Risorse, energia, economia: la via circolare per uscire dalla crisi

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Venerdì, 15 Novembre 2013
Fabio Terragni e Gianluca Sala
Uscire dalla e ripensare i paradigmi dell’economia occidentale: da un modello lineare ad uno circolare. Progettando i beni in modo da creare un ciclo chiuso di risorse e trasformando i consumatori in utenti, l'industria manifatturiera europea può risparmiare 700 miliardi $ l'anno, a beneficio di ambiente, innovazione ed occupazione.
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La crisi recessiva che ha colpito tutto il mondo “sviluppato” deve rappresentare anche un’occasione per ripensare i paradigmi che dominano l’economia occidentale. In questo contesto, caratterizzato anche da una continua crescita dei prezzi delle materie prime e dei combustibili fossili, appare del tutto insufficiente lo sforzo per minimizzare gli sprechi di energia e di risorse. Negli ultimi anni è stato messo a fuoco un concetto, quello di “economia circolare”, che descrive in modo preciso e dettagliato - almeno dal punto di vista teorico - i passi da compiere per una riforma sostenibile della produzione di beni e servizi (si veda il rapporto “Toward a Circular Economy: economic and business rationale for an accelerated transition”, a cura della Ellen Macarthur Foundation - 2012). Non solo: ci sono aziende che hanno intrapreso questo cammino con convinzione, dimostrando l’effettivo valore pratico, oltre che teorico, dell’economia circolare.

La crisi dei consumi non può farci dimenticare che - dall’inizio della Rivoluzione industriale - i Paesi sviluppati hanno beneficiato di un’impressionante aumento della capacità produttiva e quindi della disponibilità di beni di consumo. Nel corso del XX secolo, il prodotto interno lordo globale è cresciuto di oltre 20 volte; nei Paesi che ne hanno beneficiato, questa crescita ha generato una notevolissima ricchezza diffusa. Alla base del prepotente sviluppo occidentale c’è un modello di produzione ad alta intensità di energia e di risorse naturali che può essere definito “lineare”, dove i prodotti industriali derivano da uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali che - al termine del ciclo di vita dei beni – diventano rifiuti.

I concetti di riuso e di rigenerazione, centrali in un'economia di sussistenza, sono stati a lungo abbandonati a favore del modello lineare “prendi-usa-getta”. Ancora oggi circa l’80% dei materiali a fine vita finisce in discarica o in un inceneritore. Gli innegabili benefici del modello lineare hanno costi “esterni” particolarmente elevati, finora ignorati o tollerati. Tuttavia questo quadro sta entrando in crisi a causa dei prezzi in aumento delle risorse naturali, oltre che dei costi dello smaltimento dei rifiuti. La tendenza al recupero dei materiali è ancora troppo contenuta, soprattutto a fronte della prevista espansione della platea mondiale di consumatori, dovuto all’aumento della classe media con capacità di spesa (basta considerare i  3 miliardi di abitanti dei BRICS - Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Mantenendo inalterato il modello lineare di produzione e consumo, la pressione ambientale crescerebbe a dismisura, con effetti ecologici ed economici potenzialmente devastanti.

Il sistema economico mondiale, secondo un rapporto di PriceWaterhouseCoopers, consuma annualmente circa 65 miliardi di tonnellate di materie prime, e in prospettiva nel 2020 arriverà a utilizzarne 82 miliardi. In passato la discesa dei prezzi delle risorse naturali ha supportato la crescita economica nelle economie avanzate e, anche per questo motivo, il loro recupero non è mai diventato una priorità economica. L’efficienza nei cicli produttivi è stata perseguita soprattutto riducendo i costi del lavoro (oltre che trascurando le cosiddette “esternalità”).

Tuttavia dal 2000 i prezzi delle risorse naturali sono in costante ascesa: nel McKinsey’s Commodity Price Index 2011, la media aritmetica dei prezzi dei sub-indici riferiti a quattro commodity (alimentari, prodotti agricoli non alimentari, metalli ed energia) si colloca al livello più alto del secolo. E i segnali fanno ritenere che la scarsità di risorse e la volatilità dei prezzi siano destinate a permanere, se non ad aggravarsi. Nel loro complesso, tali dinamiche mettono in tensione il tradizionale modello lineare.

L’economia circolare nasce per dare risposta a queste criticità ed è basata – in modo intenzionale e progettuale - su recupero e rigenerazione dei prodotti e dei materiali. Risultati che possono essere ottenuti solo attraverso un re-design di sistema, che rivisiti prodotti, processi produttivi, modelli di business. Uso e consumo dei materiali debbono essere distinti: l’enfasi è su un modello di “servizio funzionale” in cui produttori e distributori, invece di cedere la proprietà dei loro prodotti, agiscono come service provider. Alla base di questa rivoluzione produttiva, alcuni semplici concetti, mutuati anche dai cicli organici:

  • rifiuti zero: l’economia circolare tende a eliminare la produzione di rifiuti, grazie al reinserimento dei cicli naturali dei componenti biologici e al recupero dei componenti tecnici di un prodotto. È un’ambizione che si spinge oltre i concetti di riciclaggio e recupero. Si tratta piuttosto di pianificare il ciclo di vita dei componenti durevoli e dei componenti di consumo di un prodotto;
  • energie rinnovabili: per alimentare l’economia circolare, l’energia dovrebbe provenire da fonti rinnovabili, al duplice scopo di ridurre la dipendenza da risorse naturali e aumentare la resilienza dei sistema (per esempio a shock energetici);
  • utilizzatori, non consumatori: è necessario sviluppare un “nuovo contratto” tra le imprese e i loro clienti basato non più sulla vendita dei prodotti, ma sull'erogazione di servizi basati su beni durevoli, recuperabili, rigenerabili, che possano essere ceduti in possesso, affittati, condivisi. Nel caso debba essere ceduta la proprietà, ne viene incentivato il recupero al termine del periodo di uso primario;
  • approccio sistemico: ponendo maggiore attenzione ai flussi e alle connessioni, piuttosto che ai singoli componenti, è più facile aumentare la capacità rigenerativa del sistema produttivo.

