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Come sarà il mondo delle rinnovabili nel 2017

Martedì, 24 Gennaio 2017
Redazione QualEnergia.it
Investimenti globali stazionari, costi delle tecnologie pulite in discesa, carbone in difficoltà, vendite di auto elettriche sopra il milione di unità, sviluppo dell’energy storage. Restano poi ancora molte incognite sulle quotazioni del petrolio. Le principali tendenze dell’economia verde riassunte da Bloomberg.
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Come sarà il 2017 delle fonti rinnovabili? Dopo aver visto i dati più recenti sul fotovoltaico mondiale, proseguiamo il filone dei “numeri che verranno” prendendo spunto da ...

 

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"Pendolaria 2016", per i pendolari un Paese sempre più diviso

Martedì, 24 Gennaio 2017
Redazione QualEnergia.it
Dove si investe i risultati ci sono, sa in termini di utenti che qualità del servizio. Ma crescono le differenze tra le aree del Paese. Nel Mezzogiorno dal 2010 treni tagliati del 21,9%: in tutto il meridione meno corse che nella sola Lombardia. Il nuovo rapporto di Legambiente sui pendolari ferroviari presentato oggi a Palermo.
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Cresce di poco il numero dei pendolari ferroviari - 5,5 milioni – mentre continuano ad aumentare le diseguaglianze tra le Regioni su numero di viaggiatori e condizioni del servizio offerto.

È questo il dato saliente del rapporto "Pendolaria 2016" di Legambiente, presentato oggi a Palermo (in allegato in basso).

Nel 2016 il numero dei pendolari del treno è aumentato di poco: +0,7% rispetto al 2015 per il trasporto ferroviario e +0,6% per quello metropolitano. La crescita dei pendolari aumenta dove il servizio non è stato tagliato e dove sono stati realizzati investimenti nell’acquisto di nuovi treni, come in Lombardia dove sono arrivati a 712mila (con un +1,3%), in Emilia-Romagna (+3%) e in Alto Adige (dove sulle linee riqualificate con treni nuovi sono triplicati, da 11.000 nel 2011 a quasi 32.000).

Continua invece a calare in Regioni dove dal 2010 a oggi sono stati realizzati solo tagli ai servizi (in Calabria -26,4% treni in circolazione e -31% passeggeri, in Campania -15,1% treni e -40,3% passeggeri, in Piemonte –8,4% e -9,5%) e nelle città dove il servizio è scadente, con sempre meno treni e sempre più vecchi come a Napoli sulla Circumvesuviana (le corse sono state ridotte del 30% dal 2010) o sulla Roma-Ostia Lido (vedi tabella).

In questi anni – denuncia Legambiente - si è inoltre assistito alla chiusura di oltre 1.120 chilometri di linee ferroviarie, cui vanno aggiunti 412 km di rete ordinaria che risulta “sospesa” per inagibilità dell’infrastruttura, come per la Trapani-Palermo, la Gemona-Sacile, la Priverno-Terracina, la Bosco Redole-Benevento e la Marzi-Soveria Mannelli in Calabria.

Per fare qualche esempio, in Molise non esiste più un collegamento ferroviario con il mare: da qualche mese sono scomparsi i treni che dal 1882 collegavano Campobasso con l’Adriatico e con Termoli. In tutto sono 1.532 km di linee ferroviarie su cui non esiste attualmente alcun servizio passeggeri.

È un'Italia che viaggia sempre di più a velocità differenti, quella che viene fuori dal rapporto che, dal 2008, presenta la fotografia della situazione del trasporto ferroviario in Italia e ne racconta i cambiamenti. Sono proprio le differenze e le diseguaglianze tra le diverse aree del Paese, ad essere al centro del focus quest’anno.

Con realtà dove la situazione è migliorata ed altre, più numerose, in cui ci sono meno treni e anche più lenti che in passato, per via dei tagli ai treni Intercity e a lunga percorrenza e a quelli regionali (tagliati rispettivamente del 22,4% e del 6,5% rispetto al 2010, vedi tabella).

Continuano intanto i successi dell’alta velocità, con un servizio sempre più in crescita e articolato (dal 2007 +394% sulla Roma-Milano) e un numero crescente di passeggeri (+6% nel 2016, dopo il +7 del 2014 e 2015).

