all'energia fuori banda viene sempre applicato il corrispettivo applicato alle unità non abilitate. All'energia sbilanciata in banda viene, invece, applicata una componente di perequazione zonale: un corrispettivo legato alla cosiddetta quota residua, cioè alla differenza tra i corrispettivi di sbilanciamento e i prezzi zonali, che l'Autorità individua come indice del costo degli sbilanciamenti delle rinnovabili che andrebbero a gravare sui consumatori.

Dunque, la differenza principale è che ora i produttori dovranno pagare anche per l'energia sbilanciata all'interno della banda ammessa, che prima era soggetta a franchigia.

Sì, l'obiettivo infatti era di non socializzare i costi di sbilanciamento, che così rimangono in capo ai produttori da rinnovabili non programmabili. La particolarità di questo corrispettivo è che il valore non dipende dal comportamento del singolo impianto, ma dalla somma della quota residua di tutti gli impianti non programmabili di una determinata zona. Si crea così una uniformità di corrispettivo tra gli impianti a rinnovabili non programmabili di una stessa zona, che siano eolici, fotovoltaici o da idroelettrico ad acqua fluente. Corrispettivo che dunque varia di zona in zona e di ora in ora.

Quali sono gli impianti tenuti a pagare gli oneri di sbilanciamento?

Teoricamente tutti gli impianti, ad esempio gli impianti in Conto Energia o quelli che si sono aggiudicati l'incentivo tramite aste. Non ne sono però soggetti gli impianti in scambio sul posto, quelli incentivati con il Cip6 e gli impianti più piccoli, incentivati con tariffa omnicomprensiva. In genere possiamo dire che la questione sbilanciamento riguarda fondamentalmente i grandi impianti. Per il fotovoltaico gli impianti soggetti sono, comunque, in maggioranza “non rilevanti” (quelli sotto i 10 MVA, cioè circa 10 MW, ndr), ad esempio i molti con taglie da circa 1 MW.

Quanto impatterà tutto questo sui business plan degli operatori?

È molto difficile riuscire a determinare un valore prospettico del nuovo corrispettivo, soprattutto per gli scarsi dati che abbiamo a disposizione sul costo della quota residua e sullo sbilanciamento caratteristico zonale di ogni fonte. Quello che possiamo dire è che, vista l'ampiezza notevolmente maggiore della banda stabilita per l'eolico rispetto alle bande assegnate altre fonti, il corrispettivo dipenderà soprattutto dal comportamento aggregato degli impianti eolici. Anche perché la banda per il fotovoltaico per la stragrande maggioranza è quella dell'8%, cioè quella degli impianti non rilevanti. L'Aeegsi infatti assume che gli impianti non rilevanti, potendosi aggregare come un unico utente del dispacciamento in una zona, abbiano un beneficio in termini di prevedibilità della produzione dato appunto dal fatto di agire in forma aggregata.

L'Autorità lascia agli operatori anche la possibilità di rinunciare alla banda, evitando quindi che una parte degli sbilanciamenti sia valorizzata sulla base di corrispettivi medi non differenziati per fonte e pagando per tutta l'energia sbilanciata il corrispettivo applicato alle unità non abilitate. Per quali soggetti questa opzione può essere interessante?

Per gli operatori che hanno investito su una partecipazione più diretta ai mercati elettrici. Dentro le bande, invece, andranno presumibilmente tutti quei soggetti che non hanno avuto attenzione per meccanismi alternativi di valorizzazione dell'energia sui mercati elettrici. Penso a tutti gli impianti in ritiro dedicato, dato che presumibilmente il GSE sceglierà il sistema delle bande per i suoi impianti. La maggior parte degli impianti al di fuori del ritiro dedicato, comunque, vende l'energia a dei trader: saranno probabilmente questi ultimi a valutare il sistema cui aderire, se con bande o senza bande.

Accanto a quella sugli oneri di sbilanciamento, l'Autorità ha pubblicato un'altra delibera che potrebbe produrre effetti per gli impianti a rinnovabili non programmabili: la 521/2014 (allegato in basso) che regola la nuova disciplina per gli 'impianti essenziali' in Sicilia ...

La norma (articolo 23, comma 3bis, del decreto-legge 'Competitività' 91/14, vedi qui, ndr) prevede che tutti gli impianti programmabili siciliani sopra i 50 MW (essenzialmente tutto il termoelettrico, ndr) siano qualificati come essenziali; la delibera 521 dell'Autorità regola il regime con cui questi operatori sono chiamati a produrre da Terna. L'effetto è che questi, chiamati a fornire energia dietro corrispettivo amministrato definito in modo da coprire i costi, perdono potere di mercato, specialmente quando si interrompe la connessione con la zona Sud, per saturazione della capacità di trasmissione dei collegamenti. Questo si traduce in un effetto al ribasso sui prezzi di mercato e, dunque, sui ricavi che gli impianti eolici e fotovoltaici della zona potranno ottenere. Ipotizziamo che Terna sfrutti questi impianti essenziali nelle ore in cui i costi dei servizi di dispacciamento sono più alti: ciò produrrebbe un ribasso dei prezzi oltre che sul MSD anche sul MGP e questo proprio nelle ore di maggior produzione degli impianti a rinnovabili non programmabili.