La “regola d’oro” dell’economia circolare fa riferimento alle “potenzialità del circolo più stretto”: meno un prodotto deve essere cambiato per il suo riuso o rigenerazione, più velocemente torna in uso, più alto è il potenziale di risparmio. I processi di riciclo tradizionali sono “laschi”, ovvero basati su cicli inversi lunghi che riducono l’utilità dei materiali al loro livello più basso, disperdendo buona parte del valore aggiunto. Un altro meccanismo fa riferimento alla massimizzazione del tempo in cui la risorsa rimane in un circolo e alla massimizzazione del numero di circoli consecutivi (sotto forma di riuso/rigenerazione dei prodotti o di semplice riciclaggio dei materiali).

Un terzo meccanismo si riferisce al potenziale degli “usi a cascata”. L'esempio classico è quello dei prodotti tessili in cotone, che possono essere dapprima riutilizzati per confezionare abiti, poi utilizzati nell’arredamento e più tardi nell’edilizia (per l’isolamento termico e acustico) per ritornare, infine, nella biosfera. Un’ultima potenzialità risiede nella capacità di progettare prodotti che permettano flussi di materiali “puri”, non tossici e facili da separare: ciò consente un significativo aumento dell’efficienza dei processi di recupero.

La razionalità economica ed ecologica dell’economia circolare non è di per sé sufficiente a determinarne il successo. Cosa serve affinché la rivoluzione prenda piede? Va detto anzitutto che ogni prodotto/business ha le proprie specifiche caratteristiche e non esiste una ricetta sempre valida. Tuttavia, possono essere individuate quattro categorie di elementi critici:

  • design di prodotto: in tutti i casi di successo, miglioramenti nelle fasi di design del prodotto e accurata selezione dei materiali hanno portato a significative riduzioni dei costi associati all’attivazione di cicli inversi sempre più stretti, senza compromettere l’integrità e la qualità complessiva dei prodotti. Oltre alla scelta dei materiali, è premiante l’adozione di componenti modulari e standardizzati, e un accurato design per il disassemblaggio. Allo stato attuale sono ancora sottoutilizzati i principi della separazione dei nutrienti tecnici da quelli biologici e l’eliminazione di sostanze tossiche dai prodotti e dai processi produttivi;
  • nuovi modelli di business: design dei servizi e formule di business più attraenti sono essenziali per il successo dell’economia circolare. I prodotti devono diventare “miniere”, da cui continuare ad attingere. È necessario passare da modelli di business basati sulla proprietà del bene da parte dell’acquirente a quelli basati sull’utilizzo e sulla performance (leasing, noleggio, ecc.);
  • cicli inversi e usi a cascata: senza sistemi di trattamento e raccolta efficienti, la perdita di risorse e materiali continuerà minando le fondamenta del design circolare. È necessario migliorare le abilità e le infrastrutture che permettono di chiudere il cerchio;
  • altri fattori abilitanti: affinché il riuso dei materiali e una più elevata produttività diventino tanto comuni quanto lo sono oggi i rifiuti, i meccanismi di mercato dovranno essere supportati da politiche, azioni formative ed educative, dalle istituzioni finanziarie.

I risultati delle analisi e simulazioni svolte da McKinsey per la Ellen Macarthur Foundation mostrano che l'approccio circolare può portare a significativi miglioramenti nella produttività dei materiali e può essere realmente profittevole per le imprese. Ma vantaggi e benefici non si limiterebbero alle imprese, avendo un effetto sistemico e generando un impatto positivo sull’intero sistema economico, inclusi i consumatori/utenti finali.

Il sistema economico potrebbe beneficiare di un sostanziale risparmio di materiale netto con conseguente abbassamento del livello di volatilità dei prezzi e dei rischi di fornitura. In Europa il potenziale di risparmi si aggira nell’ordine dei 700 miliardi di dollari all’anno: solo nel mercato dei prodotti di largo consumo, l’economia circolare potrebbe permettere ben 630 miliardi di dollari all’anno di risparmi, cifra pari al 23% dell’attuale spesa per le materie prime e a circa il 3,5% del PIL europeo del 2010.

Non solo: un’economia centrata sull’utente vedrebbe aumentare i tassi di innovazione, occupazione e produttività del capitale (tutti fattori moltiplicatori a loro volta), promuovendo uno spostamento verso il settore terziario (servizi). Verrebbero ridotte le esternalità negative (risultato dell’avere meno materiali in circolo). Tale riduzione sarebbe maggiore di ogni possibile miglioramento incrementale di efficienza all’interno del sistema attuale.