Ma risultati positivi li troviamo in altre realtà dove si è puntato sul ferro: dal tram Firenze-Scandicci (30mila passeggeri al giorno) a quelli nuovi di Palermo, alle linee dove si è investito in Alto Adige, alla linea Palermo-Catania, ad alcune linee pugliesi.

E in ogni parte d’Italia, dove si investe nel ferro il successo è garantito come dimostrano 30 buone pratiche raccontate nel Rapporto.

Per Legambiente la sfida fondamentale del trasporto ferroviario in Italia si gioca al Sud e nelle città

Basti dire che nelle principali aree metropolitane vivono 25 milioni di persone ed è lì che secondo gli studi continuerà a concentrarsi questa crescita. Proprio nelle nostre città, però, si evidenzia il ritardo più forte in termini di dotazione di trasporto su ferro rispetto al resto d’Europa, dove siamo sotto il 50% rispetto alla media per metropolitane e tramvie, e al 51% per le ferrovie suburbane.

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Borse di studio per corso di formazione sull'eolico

Martedì, 24 Gennaio 2017
Fino al 20 febbraio 2017 è possibile candidarsi per l'assegnazione delle Borse di studio per la partecipazione al corso di formazione Anev-Uil che si svolgerà il 16 e 17 marzo a Roma dal titolo "La sicurezza nel parco eolico".

A partire dal 23 gennaio è possibile candidarsi per l'assegnazione delle Borse di studio per il corso di formazione Anev-Uil che si svolgerà il 16 e 17 marzo a Roma presso la sede dell'ANEV su "La sicurezza nel parco eolico" .

Il corso è rivolto a tutti coloro che vogliono sfruttare le opportunità offerte dalla risorsa vento.

I corsi di formazione Anev sono aperti a tutti e nascono con lo scopo di ampliare il bagaglio di conoscenze dei partecipanti sul mondo dell'energia eolica fornendo nozioni nuove e specialistiche.

Il corso di marzo verterà sulle tematiche della sicurezza nel parco eolico e della prevenzione e gestione del rischio.

Anche in questa occasione Anev e Uil mettono a disposizione delle borse di studio a copertura totale per la partecipazione ai corsi, offrendo un numero di borse proporzionale al numero di richieste che perverranno entro il 20 febbraio, con lettera motivazionale allegata.

Inviare il proprio curriculum vitae all'indirizzo formazione@anev.org con la motivazione della propria richiesta entro il 20 febbraio 2017.

Ulteriori informazioni: www.anev.org

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FV e rinnovabili, dall’esperienza di Conergy Italia nasce Artha Consulting

Martedì, 24 Gennaio 2017
News dalle Aziende
Dopo la chiusura della filiale italiana del gruppo Conergy, la gestione del mercato italiano per i suoi prodotti è stata affidata ad ARTHA Consulting, società di consulenza nel settore delle rinnovabili fondata da Giuseppe Sofia, ex Vice President di Conergy.

Con la chiusura della filiale italiana del gruppo Conergy si chiude un’epoca del fotovoltaico in Italia.

Dopo 10 anni di attività e posizionamento tra i principali operatori del settore e circa 700 MW di prodotti installati, seguendo le orme di altri operatori internazionali anche il gruppo Conergy decide di abbandonare la gestione tramite filiali dirette dell’area EMEA (Europa, medio oriente e Africa).

La gestione del mercato italiano per i prodotti Conergy è stata affidata quindi ad ARTHA Consulting.

Fondata da Giuseppe Sofia (foto in alto) Vice President di Conergy per oltre un decennio con ruolo di AD per l’Italia e responsabile sviluppo business per l’area EMEA, ARTHA Consulting è una società di consulenza in ambito commerciale e sviluppo orientata alle tecnologie sostenibili e il business etico.

Pioniere nel mercato del fotovoltaico, il team è composto da una squadra di professionisti del solare con lunga esperienza nel settore maturati anche nel gruppo Conergy, su diversi segmenti di business. L’esperienza spazia dall'avviamento di iniziative commerciali specifiche, lancio prodotti, progetti di posizionamento brand e alla strutturazione di canali commerciali, allo sviluppo progetti di investimento nel solare e alla vendita di servizi.

Forte di un network nazionale e internazionale di relazioni professionali derivanti da progetti sviluppati nel corso di due decenni in tutto il mondo, in ambito solare ed energetico, il team si propone come partner per portare a successo iniziative di investimento e sviluppo business.

ARTHA Consulting è inoltre partner per lo sviluppo business nel bacino mediterraneo del gruppo Chint con i marchi Chint Solar ed Astronergy.