La partecipazione attiva delle rinnovabili al mercato del dispacciamento potrebbe essere un'opportunità per le fonti pulite in un futuro prossimo? Cosa dovrebbe cambiare per permetterlo?

Le rinnovabili non programmabili essenzialmente possono offrire solo un servizio di riserva a scendere, cioè un riacquisto da parte dell'operatore dell'energia programmata. Affinché ciò sia praticabile, cioè affinché ai produttori convenga rinunciare agli incentivi che avrebbero producendo, si dovrebbero però avere prezzi negativi sul citato riacquisto dell'energia programmata. Anche qui, va detto, solo gli operatori con una struttura tecnica che gli permetta di interagire in tempo reale con il mercato elettrico potrebbero approfittare della possibilità. Su questo argomento però va fatto un discorso sulle possibili evoluzioni future dei meccanismi di sbilanciamento: l'Autorità nel suo documento definisce transitoria la nuova regolazione e accenna di voler arrivare in futuro alla terza delle ipotesi delineate nel dco (si veda qui, ndr). In quello scenario, tutto sarebbe accentrato su Terna, che si occuperebbe delle previsioni della produzione in forma aggregata, diventando una sorta di superbidder. Se ciò si verificasse, segnerebbe un cambio netto rispetto alla attuale tendenza regolatoria che si è mossa verso una sempre maggiore responsabilizzazione dei singoli operatori.

Storage, nuove gigafabbriche e super-batterie rivoluzioneranno il mercato?

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Lunedì, 1 Dicembre 2014
Alessandro Codegoni
Dopo la gigafactory di Tesla e Panasolic, arriva l'annuncio di un nuovo grande progetto di produzione di batterie. Non senza destare dubbi, la società svizzera Alevo prevede di realizzare una mega-fabbrica di accumuli al litio che abbatterebbero il costo di stoccaggio dell’elettricità, tanto da sostituire le centrali elettriche come regolatori della rete.
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Il boom del fotovoltaico e il crollo verticale dei suoi prezzi cominciò quando nel campo, tenuto fino ad allora per lo più da piccole e medie fabbriche europee, piombò come un rinoceronte la potenza industriale cinese, che in pochi mesi mise in funzione fabbriche in grado di sfornare GW di pannelli fotovoltaici, a prezzi così bassi che ben presto misero fuori mercato quasi tutti i competitori. Se succederà lo stesso per le batterie, pare che stavolta la rivoluzione partirà dagli Stati Uniti.

Molti sanno che Elon Musk, il proprietario di Tesla Motor, uno dei massimi produttori di auto elettriche del mondo, si è accordato con Panasonic per costruire una “gigafabbrica” in Nevada, i cui 6500 operai saranno in grado entro il 2020 di produrre ogni anno 500.000 batterie per auto elettriche, per una capacità totale di 50 GWh. In questo modo praticamente la produzione mondiale di batterie al litio raddoppierebbe e il prezzo delle batterie crollerebbe, permettendo a Tesla di diminuire drasticamente il costo delle proprie auto.

La preparazione del sito è già partita non appena lo Stato del Nevada ha fornito gratuitamente il terreno, la costruzione di una strada a 4 corsie che lo colleghi alla più vicina highway e altri benefici fiscali, come la rinuncia alle tasse locali nei primi anni di attività, per 1,3 miliardi di dollari. Da parte loro Tesla e Panasonic investiranno 5 miliardi nel nuovo impianto che sarà del tutto alimentato da fonti rinnovabili: un impianto eolico da 140 MW, moduli solari installati sui 64 ettari del tetto della fabbrica e un impianto geotermico.

Ma se la Gigafactory di Musk è stata pubblicizzata su tutta la stampa del mondo, molta meno risonanza ha avuto un’altra notizia simile, apparsa in questi giorni: la società svizzera Alevo (da ALEssandro VOlta) ha annunciato anch’essa l’apertura negli Usa di un’altra fabbrica in grado di impiegare, a pieno regime, 6000 operai e produrre 16,2 GWh di batterie al litio ogni anno.

Alevo vorrebbe trasformare in modernissima fabbrica di accumulatori un vecchio impianto per la fabbricazione di sigarette nel Nord Carolina, già acquistato al prezzo di 68,5 milioni di dollari. Il prodotto che dovrebbe uscire da questa nuova fabbrica, forse già dalla fine del 2015, è veramente particolare, persino più interessante delle batterie per auto di Musk. Si tratta di superbatterie da 1 MWh l’una, costituite da un container pieno di accumulatori al litio-fosfati realizzati con una nuova tecnologia tedesca, che grazie a elettrodi al nickel-grafite sovradimensionati e un elettrolita a base di biossido di zolfo, secondo Alevo, permettono la scarica completa della batteria senza danni, evitano surriscaldamento e incendi e portano la vita utile dell’accumulatore ad almeno 40.000 cicli di carica-scarica, contro i 3-4.000 delle attuali batterie al litio.