Infine aumenterebbe la “resilienza” del sistema: la capacità di reagire a shock di ogni tipo (fattori geo-politici, climatici, ecc.). Un modello, dunque, che mostra come la sostenibilità e il risparmio possano rendere più competitive le aziende e le nostre economie sulla base di competenze, innovazione ed efficienza nell’uso delle risorse.

L'articolo è stato pubblicato sul n.4/2013 della rivista bimestrale Qualenergia, con il titolo "Il circolo dell'economia".

COP19: è arrivato il momento della leadership del Sud del Mondo?

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Giovedì, 14 Novembre 2013
Piero Pellizzaro
Dopo i primi due giorni di relativa calma, i negoziati alla COP19 entrano nel vivo e si cominciano a delineare gli obiettivi che i diversi paesi vogliono portare a casa. La terza puntata della cronaca dai negoziati a Versavia.

Dopo i primi due giorni di relativa calma, i negoziati alla COP19 cominciano a diventare sempre più intensi e si iniziano a delineare gli obiettivi che i diversi paesi vogliono portare a casa. La posta in gioco è alta come non mai, soprattutto dopo i mezzi passi falsi degli ultimi quattro anni. Gli interessi di 195 paesi devono fondersi e muoversi in un’unica direzione per trovare un accordo sul Post-Kyoto, che dovrà essere raggiunto entro il 2015 (questo dovrà avvenire con l’obiettivo fondamentale di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei di 2 °C).

Il cambiamento climatico influisce sempre più sullo sviluppo dei paesi emergenti, ma è al tempo stesso una leva per fare emergere le economie dei paesi in via di sviluppo: questi due aspetti devono essere punti fermi per gli obiettivi al 2015 e per gli anni successivi. Al fine di raggiungere questo scopo sarà forse necessario cominciare a chiedersi se non sia utile una revisione dei processi decisionali della conferenza.

Continua a leggere qui la terza puntata cronaca dalla COP19 di Varsavia di Piero Pelizzaro, Responsabile Cooperazione Internazionale di Kyoto Club.

Seconda puntata

Prima puntata

 

Domanda carbone stabile, e chi vorrebbe se ne consumasse di più

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Giovedì, 14 Novembre 2013
Redazione Qualenergia.it
L’Italia importerà 19 milioni di tonnellate di carbone nel 2013, dato stabile rispetto allo scorso anno. Secondo Andrea Clavarino, presidente di Assocarboni e delegato del Governo Italiano al Coal Industry Advisory Board IEA, il nostro Paese dovrebbe consumare più carbone per ridurre il caro energia. Una tesi a dir poco discutibile.
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In Europa quest'anno è previsto un aumento delle importazioni di carbone di circa il 5% rispetto al 2012. L’Italia invece nel 2013 ne importerà 19 milioni di tonnellate, dato stabile rispetto allo scorso anno. La maggior parte proviene via mare da Stati Uniti, Sud Africa e Indonesia, Paesi che contribuiscono all’80% delle importazioni di carbone da vapore in Italia.

Sono alcuni dei dati resi noti da Andrea Clavarino, Presidente di Assocarboni, nel corso della riunione plenaria del Coal Industry Advisory Board/IEA 2013, tenutasi ieri a Parigi (in allegato in basso la nota).

Un incontro che è stato occasione di esternazioni sulla politica energetica nazionale ed europea: "Se l'Italia continuerà ad ignorare il contributo del carbone alla produzione di elettricità a prezzi competitivi, il suo tessuto industriale presto sarà a rischio", ha dichiarato Clavarino, che è delegato del Governo italiano al consiglio del CIAB, l'organo consultivo sul carbone dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. "Le imprese italiane sono costrette a far fronte a prezzi del 50% più alti rispetto alla media europea, dal momento che il Paese dipende per oltre il 70% del suo fabbisogno energetico da gas naturale e da fonti rinnovabili", ha aggiunto.

La ricetta di Assocarboni: "Meno gas naturale, costoso e con significative implicazioni in termini di sicurezza energetica e approvvigionamenti, e più carbone insieme alle fonti rinnovabilli”. Si auspica che si realizzino presto i tre progetti di conversione di centrali, da olio a carbone, in attesa di autorizzazione (Porto Tolle, Vado Ligure e Saline Joniche), che porterebbero la quota del carbone nel mix energetico nazionale dall’attuale 12% al 16%.

Nel 2013 – ricorda Assocarboni - sarà il prezzo competitivo del carbone a permettere ai principali produttori europei di energia di mantenere in attivo i bilanci, compensando gli alti costi delle loro centrali elettriche alimentate a gas.

Se questo è vero, è invece falso che il carbone possa risolvere il problema del caro energia per consumatori e aziende: se così fosse, in Italia avremmo già beneficiato di una riduzione in bolletta, dato che la sua quota sulla produzione di energia termoelettrica da fossili in questi ultimi anni è aumentata, passando dal 17% del 2008 al 22% del 2012. In realtà, essendo il prezzo dell'elettricità in Borsa fissato sul prezzo dell'offerta più cara, anziché abbassare i prezzi, in questi anni il carbone, decisamente meno caro del gas, ha goduto della situazione giovando più che altro appunto ai bilanci delle utility.