Chint Solar è oggi il 6° principale operatore mondiale del solare, parte di un solido gruppo industriale con più di 30 anni di storia, circa 30mila dipendenti e oltre 6 miliardi di euro di fatturato.  Nel 2013 il gruppo Chint acquistò lo stabilimento tedesco Conergy di produzione moduli.

ARTHA Consulting è quindi la porta di accesso per forniture di:

  • Moduli made in Germany di alta qualità al giusto prezzo disponibili a marchio Conergy ed Astronergy
  • moduli 'made in Malesia' con ottimo rapporto qualità prezzo disponibili a marchio Astronergy
  • moduli well made in China per progetti internazionali disponibili a marchio Astronergy
  • soluzioni in ambito energy storage e altre tecnologie di autoproduzione di energia da fonte rinnovabile.

Oltre che per forniture di prodotto, ARTHA Consulting è il partner per soluzioni relative ad iniziative di sviluppo progetti a livello nazionale ed internazionale quali bridge financing, speciali garanzie di prodotto in ambito grandi impianti e soluzioni di solar lease.

Giuseppe Sofia ha spiegato che “a livello di strategia commerciale intendiamo rivolgerci ai primari operatori. Il prodotto Conergy Power Plus che ha una clientela storica distribuita su tutto il territorio nazionale è stato, per esempio, affidato in distribuzione a VP Solar. Per altri brand stiamo finalizzando accordi con altri importanti operatori".

La società si rivolge inoltre direttamente ai grandi sviluppatori che realizzano progetti a livello internazionale. E’ infatti nei grandi progetti multiMW che il gruppo Chint esprime meglio le sue potenzialità. Recentemente si è infatti aggiudicato la fornitura di un importante progetto da 170 MW in Marocco.

Per i produttori nazionali ed internazionali, ARTHA Consulting è il partner ideale per un'efficace commercializzazione dei prodotti in Italia e nel bacino mediterraneo.

Giuseppe Sofia è socio co-fondatore e fa anche parte del comitato dei saggi dell’associazione Italia Solare; un’associazione che promuove il fotovoltaico quale principale fonte alternativa ai combustibili fossili.

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Geotermia elettrica in Italia: qualcosa si muove?

Martedì, 24 Gennaio 2017
Redazione QualEnergia.it
Tra le rinnovabili, la geotermia ad alta entalpia per la produzione elettrica, è quella che si è dimostrata meno dinamica negli ultimi 6 anni. Ora però, ammesso che si superino vuoti normativi e opposizioni locali, le nuove tecnologie potrebbero sbloccare la situazione fino a raddoppiarne la produzione.
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La geotermia italiana ad alta entalpia, presa fra lentezze ministeriali e opposizioni locali, continua a ristagnare: mentre tutte le altre fonti rinnovabili galoppavano, dal 2010 – quando il settore, prima monopolio Enel, fu liberalizzato – al 2016 la produzione annuale da questa fonte in Italia è passata solo da 5 a 5,9 TWh.

Non che manchino le iniziative, ma dopo sette anni quasi tutto è ancora al livello di “valutazione iniziale”.

Nuove aree e decreti mancanti

Per ora ci 23 permessi di ricerca, tutti intorno alle due aree “storiche” – Larderello e Amiata – e un solo nuovo pozzo esplorativo, ma la geotermia per la produzione elettrica sta  tentando di espandersi anche in altre regioni.

Secondo il sito del MiSE, ci sono infatti altri 14 permessi di ricerca in atto – 8 nel Lazio, 2 in Lombardia, 3 nel Lazio e 1 in Sicilia – e ben 42 domande per ulteriori permessi (oltre alle regioni precedenti anche in Umbria).

Le risorse di vapore meno pregiate di quelle “storiche” a cui mirano questi progetti, quasi sempre dovrebbero essere sfruttate tramite impianti a ciclo binario, dove il fluido geotermico non va direttamente in turbina, ma fa bollire un liquido a basso punto di ebollizione e viene re-iniettato nel sottosuolo.

«Enel, che pure ha centrali a ciclo binario in Arizona, dice che i fluidi in Toscana non sono adatti a queste tecnologie. Ma i nuovi operatori, evidentemente, la pensano diversamente», spiega a QualEnergia.it Sergio Chiacchella, direttore del Consorzio per lo Sviluppo delle Aree Geotermiche.