Alevo afferma di avere già ordini per 200 dei suoi container-batteria, abbastanza per far operare la nuova fabbrica nel suo primo anno di attività, e sostiene che, accoppiati al loro particolare software di gestione, questi accumulatori abbattono così tanto il costo di stoccaggio dell’elettricità, da poter sostituire le centrali elettriche come regolatori della rete, recuperare quel 30% di energia sprecata per eccesso di produzione e rendere programmabili le rinnovabili intermittenti.

Troppo bello per essere vero? Forse sì. Il problema con Alevo è che nessuno nel mondo delle batterie e dell’accumulo l’aveva mai sentita nominare prima del clamoroso annuncio di apertura della loro Gigafarm. In effetti la società esiste solo dal 2009 ed è essenzialmente una startup nata per sfruttare i brevetti tedeschi su elettrodi e elettrolita di un’altra startup, la Fortu, che ha fallito il suo tentativo.

Creata da un originale manager norvegese, Jostein Eikeland, che ha cominciato la sua carriera come promoter musicale, per divenire poi fornitore di software per Internet e, infine, passare a una fabbrica di ricambi per auto, senza mai troppa fortuna. Alevo dichiara ora nel suo sito di avere 9 sussidiarie in giro per il mondo, dalle quali fornirà accumulatori e tecnologie per gestirli, ma ammette anche che la sua prima fabbrica sarà quella ancora da costruire in Nord Carolina, mentre tutta la sua attività sembra consistere per ora in ricerca e sviluppo.

Per costruire la fabbrica in Nord Carolina Alevo avrà bisogno di almeno un miliardo di dollari, ma pare ne abbiano raccolti, per adesso, solo 350 milioni, e secondo molti analisti dovranno darsi molto da fare per trovare il resto. Devono convincere gli investitori delle eccezionali qualità di prodotti che, per ora, non esistono ancora. Questo perché il settore delle batterie è notoriamente molto ostico da sviluppare per la diffidenza dei clienti nell’accettare nuove tecnologie non ancora testate.  Ma anche per la difficoltà di passare da novità, che in laboratorio funzionano benissimo, al prodotto industriale, che può rivelarsi molto complesso da assemblare e far funzionare in modo affidabile su grande scala.

Già diverse startup con programmi simili a quelli di Alevo, sono cadute al momento di entrare nel mercato, mentre una grande società nata proprio per produrre batterie di potenza per auto e rete, l’americana A123, è fallita ed è stata acquistata recentemente dalla giapponese NEC.

Insomma, come capita a molte start up desiderose di farsi notare, pare che anche questa svizzera le stia, almeno per ora, sparando un po’ grosse. Vedremo se diventerà la 'Tesla delle batterie per la rete' o solo un vago ricordo sulla tortuosa strada verso il sistema elettrico a fonti rinnovabili.

“CO2 nei beni e competitività industriale europea”, una sinfonia per l'energia

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Lunedì, 1 Dicembre 2014
Sergio Ferraris
La recensione del volume di Agime Gerbeti, "CO2 nei beni e competitività industriale europea", in cui viene sviluppata la tesi dell'incorporazione della CO2 nei beni che un Paese consuma e non in quelli che produce: un approccio che ribalta la vulgata che vuole l'Europa virtuosa e la Cina inquinatrice.

Avrei voluto scrivere una recensione al libro di Agime Gerbeti, ma mi ritrovo nel bel commento scritto da Sergio Ferraris nell’ultimo numero della rivista QualEnergia.

Due sole note aggiuntive. Avevo conosciuto Agime al Master Ridef del Politecnico di Milano, curiosa e interessata ad approfondire le tematiche energetico ambientali. L'ho ritrovata al GSE dove ha messo a frutto le conoscenze acquisite lavorando in ambiti internazionali.  E di aspetti globali parla il suo libro “CO2 nei beni e competitività industriale europea” che affronta una tematica delicata e di grande attualità con l'avvicinarsi della Conferenza sul clima di Parigi. Dare un valore monetario al contenuto di carbonio dei prodotti è infatti una delle alternative, assieme alla carbon tax, al sempre più barcollante sistema dell'Emissions Trading. Insomma, un libro da leggere.

Gianni Silvestrini

 

Avere gli strumenti interpretativi per capire il mondo dell'energia e le sue correlazione è molto spesso complicato e l'intrecciarsi delle questioni climatiche e sociali, oggi spesso esacerbate dalla crisi, di certo non aiuta. Il sistema energetico che abbiamo di fronte oggi funziona - le luci si accendono, gli aerei volano e le fabbriche producono - ma assomiglia a un'orchestra che suona una sinfonia in maniera parziale e stonata visto che, per esempio, continua a sottovalutare esternalità quali quelle legate al clima.

Ma qualcuno, invece, vorrebbe accordare tutto al meglio ed è il caso di Agime Gerbeti che, con il proprio volume "CO2 nei beni e competitività industriale europea", riprende la metafora dell'orchestra per descrivere lo scenario energetico odierno analizzandolo attentamente e soprattutto tentando di rimettere a posto i pezzi mancanti dello spartito, sostituendone molti passi, per poi finire con il "brindisi degli orchestrali" seguito da un’interessante "scrittura del futuro".