Che poi le fossili portino sicurezza energetica, oltre a essere intuitivamente contraddittorio, è facile da smentire. Gli incrementi consistenti che abbiamo avuto in bolletta in questi anni sono infatti legati, più che al peso accresciuto degli oneri di sistema, all'aumento della componente energia, che dipende essenzialmente dal costo del petrolio ed è aumentata dal 2002 al 2012 del 177% (a fronte di un incremento del totale in bolletta del 53%, vedi dossier Legambiente).“L’alta dipendenza dell’Italia dai combustibili fossili, che soddisfano l’82% della domanda interna, uno dei valori più alti in Europa, ha rappresentato il primo driver dell’aumento dei prezzi energetici negli ultimi anni: tra il 2000 e il 2012 i prezzi del petrolio sono aumentati di oltre il 200% (triplicati), quelli del carbone del 160% e del gas sul mercato europeo di circa il 300%”, ricorda un dossier della Fondazione Sviluppo Sostenibile.

La nota di Assocarboni prosegue, criticando la Commissione Europea che “continua a sottovalutare il ruolo e il contributo del carbone per prezzi competitivi dell’elettricità e a considerare gas e fonti rinnovabili come le migliori opzioni per il mix energetico”. Peccato che il carbone sia relativamente economico solo perché scarica sulla collettività gli enormi costi ambientali e sanitari.

Stando a uno studio realizzato dall'Università di Stoccarda e pubblicato alcuni mesi fa, questa fonte in Europa causa 22.300 morti premature all'anno e fa spendere ai governi miliardi di euro in cure sanitarie e giorni di lavoro persi. In Italia nel 2010 il carbone ha causato 521 morti, ha 'sottratto' 5.560 anni di vita e fatto perdere 117mila giorni di lavoro. Se si realizzassero le 50 nuove centrali che si vorrebbero costruire nel vecchio continente, si aggiungerebbero al conto 2.700 morti premature e si taglierebbero 32mila anni di vita l'anno.

Concetto rimarcato da Andrea Boraschi, responsabile Clima ed Energia di Greenpeace, che interpellato commenta: “Le ricerche realizzate per conto di Greenpeace da un centro di ricerca indipendente olandese, SOMO - ricerche che applicano una metodologia dell'UE alle emissioni dichiarate dalle stesse aziende proprietarie degli impianti a carbone - stimano in 2,5 miliardi di euro le esternalità che vengono al nostro Paese, su base annua, dal consumo della fonte più sporca e nociva per il clima. Il giorno in cui le aziende del termoelettrico che investono sul carbone cominciassero a rifondere questi danni, o il giorno in cui si avesse un sistema ETS efficiente, la convenienza di questa fonte obsoleta svanirebbe di colpo”.

Assocarboni non è preoccupata di questo? Dal comunicato non sembra. Si rassicurano, affermando che il carbone “rimarrà la fonte di energia in più rapida crescita ancora per molto tempo: secondo l'IEA, la sua domanda aumenterà più velocemente di quella del gas naturale, ad un tasso del 2,6% annuo da qui al 2018”. La citazione è presa dal World Energy Outlook 2013, fresco di pubblicazione, del quale si omette però la parte in cui anche la conservatrice IEA ammette che nei paesi OCSE il carbone avrà vita dura a causa degli impatti ambientali che comporta: la domanda calerà di un quarto da qui al 2035 e solo l'appetito dei paesi emergenti consentirà una crescita in termini assoluti, che comunque è un calo in termini relativi.

“La forza trainante alla base dell'aumento del consumo mondiale di carbone è il settore energetico in Cina, India e altri paesi non OCSE, soprattutto nel Sud-Est asiatico”, ricorda infatti giustamente Assocarboni, senza però dire che anche in questi paesi ci si è accorti dei costi ambientali e sanitari del carbone e si sta cercando di frenare. “E' davvero curioso – commenta Boraschi - che, parlando della Cina, omettano come proprio in questi mesi, in molte regioni del nord di quel Paese, sono stati definiti precisi piani di riduzione dell'uso del carbone come strategia principale di abbattimento dell'inquinamento. La provincia di Shandong, che è quella con i livelli massimi di combustione di questa fonte, ha previsto una riduzione delle concentrazioni atmosferiche di PM2.5 del 20% al 2017 e per conseguire questo obiettivo ha annunciato di voler tagliare l'uso del carbone di 20 milioni di tonnellate”.

La nota di Assocarboni (pdf)

 


 


 

Usare la bici porta oltre 200 miliardi di benefici

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Giovedì, 14 Novembre 2013
Redazione Qualenergia.it
Usare la bici in Europa sta generando oltre 200 miliardi di euro di benefici economici. Ogni euro investito per promuovere la mobilità a pedali ne rende 70. Lo mostra uno studio condotto dalla European Cyclists’ Federation.

Usare la bici in Europa sta generando oltre 200 miliardi di euro di benefici economici. Lo dice  uno studio condotto dalla European Cyclists’ Federation (sintesi allegata in basso) che valuta l'impatto economico dell'attuale diffusione di questo mezzo di trasporto ecologico, usato al momento dal 7,4% della popolazione dell'Ue.

Da dove vengono questi soldi? Molte risorse sono liberate in primis dai costi sanitari: più di 114 miliardi di euro in meno. La riduzione del traffico porta invece un risparmio di 24 miliardi di euro. Dai 3 ai 6 miliardi vengono poi dal risparmio di carburante.  Altri 62 miliardi poi sono crescita economica che la diffusione della bici stimola (vedi tabella).