«Purtroppo a frenarli – continua – è la mancanza di una normativa chiara. Sono anni che l’aspettiamo, ma per ora è uscito solo un documento di buone pratiche a cura del MISE».

Verso impianti a emissioni nulle

Oltre al consueto “decreto mancante”, a frenare c’è anche l’opposizione dei tanti comitati del No alla geotermia“, prima contrari agli impianti geotermici tradizionali, ora spesso anche a quelli binari.

Ciò che più temono gli «antigeotermia» è che una volta che il fluido è stato utilizzato, vengano rilasciati in aria i gas che contiene e che non possono essere condensati con il raffreddamento, alcuni dei quali, come idrogeno solforato, ammoniaca o mercurio, sono tossici.

«In realtà questo problema sussisteva con la vecchia geotermia, le cui centrali sono state però ormai tutte o rinnovate o chiuse – precisa Chiacchella – e gli attuali impianti sono dotati di tecnologie che abbattono quasi totalmente i gas inquinanti e il loro impatto sulla salute della popolazione, come dimostrato da vari studi sanitari, è inesistente».

Un’affermazione confermata ad esempio dall’ultimo studio in materia commissionato dall’Ars Toscana e pubblicato a dicembre 2016 (“Esposizione ad acido solfidrico ed effetti acuti sulla salute. Uno studio case-crossover in Amiata”, qui in pdf), che “non rileva situazioni di particolare criticità”, con l’eccezione di alcuni picchi di emissioni nei fermi degli impianti più vecchi.

Volendo, però, nell’abbattimento dell’inquinamento la geotermia può andare ancora oltre: il Ministero dello Sviluppo economico finanzia con appositi incentivi progetti per impianti sperimentali sotto i 5 MW, a emissioni nulle, visto che re-iniettano nel sottosuolo sia il fluido che i gas non condensabili.

Nuove tecnologie per rilanciare la fonte

Dieci proposte per impianti di questo tipo sono in varie fasi di autorizzazione presso il ministero.

«Due di esse, una nel pisano e una all’Amiata, dovrebbero essere vicini alla partenza, perché, a differenza dei progetti maggiori, in questi casi la sussistenza delle risorse geotermiche necessarie è già accertata, mentre la presenza di incentivi correlati alle difficoltà tecniche che si incontrano riduce i rischi per gli operatori», ci dice Chiacchella.

Riuscire a installare i primi impianti pilota a ciclo binario e re-iniezione totale, sarebbe, secondo Chiacchella, fondamentale per il rilancio del settore, perché dimostrerebbe la fattibilità e la convenienza di sfruttare risorse geotermiche più diffuse in Italia, oltre a migliorare l’accettabilità sociale di questa fonte.

Ma neanche la re-iniezione totale potrebbe bastare ai comitati del “No”. Ci sono per esempio proteste contro questi impianti sperimentali a Orvieto, e anche a Pozzuoli e all’Isola d’Ischia, in Campania, regione che con essi comincerebbe a utilizzare le sue abbondanti risorse geotermiche.

Nel mirino i possibili impatti sul paesaggio o sulla sismicità da re-iniezione dei fluidi e l’alterazione delle falde idriche, che potrebbero indurre.

«L’impatto sul paesaggio è già considerato nella valutazione di impatto ambientale», risponde Edo Bernini, direttore della direzione Ambiente ed Energia della Regione Toscana. Insomma se l’impianto deturpa, niente VIA.

«La sismicità indotta è provocata dalla variazione di pressione nel sottosuolo, come accade nel fracking per gli idrocarburi – spiega invece Chiacchella – Ma una corretta “coltivazione” del campo geotermico con la re-iniezione del fluido utilizzato, consente di evitare questi rischi. E i fluidi geotermici vengono captati a migliaia di metri di profondità, molto più in basso delle falde di acqua potabile.»

Vale la pena?

«La popolazione locale deve valutare se un impianto geotermico sia compatibile con le attività locali – osserva Chiacchella – ma deve essere informata correttamente, sia sui reali impatti, sia sulle risorse che portano al territorio sotto forma di royalties e per l’uso diretto del calore. Una volta che si sono valutati bene i pro e contro, però, la politica deve decidere, senza farsi bloccare in eterno da veti, provenienti, spesso, da associazioni che rappresentano poche persone.»

Viene però da chiedersi se questa insistenza per la geotermia sia in fondo giustificata: anche se tutti questi progetti andassero in porto le quantità in gioco sembrano modeste.