E visto il titolo, il lettore che si avvicina al volume non deve pensare che si tratti di uno dei soliti mattoni tediosi dei quali è piena la biblioteca di chiunque si occupi d'energia e ambiente. Niente di più sbagliato. Una delle qualità che saltano all'occhio già alla prima lettura è lo stile fluido ed empatico dell'autrice che conduce il lettore all'interno della complessità relativa alle problematiche energetiche, legate alle emissioni e alla produzione delle merci, senza dimenticare gli aspetti più complessivi come l'analisi LCA e l'utilizzo delle risorse "non prettamente energetiche" come quelle idriche.

La lettura scorre in maniera piacevole perché Gerbeti alterna dati e analisi complicati con aneddoti, come quello che incastra la politica ondivaga del Regno Unito circa le emissioni, citando le dichiarazioni fatte dalla Regina Elisabetta davanti al Parlamento britannico nel 2006 quando esortava a ridurre del 40% le emissioni climalteranti entro il 2030 - su base 1990, ricorda con precisione l'autrice - mentre già nel 2012 le emissioni sono di nuovo in risalita al ritmo del 4,5% annuo, grazie all'incremento del carbone.

Di esempi come questo il volume è pieno e spesso l'aneddotica è utilizzata come collante tra temi che potrebbero apparire slegati e diversi. Ma non si pensi che il libro sia un libello: la base dei dati utilizzata da Gerbeti è solida, coerente, esaustiva e soprattutto pervade tutto il testo, riga per riga.

La parte più interessante del volume - è stata una scelta complicata - è quella legata alla tesi dell'incorporazione della CO2 nei beni che un Paese consuma e non in quelli che produce, cosa che ribalterebbe immediatamente la vulgata che vuole un'Europa virtuosa e una Cina inquinatrice. E si badi che l'autrice va oltre alla carbon tax; si spinge fino a considerare le emissioni climalteranti come una componente di beni e servizi alla stregua delle materie prime. Ossia un costo industriale da inserire a pieno titolo all'interno del prezzo finale, magari incorporando anche l'analisi LCA. Non mancano nel testo lievi riferimenti autobiografici che non sono inseriti mai a sproposito, ma anzi fanno da contrappunto alle tesi, introducendo la quotidianità necessaria all'analisi che altrimenti potrebbe essere a tratti troppo astratta.

Un tocco di femminilità che all'austero mondo dell'energia manca e che rappresenta un arricchimento indispensabile ma che, purtroppo, a oggi è ancora troppo limitato, viste le poche donne che si occupano di energia. Spiegare la complessità del mondo dell'energia, in maniera fluida e semplice mantenendo autorevolezza. Questa la sfida di Agime Gerbeti: vinta.

CO2 nei beni e competitività industriale europea
di Agime Gerbeti
prefazione di Tullio Fanelli
Editoriale Delfino 2014
ISBN: 978-88-97323-33-4
pp 156 - 19 €

Investire nel fotovoltaico esistente: lo storify del workshop QualEnergia.it

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Venerdì, 28 Novembre 2014
Redazione Qualenergia.it
Questa mattina all'Ara Pacis abbiamo parlato con operatori, enti di ricerca, società di consulenza e istituzioni dei problemi e delle opportunità legati alla gestione del parco fotovoltaico esistente. Ecco uno storify con i tweet che sintetizzano i punti salienti dei vari interventi. Sull'argomento QualEnergia.it pubblicherà uno speciale, in uscita il 16 dicembre

Per gli italiani le fossili non sono la soluzione al problema energetico. Un sondaggio di Behind Energy

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Venerdì, 28 Novembre 2014
Un sondaggio sui costi dell’energia commissionato da Behind Energy, il nuovo sito che raccoglie studi, ricerche e articoli più autorevoli a livello mondiale sui veri costi dell’energia. L’analisi condotta su un campione 1.000 intervistati, cittadini e professionals.

Petrolio, nucleare e carbone sono i principali colpevoli delle esternalità negative delle fonti energetiche e gli italiani hanno ben presente il legame tra energia e inquinamento. Il 94% degli italiani vede nella produzione e consumo di energia una causa di inquinamento. Questo è quanto emerge dal primo sondaggio sui costi dell’energia commissionato da Behind Energy, il nuovo sito che raccoglie studi, ricerche e articoli più autorevoli a livello mondiale sui veri costi dell’energia. L’analisi è stata condotta su un campione 1.000 intervistati e ha coinvolto 800 cittadini e 200 professionals (imprenditori, top manager, ecc.). Il report con i risultati è disponibili in pdf (vedi sotto).

L’interesse degli italiani in generale sui temi energetici è molto alto. L’86% del campione ha detto infatti di essere interessato all’energia e la crisi economica ha certamente contribuito a cambiare l’orizzonte dei cittadini.

Secondo la maggioranza degli intervistati (oltre il 60%) le fonti rinnovabili sono la soluzione principale per risolvere i problemi energetici, in seconda battuta la riduzione dei consumi e l’aumento dell’efficienza energetica. Continuare a sfruttare i combustibili fossili non è invece contemplata come soluzione al problema energetico.