La ricerca dovrebbe far capire alla politica quanto sia conveniente fare investimenti per promuovere la mobilità a pedali. Il ritorno economico è infatti rilevante: nell’Unione Europea sono investiti in media 5-6 euro per cittadino a favore delle due ruote, ma il beneficio economico ricavato è di 400 euro pro capite. Con ogni euro speso se ne guadagnano 70.

La sintesi dello studio (pdf)

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Eolico offshore in Adriatico. Rimini ci prova

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Giovedì, 14 Novembre 2013
Sergio Ferraris
Presentati i risultati della campagna anemometrica promossa dalla Provincia di Rimini: incoraggianti, anche se servono tecnologie specifiche. Caldeggia l'eolico off shore anche l'assessore al Turismo della Regione: "avrebbe un effetto scenografico di valorizzazione di un mare piatto e creerebbe micro-oasi di biodiversità".
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Eolico off shore in Adriatico. Dopo l'affondamento (metaforico eh!, ndr) del primo parco eolico off shore in Molise alcuni anni fa e lo stop dato dal Consiglio di Stato a inizio 2013 a un campo, sempre off shore un poco più a nord, ora è la volta dell'Emilia Romagna che prova a creare le condizioni favorevoli a un campo eolico di questo tipo davanti alla città balneare per eccellenza: Rimini.

I risultati delle prime campagne anemometriche condotte al largo della città romagnola sono stati presentati nei giorni scorsi a Ecomondo, nell'ambito dell'Off Shore Day. Misure di precisione, realizzate grazie alla collaborazione di Eni, che ha consentito l'installazione sulla propria piattaforma metaniera Azalea B di un anemometro di ultima generazione, lo ZephirIR 300 - Wind Lidar, che permette la misura a dieci altezze differenti. La ventosità, infatti, è l'unico ingrediente di cui si deve accertare bene la presenza, perchè le acque al largo di Rimini per il resto sembrerebbero essere l'ideale per lo sviluppo dell'eolico off shore, vista la presenza del vicino porto di Ravenna per la movimentazione dei materiali, la presenza delle infrastrutture elettriche e i fondali marini poco profondi.

Attore principale dell'iniziativa è, caso raro, un ente locale e più precisamente la Provincia di Rimini che già da un paio d'anni ha inserito lo studio di fattibilità del campo eolico off shore all'interno del progetto europeo "4Power" di cui è partner. E la Provincia in questo quadro ha degli obiettivi precisi per quanto riguarda le energie rinnovabili: ridurre il consumo delle energie fossili del settore turistico e del terziario che pesano per un buon 30% sul totale dei consumi della Provincia. «Si tratta di un progetto quello dell'eolico off shore che si inserisce bene con altre iniziative, come il "bagnino sostenibile", il progetto europeo Adriacold sui sistemi di raffrescamento e il piano energetico provinciale», ha detto in apertura l'assessore all'Ambiente della Provincia di Rimini, Stefania Sabba, mentre Alberto Rossini, dirigente dell'Area energia della Provincia ha fatto il punto su quali siano gli strumenti della Pubblica Amministrazione per lo sviluppo dell'off shore.

Si è trattato, dobbiamo essere franchi di due interventi inusuali per una Pubblica Amministrazione poichè di solito si osserva la PA, e specialmente gli Enti Locali, inseguire l'evoluzione delle rinnovabili anziché pianificarne in maniera organica l'utilizzo del territorio. «Gli obiettivi del progetto 4Power sono in primo luogo l'identificazione delle migliori pratiche in relazione ai differenti quadri normativi nazionali e regionali, la condivisione degli obiettivi, l'analisi delle tecnologie e il coinvolgimento degli stakeholder. - ha detto Rossini durante il suo intervento - Per lavorare meglio e con buoni risultati è necessario definire una procedura consolidata per la consultazione pubblica dei cittadini e degli attori sociali, ispirandosi al modello del public debat francese, una quota degli incentivi deve essere destinata al territorio, per favorire l'accettabilità sociale degli impianti ed è necessario favorire lo scambio sul posto anche per gli impianti medio-grandi al fine di per superare la logica della sindrome nimby».

In questo specifico caso, secondo la Provincia di Rimini, la Pubblica amministrazione può avviare sperimentazioni specifiche, come quelle anemometriche, tracciare un quadro di riferimento degli obiettivi, avviare collaborazioni con altri soggetti pubblici e privati e favorire la cultura del cambiamento attraverso l'acquisizione di informazioni specifiche. In sintesi fare politiche per la sostenibilità che in questo caso sono il giusto mix tra la gestione di progetti industriali e la tutela degli aspetti ambientali e sociali.

Per quanto riguarda la campagna anemometrica i risultati sono incoraggianti se inquadrati in un contesto specifico (vedi grafici sotto). «Durante i mesi di vento forte come febbraio 2013 la velocità del vento è compresa tra i 6,6 m/s a 25 metri e i 7,04 m/s a 100 metri, mentre per quanto riguarda i mesi deboli come quelli estivi ad agosto si passa dai 3,34 m/s a 25 metri ai 4,87 m/s a 100 metri.- ha affermato Joerg Schweizer, ricercatore presso il Dicam, dell'Università di Bologna nell'illustrare i risultati - La densità media di potenza del vento è di 312 W/m2 cosa che pone il sito in seconda classe».