«Non è ancora possibile conoscere la nuova potenza complessiva che verrà installata in Toscana, essendo le ricerche ancora in corso, ma si stima sia sui 150 MW», dice Bernini. Il che porterebbe la potenza geotermica a superare di poco il GW, contro gli attuali 880 MW.

Se la situazione si sbloccasse del tutto, poi, secondo l’Unione Geotermica Italiana, la geotermia italiana, entro il 2030 potrebbe più che raddoppiare potenza e produzione, arrivando fino a 2 GW e 12 TWh, visto che, a differenza di altre rinnovabili, questa fonte dà energia 24 ore al giorno.

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Da Fondimpresa 15 milioni per formazione in rinnovabili, efficienza energetica e antisismica

Martedì, 24 Gennaio 2017
Domande dal 14 marzo. Le modalità di richiesta e la documentazione. Il fondo interprofessionale per la formazione continua di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil finanzia piani condivisi per la formazione dei lavoratori delle aziende operanti nella prevenzione del rischio sismico e idrogeologico, nell’efficienza energetica e nelle rinnovabili.

Fondimpresa – il fondo interprofessionale per la formazione continua di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil – finanzia piani condivisi per la formazione dei lavoratori delle ...

 

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"AriaPulita" Road Tour - prima tappa

Martedì, 24 Gennaio 2017
Data Evento: 
03 Febbraio 2017 - 05 Febbraio 2017
Milano (Darsena), 3 - 5 Febbraio 2017

"ARIAPULITA” ROAD TOUR - 1° tappa

Come riscaldare con meno emissioni e più rendimento? Come accedere agli incentivi?

La certificazione di qualità AriaPulita per stufe, inserti e caldaie a legna e pellet incontra cittadini e istituzioni per rispondere a queste ed altre domande.

Da venerdì 3 a domenica 5 febbraio 2017 a Milano, in zona Darsena, al via la prima tappa del Road Tour del primo marchio volontario che aiuta i consumatori italiani a scegliere in base alle loro prestazioni ambientali.

Inizia il viaggio per la diffusione della cultura di una buona combustione, per un riscaldamento nel rispetto della qualità dell’aria e dell’ambiente.

Info su ospiti e programma: www.energiadallegno.it/ariapulita-via-al-road-tour-la-qualita-dellaria/

AriaPulita è promossa da AIEL – Associazione italiana energie agroforestali, con il supporto di Legambiente, Eneaed Enama.

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Germania, quanto è difficile abbandonare il carbone

Martedì, 24 Gennaio 2017
Redazione QualEnergia.it
Un documento commissionato dal WWF mostra quanto sia urgente dismettere in Germania le centrali fossili per rispettare gli accordi di Parigi. Attesa una forte crescita delle rinnovabili, guidate dall’eolico su terraferma e offshore. L’uscita dal carbone dovrebbe iniziare nel 2019 e terminare nel 2035.
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La Germania deve dismettere velocemente le centrali a carbone, partendo da quelle più vecchie, se intende rispettare gli accordi di Parigi e “ripulire” il suo mix energetico.

Questo, in sintesi, è quanto afferma un documento recentemente pubblicato dal WWF tedesco, dal titolo Germany’s electric future/Coal phase-out 2035 (sintesi allegata in basso).

Lo studio, condotto da Öko-Institut e Prognos per conto dell’associazione ambientalista, riprende il concetto di carbon budget per spiegare l’urgenza di abbandonare la fonte fossile più inquinante.

L’obiettivo stabilito nel 2015 a Parigi, poi confermato dalla Cop22 di Marrakech, è limitare il surriscaldamento globale a due gradi centigradi, rispetto all’età preindustriale. La quantità massima di CO2 compatibile con un simile scenario è stata stimata in 890 miliardi di tonnellate, di cui una decina spetta alla Germania (4 per il settore elettrico).

Con quattro giga tonnellate a disposizione, si legge nello studio del WWF, la generazione elettrica tedesca è a un bivio: chiudere tutti gli impianti a lignite-carbone nei prossimi vent’anni, o sforare il limite di CO2 che le è stato assegnato e, di conseguenza, fallire la sua transizione energetica verso le fonti rinnovabili.