“I risultati dovrebbero servire a illuminare il dibattito in Italia sulle varie fonti di energia e indirizzare le scelte di politici e policy maker per quanto riguarda il nostro futuro energetico”, ha detto Michele Appendino presidente di Behind Energy. “Il pubblico italiano così come la business community sono pronti per una riflessione più equilibrata sulle nostre scelte in materia perché capiscono l’impatto in termini di inquinamento, salute, disastri ambientali e costo economico delle esternalità generate da scelte passate in termini di politica energetica.”

Per la prima volta sono state analizzate le attribuzioni spontanee tra aggettivi e fonti energetiche. Le fonti fossili e il nucleare catalizzano i giudizi più negativi come “costoso”, “brutto”, “pericoloso” e “dannoso per la salute”. Mentre emerge l’associazione tra solare e “indispensabile”, non più solo solare “verde” ed ecologico. La retorica rispetto agli incentivi sembra aver fatto breccia: solare ed eolico sono infatti al primo posto della classifica nelle percezioni delle fonti maggiormente incentivate. Sorprende tuttavia che circa 1/3 degli intervistati individui anche il petrolio tra le fonti più incentivate. Il petrolio inoltre è visto come la causa di guerre dall’83% del campione.

Nell’opinione pubblica è altrettanto chiara la connessione tra inquinamento e salute: il 72% del campione individua l’inquinamento come una delle principali cause di mortalità. Inquinamento, catastrofi naturali e smaltimento dei rifiuti sono i primi problemi legati all’ambiente individuati dagli italiani. I professionals, a differenza del resto della popolazione, riconoscono come più grave il tema dell’inquinamento e dello smaltimento dei rifiuti, mentre il cittadino comune dà maggior peso alle catastrofi ambientali che peraltro caratterizzano le cronache odierne.

Sulle tematiche ambientali gli italiani hanno tradizionalmente evidenziato un divario netto tra gli aspetti legati all’opinione (o ai valori) e quelli legati al comportamento. Fino al recente passato l’adesione a queste istanze non ha mai determinato una presa di coscienza tale da comportare un cambiamento negli stili di vita o nell’agenda delle priorità. I risultati della ricerca sottolineano che, anche in virtù della perdurante crisi economica, siamo di fronte a un profondo cambiamento dell’approccio al tema.

Report "I costi dell'energia" - sondaggio Behind Energy (pdf)

Fondo nazionale per l'efficienza energetica, “può contribuire al 30% degli obiettivi SEN”

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Venerdì, 28 Novembre 2014
Redazione Qualenergia.it
E' la stima nel 'Energy Efficiency Report' dell'Energy Strategy Group del Polimi che sarà presentato l'11 dicembre a Milano. Per finanziare l'efficienza energetica, superando le barriere esistenti, c'era l'esigenza di un fondo di garanzia, mostra la ricerca condotta su 180 ESCo e 35 istituti di credito.
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Nonostante l'ampio ventaglio di strumenti disponibili - dal Fondo Europeo per l’Efficienza Energetica, ai vari fondi regionali, passando per programmi come ELENA e JESSICA - tra il 2007 e il 2013 sono stati realizzati interventi di efficienza energetica attraverso l’utilizzo di finanziamenti pubblici per meno di 50 milioni di euro, con l’utilizzo di leasing per circa 74 milioni di euro, contro i circa 585 milioni di euro provenienti dai prestiti bancari “tradizionali”. Si spera che si possa fare meglio con la creazione di fondi di garanzia e in particolare con il nuovo Fondo nazionale per l'efficienza energetica: a seconda della dotazione potrà contribuire a far raggiungere il 30-40% degli obiettivi stabiliti nella Strategia Energetica Nazionale (SEN).

Sono questi alcuni dei dati e delle stime che vengono dal nuovo Energy Efficiency Report, il rapporto sull'efficienza energetica dell'Energy Strategy Group  del Politecnico di Milano, che sarà presentato il prossimo 11 dicembre a Milano, ma che QualEnergia.it ha potuto sfogliare in anteprima. Un lavoro molto interessante che quest'anno affronta alcuni dei temi più “caldi” per gli operatori del settore: gli approcci alla gestione del rischio nei progetti di efficienza energetica, le soluzioni per raccogliere e analizzare dati sui consumi, le caratteristiche delle differenti configurazioni di filiera e, appunto, il problema cruciale delle modalità di finanziamento.

Il modo in cui pubblico e privato finanziano l'efficienza energetica, emerge dallo studio, deve cambiare se si vuole essere più efficaci nel liberare il potenziale di questo giacimento di energia nascosto. Nonostante la disponibilità di diversi strumenti pubblici diverse barriere ostacolano l’ottenimento di finanziamenti alternativi al prestito bancario.

L’utilizzo di strumenti pubblici - si spiega - è frenato dalla complessità degli iter burocratici che possono portare a tempistiche per l’ottenimento dei finanziamenti anche superiori all’anno e dall’ammontare minimo richiedibile, in media nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro, che penalizza gli interventi di piccole-medie dimensioni.