Si tratta di una potenza non disprezzabile ma che presenta dei problemi di redditività alle turbine commerciali odierne, poichè i modelli attualmente in commercio avrebbero un fattore d'utilizzazione compreso tra il 20 e il 23% mentre l'ideale sarebbe quello arrivare a un 30-35%. Progetto impossibile quindi? Non esattamente, poiché le turbine prese in esame sono quelle standard per il mercato dell'off shore del Nord Europa, adatte a quelle condizioni climatiche e che quindi hanno caratteristiche tali da renderle troppo costose per una realtà come l'Adriatico. Gli aspetti da customizzare per questa parte del Mar Mediterraneo sarebbero tutti gli aspetti legati alle diverse condizioni meteo, l'incremento delle dimensioni delle pale, la scelta di un'altezza ottimale e i conseguenti costi minori di costruzione e di manutenzione.

Insomma si tratterebbe di realizzare un modello di eolico off shore che ancora non esiste, ma che può essere redditizio in queste condizioni. E oltre a ciò c'è il contesto territoriale che non deve essere sottovalutato.«Bisogna anche considerare il fatto che dai dati emerge una situazione simile a quella tedesca, dove la curva di produzione annua dell'eolico diventa complementare a quella del fotovoltaico ottimizzando così la produzione da rinnovabili. - ha detto Gianni Silvestrini, Direttore scientifico del Kyoto Club e QualEnergia - L'eolico produce molto d'inverno e poco d'estate, mentre il fotovoltaico fa esattamente l'opposto». In questa maniera le due fonti si bilanciano a vicenda rendendo ottimale la fornitura.

Ma il colpo di scena è arrivato dall'Assessore al Turismo dell'Emilia Romagna, Maurizio Melucci che, dopo aver fissato dei precisi e puntali paletti sul fronte dell'installazione delle rinnovabili, ha precisato: «Mentre l'installazione di pale da 100 metri in Appennino non è possibile poiché non avrebbero "valore economico" per il territorio in quanto sarebbero più gli svantaggi che i benefici, bisogna guardare con attenzione ad altre soluzioni come il minieolico e per quanto riguarda l'Adriatico, invece, sono favorevole poiché avrebbe anche un effetto scenografico di valorizzazione di un mare piatto. E a ciò bisogna aggiungere anche la creazione di micro-oasi della biodiversità che si sviluppa ogni volta che si installa qualcosa a mare».

Arriva quindi anche da uno degli assessorati regionali più sensibili un plauso al progetto che però è ben lungi dall'arrivare in dirittura d'arrivo. Oltre alle questioni tecniche, infatti, sono ancora tutte da risolvere quelle creditizie, tipiche del nostro Paese, ma l'opportunità industriale di sviluppare un eolico off shore specifico per i mari a bassa ventosità che si offre davanti alle coste di Rimini dovrebbe, a nostro giudizio, essere colta dalla aziende italiane. Prima che si muova qualche grande gruppo estero.

Sergio Ferraris

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Renewables meet 34.2% of the electricity demand in Italy

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Giovedì, 14 Novembre 2013
Redazione Qualenergia.it
In Italy, in the first ten months of 2013, renewable energy sources, having generated around 91 TWh of electricity, accounted for around 39% of net national electricity production and meeting 34.2% of demand. From data published by Terna, manager of the Italian electrical grid.

In Italy, in the first ten months of 2013, renewable energy sources (including biomass plants, under the category of thermoelectrics), having generated around 91 TWh of electricity, accounted for around 39% of net national electricity production, meeting 34.2% of demand. Photovoltaics, at 20.2 TWh accounted for 8.6% of production, meeting 7.6% of demand.

These figures come from data published by Terna, manager of the Italian electrical grid (see table below)

From January to October, demand for electrical energy in Italy shrank by 10 billion kWh compared to the same period of 2012. There was a drop of 3.6% which comes out at -3.3% averaged across the year.

Net national production also displays a slight reduction of -4.1%, while foreign balance is in line with the figures for last year.

The largest negative result is in the thermoelectric category: nearly -14%, for production of around 151.7 TWh, equal to 24.4 TWh less that the first ten months of 2012.

The performance of hydroelectrics (+26.3%), wind power (+20%) and photovoltaics (+18.6%) was good. Geothermal production proved stable.

COP19: un nuovo meccanismo internazionale per compensare i danni del global warming

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Mercoledì, 13 Novembre 2013
Piero Pellizzaro
Alla COP19 a Varsavia paesi del G77 e Cina propongono un meccanismo internazionale per le perdite e i danni derivanti dagli impatti dei cambiamenti climatici. E' il cosiddetto 'loss and damage mechanism'. Piero Pellizzaro del Kyoto Club, inviato ai negoziati, ci spiega cos'è.

Durante la seconda giornata della COP19, che si è svolta ieri 12 novembre 2013, i paesi facenti parte del G77 e la Cina hanno rilanciato la proposta di approvare un meccanismo internazionale per le perdite e i danni (loss and damage mechanism) derivanti dagli impatti ai cambiamenti climatici. La proposta presentata dal negoziatore delle settantasette nazioni è arrivato durante l’incontro, a porte aperte, del programma UN loss and damage.

Continua a leggere sul sito del Kyoto Club la cronaca dalla COP19 di Varsavia di Piero Pelizzaro, Responsabile Cooperazione Internazionale di Kyoto Club.

COP19, è tempo di agire (1a parte)

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Mercoledì, 13 Novembre 2013
Se non si agirà in fretta, gli impatti del cambiamento climatico saranno sempre più costosi per l’economia mondiale, e soprattutto, per le vite umane. Un articolo a cura di Piero Pelizzaro, Responsabile Cooperazione internazionale di Kyoto Club, dalla COP19 di Varsavia.