Il problema del carbone tedesco è noto: il combustibile fossile assicura il 40% della produzione di energia elettrica complessiva ed è responsabile dell’80% delle relative emissioni inquinanti. Nonostante tutti gli sforzi passati e presenti per aumentare la quota delle tecnologie verdi attraverso quel processo chiamato l’Energiewende, la Germania continua a dipendere moltissimo dalle risorse convenzionali.

Il grafico sotto riassume lo “scenario di trasformazione” che dovrebbe accompagnare la dismissione completa delle centrali fossili (e del nucleare) con un progressivo incremento delle fonti pulite.

Si vede chiaramente che la sostituzione di lignite e carbone avverrà soprattutto con l’eolico su terraferma e offshore e in misura minore con il fotovoltaico e le altre fonti rinnovabili.

Al gas è affidato un ruolo-ponte destinato a scomparire, al pari del nucleare dopo il 2020, come già deciso dal governo tedesco dopo il disastro di Fukushima in Giappone.

È uno scenario credibile? Il peso del carbone, come avevamo osservato in questo articolo, negli ultimi anni è rimasto stabile grazie essenzialmente a due fattori: 1) il bassissimo valore dei crediti di CO2 sul mercato ETS, che ha scoraggiato gli investimenti in misure antinquinamento delle centrali fossili e 2) il costo competitivo del carbone rispetto al gas naturale.

Diversa, ad esempio, è la situazione che si è creata di recente in Gran Bretagna con la crisi della fonte “sporca” e il boom di eolico e fotovoltaico, in una transizione energetica supportata dalla crescente produzione elettrica a gas (In Gran Bretagna più eolico che carbone nel 2016).

Lo studio commissionato dal WWF elenca vari punti imprescindibili per trasformare il mix elettrico tedesco:

  • Accelerare l’espansione delle rinnovabili secondo il piano previsto dalla EEG 2014.
  • Dal 2019 smantellare le centrali a carbone in funzione da più di trent’anni.
  • Fissare al 2035 lo stop totale e definitivo di tutti gli impianti fossili, escluso il gas.
  • Ridurre l’export tedesco di energia ad alto contenuto di CO2.
  • Introdurre misure e strumenti per mantenere in equilibrio il sistema elettrico e garantire la sicurezza delle forniture. Lo scopo è rendere più aperte e flessibili le linee di trasmissione con dispositivi di accumulo e bilanciamento dei carichi, per integrare una quantità crescente di output rinnovabile nella rete. Molto interessante, a questo proposito, la sperimentazione condotta in California su un grande impianto FV (vedi QualEnergia.it).

La fuoriuscita dal carbone, è bene ricordare, è argomento che divide l’opinione pubblica tedesca, tra chi sposa senza riserve la causa delle rinnovabili e chi, invece, ha qualche dubbio sulla tenuta dell’economia nazionale con un abbandono troppo repentino delle attività minerarie.

Ancora lo scorso ottobre, infatti, il ministro dell’Economia, Sigmar Gabriel, aveva frenato l’entusiasmo verde, sostenendo che non ci sarebbe stata alcuna fuga dalla fonte fossile prima del 2040.

Il documento del WWF (sintesi - pdf)

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Garanzie d’Origine, esito dell‘asta del 20 gennaio 2017

Martedì, 24 Gennaio 2017
L’esito della sessione d’asta del 20 gennaio 2017 per l’assegnazione delle Garanzie d’Origine. I titoli assegnati, nella disponibilità del GSE, sono relativi alla produzione da gennaio a dicembre 2016

l GSE ha reso noto l’esito della sessione d’asta del 20 gennaio 2017 per l’assegnazione delle Garanzie d’Origine (deliberazione dell’Autorità per l’Energia ARG/elt 104/11), vedi ...

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Investire nell'eolico, quali segnali di mercato di lungo termine?

Lunedì, 23 Gennaio 2017
Redazione QualEnergia.it
Il rischio di investire in progetti di fonti rinnovabili che richiedono elevati capitali iniziali e ricevono prezzi all’ingrosso dell’elettricità nel breve termine bassi e volatili resta molto elevato. Servono altri segnali di mercato e nuove soluzioni per rendere remunerativi questi impianti in vista degli obiettivi post 2020. Un'analisi di WindEurope.
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Oggi sono molto rischiosi gli investimenti in progetti a fonti rinnovabili che prevedono elevati capitali iniziali e dipendono da prezzi all’ingrosso dell’elettricità nel breve periodo ancora troppo bassi e volatili.

Per capire come abbassare questo rischio, l’associazione WindEurope ...

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