Anche il leasing, nonostante sia una forma di finanziamento consolidata da anni, si rivela spesso poco adatto. A frenarne la diffusione le modalità di concessione di tale contratto, condizionate alle peculiarità delle tecnologie per l’efficienza energetica che deve essere “amovibile” e “fungibile”.

Per gli altri strumenti di finanziamento che non utilizzano fondi pubblici le principali barriere all’utilizzo si riferiscono soprattutto alle difficoltà organizzative e gestionali che caratterizzano meccanismi di recente formazione: ad esempio l’ottenimento di bond di progetto necessita di sforzi da parte del richiedente nelle attività di negoziazione e posizionamento sul mercato.

Nonostante le premesse non siano le migliori, l’indagine empirica condotta con il coinvolgimento, da un lato, di 80 Energy Service Company (ESCo), i soggetti principali del settore dell’efficienza energetica in Italia, e, dall’altro lato, di 35 istituti di finanziamento, mette in luce una significativa volontà di invertire questa tendenza nel futuro, anche attraverso l’auspicato sviluppo di un fondo di garanzia.

In merito a questa possibile evoluzione, anche il Legislatore appare allineato con gli operatori del settore. Ne è dimostrazione il Decreto Legge 102/2014, che recepisce in Italia la Direttiva 2012/27/UE sull’efficienza energetica e che ha istituito presso il Ministro dello Sviluppo Economico il cosiddetto Fondo nazionale per l’efficienza energetica, fondo di natura rotativa che mira a sostenere gli investimenti per l’efficienza energetica attraverso concessione di garanzie ed erogazione di finanziamenti (direttamente o attraverso banche e intermediari finanziari).

I criteri, le condizioni e le modalità di funzionamento, di gestione e di intervento del Fondo saranno stabilite mediante uno o più decreti attuativi e la dotazione del Fondo per gli anni 2014 e 2015 è rispettivamente di 5 e 25 milioni di euro, che può essere ulteriormente integrata per un massimo di 30 milioni  annui per il periodo 2014-2020.

Il report prova appunto a capire i risultati che il Fondo potrà ottenere e stima l’ammontare “ideale”. Per farlo si prendono in considerazione gli obiettivi di risparmio energetico fissati dalla SEN nei differenti ambiti (residenziale, terziario e industria) e i risultati ad oggi raggiunti, le soluzioni tecnologiche per l’efficienza energetica attualmente disponibili e la loro convenienza economica; infine, l’ “effetto leva” (cioè il rapporto volume garanzie su fondi propri) di altri fondi di garanzia istituti in passato (in particolare si è considerato l’effetto leva di 18 stimato per il Fondo di garanzia per le PMI del MiSE).

Il raggiungimento del 30% degli obiettivi prefissati dalla SEN nel residenziale, nel terziario e nell’industria - è il risultato dei calcoli - necessiterebbe un ammontare annuo del «Fondo nazionale per l’efficienza energetica» pari a 51 milioni di euro costante fra il 2015 e il 2020. Quantitativo che salirebbe a 136 e 219 milioni di euro se si volesse raggiungere rispettivamente il 40% e il 50% dell’obiettivo.

La dotazione «base» del Fondo, pari a 25 milioni di euro annui, nell’ipotesi che essa perduri tra il 2015 ed il 2020, comporterebbe il raggiungimento del 30,4% dell’obiettivo prefissato, se assegnata al solo ambito residenziale e una percentuale simile (31,2% dell’obiettivo prefissato), se assegnata al solo ambito industriale. Nel caso al fondo fosse assegnata la dotazione più ottimistica possibile nello scenario attuale - 60 milioni di euro - i fondi sarebbero sufficienti a raggiungere il 36,4% dell’obiettivo prefissato nel solo ambito residenziale o il 44,9% dell’obiettivo prefissato al solo ambito industriale.

Un green new deal per il clima e contro la crisi

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Venerdì, 28 Novembre 2014
Gianni Silvestrini
Come spiega l'ultimo rapporto IPCC, per essere efficaci nel rallentare il global warming bisogna azzerare le emissioni da fossili. La buona notizia è che le soluzioni per farlo, cioè rinnovabili ed efficienza, sono sempre più convenienti dal punto di vista economico: possiamo vincere la sfida clima creando anche benessere. L'editoriale di Silvestrini.
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Nella sintesi finale del quinto rapporto dell’Ipcc presentato all’inizio di novembre a Copenhagen si trovano passaggi che rafforzano le valutazioni fatte da questo organismo nel corso degli ultimi 25 anni e ci sono novità nella sottolineatura degli interventi da adottare. I dubbi sulla gravità della situazione si riducono e la constatazione del raggiungimento dei più elevati livelli di concentrazione della CO2 in atmosfera da 800.000 anni sottolineano la necessità di agire rapidamente. In caso contrario: «il cambiamento del clima accelererà la probabilità di gravi, pervasivi e irreversibili impatti per le popolazioni e per gli ecosistemi».

Per la prima volta in maniera chiara si dice che, per avere buone probabilità di non superare la soglia di 2 °C di incremento della temperatura rispetto al periodo preindustriale, alla fine del secolo le emissioni legate ai combustibili fossili si dovranno praticamente azzerare. «Dobbiamo agire ora per ridurre le emissioni di CO2, ridurre gli investimenti nel carbone e adottare energie rinnovabili per evitare il peggioramento del clima che si evolve a una velocità senza precedenti» ha commentato il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, aggiungendo: «L’azione contro il cambiamento climatico può contribuire alla prosperità economica, a un migliore stato di salute e a città più vivibili».