Le delegazioni di tutti i paesi del mondo sono giunte in questi giorni a Varsavia, in Polonia, per discutere sui prossimi accordi sul clima. I delegati che hanno preso parte alla COP19 sono tutti consapevoli dei crescenti segnali lanciati da una comunità scientifica sempre più preoccupata per l’inefficacia degli impegni finora assunti per contrastare le conseguenze del cambiamenti climatico.

continua a leggere sul sito del Kyoto Club la cronaca dalla COP19 di Varsavia di Piero Pelizzaro, Responsabile Cooperazione Internazionale di Kyoto Club.

World Energy Outlook 2013: un futuro da cambiare

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Mercoledì, 13 Novembre 2013
Redazione Qualenergia.it
Il 40% della crescita della domanda di energia da qui al 2035 sarà soddisfatto con le rinnovabili. Ma la domanda di energia aumenterà di un terzo e le fossili continueranno a fornire il 76% del fabbisogno, spingendo il mondo verso un aumento di temperatura di 3,6 °C. La previsione del World Energy Outlook 2013 della IEA.
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Il 40% della crescita della domanda totale di energia da qui al 2035 sarà soddisfatto con le rinnovabili. Ma i consumi aumenteranno di un terzo e le fossili continueranno a fornire il 76% del fabbisogno energetico, spingendo il mondo verso un aumento di temperatura di 3,6 °C rispetto ai livelli preindustriali. Lo prevede il New Policies Scenario dipinto dal World Energy Outlook 2013, presentato ieri (in allegato in basso key findings e slides). Uno scenario che, tra quelli presentati è considerato il più realistico, dato che presuppone che si tenga fede agli impegni di riduzione delle emissioni presi fino ad ora.

Il report annuale dell'Agenzia internazionale per l'energia, tradizionalmente conservatrice, dunque, descrivendo le tendenze in atto, traccia per l'ennesima volta un futuro che dobbiamo fare di tutto per rendere diverso.

Mentre l'uso del carbone è destinato a declinare nei paesi OECD, a causa delle legislazioni ambientali, si prevede, continuerà a crescere negli emergenti. Se la domanda OECD cala di un quarto, quella non-OECD cresce di un terzo e questa fonte sporca, pur vedendo il suo share nel mix elettrico mondiale calare dal 41% attuale al 33% del 2035, rimarrà la più importante (nel grafico sotto la crescita prevista per le varie fonti).

Il baricentro del mondo dell'energia infatti, si spiega, è sempre più spostato verso le economie emergenti: il 90% della crescita della domanda dei prossimi 22 anni verrà da lì (vedi mappa), con la Cina a trainare nella prima decade e India e Sud Est asiatico nella seconda. Anche i paesi del Medio Oriente consumeranno sempre di più e dunque esporteranno meno gas e petrolio (si veda la strategia energetica che sta seguendo l'Arabia Saudita).

Come anticipato, si prevede dunque che le fossili al 2035 pesino ancora per il 76% della domanda totale di energia (contro l'82% del 2011) e per il 57% di quella elettrica (contro il 68% del 2011) e, mentre la domanda energetica totale cresce di un terzo, e quella elettrica sale di due terzi.

Ecco che dunque le emissioni in questo scenario continuano pericolosamente ad aumentare. Quelle del settore energetico crescono del 20% nei prossimi 22 anni, arrivando a 37,2 Gt e spingendo la febbre del pianeta a 3,6 °C sopra i livelli preindustriali, dunque ben al di là della soglia critica dei 2 °C (vedi grafici sotto).

D'altra parte, si legge nel rapporto, il mondo non si sta attrezzando per sfruttare il potenziale enorme dell'efficienza energetica (vedi anche il report dell'Agenzia dedicato al tema). Da qui al 2035 due terzi del “giacimento” di efficienza non verranno sfruttati se non si rimuoveranno certe barriere, prima fra tutte quella dei sussidi alle fonti fossili. Nel 2012 gli aiuti a carbone, gas e petrolio infatti sono cresciuti ancora, salendo a 544 miliardi di dollari.

Alle rinnovabili invece sono andati 101 miliardi, un aiuto che, affinché il (modesto) scenario dipinto si realizzi, dovrebbe salire fino a 220 miliardi al 2035.

Insomma, bisogna cambiare marcia, specie se si vuole garantire in maniera sostenibile un accesso universale all'energia: nel 2011, si ricorda, erano ancora 1,3 miliardi gli abitanti del pianeta senza elettricità, mentre 2,6 miliardi ancora facevano affidamento a legna e altre biomasse tradizionali per cucinare.

Il factsheet del World Energy Outlook 2013 (pdf)

Le slide della presentazione alla stampa (pdf)

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"Think Green, Be Efficient", aperto concorso per le migliori tesi di laurea sull’efficienza energetica

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Mercoledì, 13 Novembre 2013
Schneider Electric presenta la nuova edizione del concorso nazionale "Think Green, Be Efficient", per le migliori tesi di laurea sull’efficienza energetica. L’iniziativa, promossa con Kyoto Club ed EnSiEL, avrà come tema per l’edizione 2013/2014 "L’Efficienza Energetica come leva di sviluppo: soluzioni tecnologiche sostenibili e integrate per edifici esistenti nel settore pubblico e privato". Domande fino al 30 giugno 2014.

Schneider Electric ha presentato l’edizione 2013/2014 del concorso nazionale "Think Green, Be Efficient", che premia le migliori tesi di laurea sull’Efficienza Energetica.

L’iniziativa è realizzata in collaborazione con Kyoto Club ed EnSiEL e si pone diversi obiettivi: non solo premiare le eccellenze offrendo opportunità ai giovani, ma anche diffondere la conoscenza di best practice innovative nel settore dell’efficienza energetica e soprattutto rinnovare l’impegno per valorizzare a livello di sistema il tema dell’efficienza energetica negli edifici.

Proprio per questo, il tema scelto per l’edizione 2013-2014 del concorso è: "L’Efficienza Energetica come leva di sviluppo: soluzioni tecnologiche sostenibili e integrate per edifici esistenti nel settore pubblico e privato". Una scelta di campo, quella di schierarsi sul tema della riqualificazione dell’esistente, che è dettata da fatti concreti, in quanto gli edifici generano più di un terzo dei consumi energetici complessivi e l’Italia, in particolare, ha il secondo patrimonio edilizio più vecchio d’ Europa.

"Investire sull’efficienza energetica e l’evoluzione tecnologica degli edifici rappresenta sia una grande opportunità per il mercato sia una scelta di responsabilità per indirizzare in modo sostenibile lo sviluppo economico e sociale del Paese, anche nel quadro della trasformazione delle nostre città in "smart city": "smart building" energeticamente efficienti, connessi e capaci di migliorare la vita delle persone saranno un tassello chiave di questo nuovo scenario", ha detto Laura Bruni, Direttore Affari Istituzionali di Schneider Electric in Italia.

Il concorso è una occasione per contribuire a diffondere la cultura dell’efficienza e la consapevolezza del grande impatto che si può ottenere agendo sul patrimonio edilizio esistente. I progetti che premieremo saranno esempi importanti di buone pratiche progettuali, da proporre come punto di riferimento per tutta la filiera: dimostreranno che con tempi di ritorno dell’investimento ragionevoli si possono ottenere grandi risultati da una riqualificazione che metta a fattor comune la scelta di prodotti e materiali meno energivori, l’ottimizzazione dei sistemi di edificio, la capacità di controllo e gestione dei consumi e l’automazione che permetta di massimizzare i benefici di tutte queste azioni.

Gianni Silvestrini, Direttore scientifico di Kyoto Club e di Qualenergia, dichiara: "In una fase di accelerazione e di trasformazione delle politiche di efficienza energetica, orientare tesi di valore in un ambito che sarà sempre più strategico per il Paese rappresenta un’iniziativa molto utile e virtuosa. Kyoto Club si impegnerà a fondo per divulgare il concorso lanciato da Schneider Electric".

"Il concorso rappresenta una grande opportunità per avvicinare i giovani alle tematiche dell’efficienza energetica nell’edilizia in generale e dell’edilizia pubblica in particolare, e costituisce anche un’importante occasione di sinergia fra il mondo accademico, che EnSiEL rappresenta con le sue 18 Università consorziate, l’industria e il mondo professionale e delle associazioni più dinamico ed innovativo", afferma Arturo Losi, il direttore di EnSiEL. "La formazione dei tecnici e dei professionisti del domani passa infatti attraverso la capacità di trasformare la ricerca, spesso eccellente, svolta dalle Università italiane in innovazione di prodotti e processi che possono garantire uno sviluppo duraturo e significativo, ma anche equilibrato e sostenibile. Think Green, Be Efficient è un passo deciso verso questa direzione a cui EnSiEL è lieto di contribuire, perseguendo le proprie finalità di promozione, crescita e trasferimento della ricerca tecnologica su energia, ambiente e sistemi elettrici, settori centrali nei prossimi decenni".

Partecipare al Concorso “Think Green Be Efficient” 2013/2014

Al concorso partecipano gli studenti in via di laurea magistrale o specialistica presso tutte le Università italiane inviando domanda dal 1 novembre 2013 al 30 giugno 2014.
Progetti per la riqualificazione energetica degli edifici, attraverso l’utilizzo sinergico di più tecnologie (automazione dell’edificio in grado di integrare al meglio tutti gli elementi di efficientamento energetico proposti a livello di involucro, di sistemi tecnologici in essere, di consumi, di produzione e accumulo di energie rinnovabili), una valutazione della sostenibilità ambientale ed economica degli stessi sono l’obiettivo del concorso.

La Commissione Giudicatrice sarà composta da rappresentanti di Schneider Electric, Kyoto Club, EnSiEL, Esperti in ambito energetico, e illustri esponenti di istituzioni, associazioni di categoria e professionali. Saranno scelti 3 vincitori, che avranno la possibilità di effettuare uno stage formativo retribuito presso Schneider Electric e inoltre:

  • 1° classificato: premio di 3.000 euro e partecipazione gratuita ad un corso di formazione per Energy Manager
  • 2° classificato: 2.000 euro di premio
  • 3° classificato: 1.000 euro di premio

Infine, Schneider Electric fornirà ai Dipartimenti dei relatori delle tesi premiate materiale per il potenziamento dei laboratori didattici e scientifici per un totale di 10.000 euro.

Tutte le informazioni sulle modalità di partecipazione e il bando del concorso sono disponibili sul sito Think Green Be Efficient.