Due i messaggi da sottolineare: da un lato la chiarezza della proposta, l’azzeramento delle emissioni, e dall’altro la valutazione che questo obiettivo si possa raggiungere senza gravi danni alle economie, anzi contribuendo al benessere dell’umanità. Per far digerire la radicalità dell’indicazione sul taglio delle emissioni, il rapporto insiste molto sulla tecnologia di sequestro della CO2. Ai Paesi produttori di carbone, petrolio e gas, in sostanza, si dice: «Guardate che questi combustibili si potranno ancora utilizzare se si svilupperà il CCS». Questo auspicio, in realtà, contrasta con il notevole scetticismo che circola sulla sua fattibilità economica e con i forti rallentamenti dei programmi di sperimentazione.

In realtà, qual è la riflessione che fa ritenere praticabili obiettivi così spinti e che fa sperare che alla Conferenza sul clima di Parigi l’anno prossimo potranno essere raggiunti risultati positivi? È la consapevolezza, ormai anche a livello politico, della crescente affidabilità di alcuni strumenti di riduzione delle emissioni. Alla Conferenza di Copenhagen del 2009 la loro incisività non era ancora così evidente. A questo risultato si è arrivati grazie alla decisa riduzione dei costi di molte nuove tecnologie, dalle rinnovabili all’efficienza, dalla mobilità all’industria, in grado di facilitare notevolmente le politiche di contenimento delle emissioni.

Prendiamo il caso delle fonti rinnovabili. Alcuni dati spiegano la diversità di percezione che si ha oggi del loro ruolo. Tra il 2009 e il 2014 la potenza eolica e solare è triplicata arrivando a 540 GW, ma soprattutto il costo del kWh eolico si è ridotto del 58% e quello del fotovoltaico del 78%. Questo trend di riduzione dei prezzi spiega perché lo scorso anno nel mondo si è installata più potenza da rinnovabili che da centrali fossili e nucleari.

Ma l’ottimismo è alimentato anche dalle evoluzioni tecnologiche che stanno avvenendo sul lato dell’efficienza. Nel campo dell’illuminazione, le lampade a Led hanno visto un calo annuo dei prezzi del 15% ed è previsto un ulteriore dimezzamento delle quotazioni entro il 2020. Materiali isolanti innovativi a base di aerogel hanno visto i costi ridotti del 70% negli ultimi tre anni. Anche il prezzo delle batterie, che saranno indispensabili sul medio e lungo periodo per le rinnovabili e le auto elettriche, si è dimezzato negli ultimi cinque anni. E il Dipartimento dell’Energia statunitense si è posto l’obiettivo di ridurre di quattro volte il prezzo degli accumuli nel periodo 2013-2018. Questi ambiziosi target rendono realistici gli scenari di una diffusione su larga scala sia dei veicoli elettrici che del fotovoltaico.

Ed è proprio la constatazione di queste dinamiche che consente alla IEA, solitamente criticata per la sua cautela sulle rinnovabili, di formulare scenari secondo i quali entro la metà del secolo le tecnologie solari potrebbero diventare il principale produttore di elettricità nel mondo e di valutare in 71 trilioni di dollari i benefici di uno scenario climatico spinto. Anche alcuni recenti rapporti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale rilevano la possibilità di garantire un’efficace riduzione delle emissioni con risvolti positivi per l’economia, grazie anche ai benefici legati agli effetti collaterali degli interventi, in particolare sulla salute. Del resto, l’ultimo rapporto dell’Ipcc indica un impatto molto modesto delle politiche radicali necessarie per evitare di superare i 2 °C di temperatura. L’incidenza media annua entro la fine del secolo sarebbe pari a un calo solo dello 0,06% del Pil.

E proprio sulla base delle evoluzioni tecnologiche in atto e dei risultati di questi studi, il premio Nobel Paul Krugman ha recentemente scritto: «L’idea che lo sviluppo economico e le strategie per il clima siano incompatibili può sembrare ragionevole, ma in realtà è più il pregiudizio di una mente confusa. Se riusciremo a superare gli interessi di parte e le ideologie che hanno bloccato finora le azioni per salvare il Pianeta, scopriremo che questo risultato è molto meno costoso e più facile di quanto normalmente si pensi».

L’altro elemento da sottolineare e che emerge sempre più spesso nei rapporti sul clima è la necessità di intervenire rapidamente per limitare i consumi di carbone. L’incitamento a «ridurre gli investimenti nel carbone» del Segretario dell’Onu è una frase che riecheggia gli slogan della campagna “Divest fossil” per spostare gli investimenti dai fossili alle rinnovabili. Ed è, in questo senso, molto interessante la proposta del Governo danese di studiare l’eliminazione entro il 2025 delle centrali a carbone, che forniscono al Paese il 38% dell’elettricità. Una scelta coerente con la strategia che punta a uscire totalmente dai combustibili fossili entro 35 anni (trasporti e calore inclusi) e con l’obiettivo di soddisfare con l’eolico la metà dei consumi elettrici alla fine del decennio. Anche la Germania sta irrigidendo la sua posizione sul carbone con l’imposizione di limiti più rigidi alle emissioni. Proprio come hanno fatto gli Usa con la proposta di Obama di ridurre entro il 2030 del 30% le emissioni di CO2 del settore termoelettrico, in larga parte a carbone, rispetto al 2005.

Ma la notizia più importante per il clima viene dalla Cina. Secondo gli ultimi dati, per la prima volta da un secolo, nel 2014 il consumo di carbone si sarebbe ridotto dell’1%. Se confermati, questi valori rileverebbero l’efficacia di una serie di misure recentemente adottate per far fronte alle terribili condizioni di inquinamento delle città cinesi ed evidenzierebbero l’impatto della rapida crescita delle rinnovabili, con 12-13 GW fotovoltaici installati nel 2014, un’analoga potenza eolica e un forte incremento nell’idroelettrico.

E a proposito della campagna “Divest fossil”, interessanti sviluppi si sono registrati in Australia, Paese che produce il 69% della propria elettricità con il carbone e che è il secondo esportatore mondiale di questo combustibile. Dopo il successo ottenuto con l’adesione dell’Australian National University, il 18 ottobre si è tenuto il “National Divestment Day”, giornata in cui centinaia di persone hanno disinvestito i propri risparmi dalle Banche coinvolte nel finanziamento delle miniere di carbone.

Il presidente della Commissione europea, Juncker, ha annunciato la predisposizione di un fondo di 300 miliardi di Euro per rilanciare l’economia. Ovviamente già circolano le proposte più diverse sull’impiego di queste risorse. Sembrerebbe quasi naturale che una parte significativa venisse destinata al rilancio della green economy.

Per capire le prospettive che si aprono, è opportuno fare un passo indietro e ricordare le risposte dei diversi Paesi alla crisi del 2008. In quell’occasione, infatti, una quota degli investimenti per il rilancio dell’economia si colorò di verde. Gli Usa qualificarono in tal senso il 12% del loro pacchetto di stimoli, la Germania il 13%, la Cina il 38%, la Corea del Sud l’81%. E l’Italia? Solo l’1%. Peraltro, la situazione attuale richiederebbe uno sforzo maggiore sul versante energetico ambientale rispetto a sei anni fa per una serie di motivi.

Allora molti Paesi avevano avviato importanti programmi di incentivazione delle fonti rinnovabili, che al momento invece è difficile proseguire per gli impatti degli incentivi sulle tariffe. Oggi il tema di sicurezza energetica del Continente si è fortemente amplificato in relazione con la delicata situazione in Ucraina, Libia e Iraq. Vi è poi da considerare l’aumento dei fenomeni estremi. In Italia, la frequenza e l’entità di precipitazioni molto intense sul 70% della superficie italiana sottolineano l’urgenza di avviare una seria politica di riduzione dei rischi legati al dissesto idrogeologico.

Le proposte che possono essere formulate per avviare un nuovo Green Deal sono molte e vanno dal sostegno a una politica di riqualificazione spinta degli edifici e di interi quartieri, proposta sostenuta dalla Direzione Energia della Commissione, al supporto alla biochimica che vede punte di eccellenza nel nostro Paese, al rilancio europeo dell’industria delle rinnovabili, degli accumuli e dei veicoli elettrici. E naturalmente andrebbero previste misure di adattamento climatico, particolarmente urgenti in un Paese territorialmente fragile come il nostro.

Per quanto riguarda le risorse finanziarie, oltre a quelle proprie dell'Unione, si potrebbero definire strumenti nuovi, quali l’introduzione di una tassa europea sulle transazioni finanziarie e una carbon tax a livello europeo, risorse che consentirebbero un forte potenziamento dei programmi del Green Deal e l’avvio di una risposta incisiva sul fronte occupazionale e di superamento dell’attuale stagnazione economica.

A motivare ancor di più la nostra voglia di cambiamento poi è giunta la notizia dell'intesa sul clima tra Cina e Usa. Diventa a questo punto molto più probabile il raggiungimento di un accordo alla Conferenza sul clima dell'anno prossimo a Parigi. È prevedibile inoltre un forte incremento degli investimenti su rinnovabili ed efficienza in tutto il mondo. Il solo impegno della Cina implica la realizzazione ogni anno di 60.000 MW (la metà della potenza elettrica totale installata in Italia) senza emissioni di CO2, prevalentemente da fonti rinnovabili. Peraltro è probabile che le emissioni raggiungano un picco in Cina ben prima del 2030 indicato nell'accordo. Lo scorso anno la nuova potenza da rinnovabili ha superato infatti quella delle nuove centrali a carbone e nucleari. Inoltre, secondo i primi dati del 2014, si sarebbe registrata una storica inversione con un calo dell'1% dei consumi di carbone.

L'articolo di Gianni Silvestrini è stato pubblicato sul n.5/2014 della rivista bimestrale QualEnergia, con il titolo "Green new deal per il clima".