Assorinnovabili: i possibili disastrosi effetti di uno spalma-incentivi obbligatorio per le rinnovabili

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Martedì, 13 Maggio 2014
In un documento, assoRinnovabili esprime la sua totale contrarietà all’ipotesi di un provvedimento retroattivo e obbligatorio quale sarebbe lo “spalma incentivi”. Non solo affosserebbe la green economy, ma avrebbe conseguenze nefaste anche per il sistema creditizio, per la credibilità del Paese e per il bilancio dello Stato.

assoRinnovabili, l’associazione che rappresenta oltre 500 imprese attive in Italia e all’estero nella produzione di energia rinnovabile per oltre 20.000 MW installati, ha espresso totale contrarietà all’ipotesi di un provvedimento retroattivo e obbligatorio quale sarebbe lo “spalma incentivi”.

La misura ipotizzata dal Mise, attraverso una variazione unilaterale dei contratti in essere tra Stato e imprese, andrebbe a ridurre ulteriormente e ingiustificatamente la profittabilità degli impianti fotovoltaici.

Tale misura produrrebbe molti risultati disastrosi (riassunti in un documento che allegato in basso) tra cui:

  • il Governo avrà un pessimo ritorno d’immagine e di credibilità poiché verrebbero minati i principi dello stato di diritto e della Costituzione;
  • il Governo avrà un’importante battuta d’arresto nel riposizionamento dell’Italia nell’Unione Europea, che in più occasioni si è espressa sulla necessità di evitare norme simili;
  • gli investitori, che hanno fatto affidamento su contratti certi firmati con un’azienda dello Stato Italiano (GSE), congeleranno tutti i progetti di sviluppo in Italia e il piano infrastrutturale verrà boicottato;
  • il sistema del credito avrà forti sofferenze e rallenterà la ripresa economica del Paese;
  • la stragrande maggioranza degli operatori fallirà, con seri impatti occupazionali e gravi impatti anche sul sistema bancario;
  • lo Stato perderà importanti entrate fiscali per un valore pari a oltre 600 milioni di euro.

“Già solo l’intenzione del Governo – dichiara Agostino Re Rebaudengo, presidente di assoRinnovabili – sta provocando forti contraccolpi nel sistema creditizio che di fatto ha “congelato” i nuovi finanziamenti, paralizzando il settore con ripercussioni occupazionali ingenti per i circa 100.000 addetti del fotovoltaico, ma anche per le casse dello Stato, che potrebbero rinunciare a entrate fiscali per oltre 600 milioni di euro. A livello Paese, l’enorme impatto negativo vanificherebbe gli auspicati marginali benefici sulle Piccole e Medie Imprese (PMI)”.

“Peraltro – continua Re Rebaudengo – l’obiettivo del Governo di ridurre le bollette elettriche è già stato ottenuto proprio grazie alle fonti rinnovabili, che nell’ultimo anno e mezzo hanno fatto diminuire il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso da 70 a 45 €/MWh per un risparmio complessivo compreso tra 7 e 8 miliardi di euro. Se le PMI e i cittadini non hanno ancora ottenuto questi benefici non è certo responsabilità delle rinnovabili. Ricordo inoltre che il settore fotovoltaico è già stato penalizzato da interventi regolatori retroattivi che avranno un impatto di oltre 1 miliardo di Euro all’anno”.

“Le rinnovabili rappresentano il presente e il futuro - conclude Agostino Re Rebaudengo - per la capacità di produrre vantaggi per il sistema economico, per l’obiettivo strategico di preservare l’indipendenza energetica del Paese e per la salvaguardia sempre più urgente dell’ambiente. Questo Governo a parole si dice favorevole alla green economy, ma alla prova dei fatti si sta dimostrando fortemente incoerente. Mi auguro che prima delle prossime elezioni europee venga espresso un orientamento chiaro e duraturo.”

In un’ottica di dialogo costruttivo e responsabile, assoRinnovabili ha avviato con il MiSe un tavolo di confronto in cui si stanno analizzando diverse soluzioni alternative che consentirebbero al Governo di perseguire il condivisibile obiettivo di ulteriore riduzione del costo finale dell’energia elettrica per le PMI senza mettere in ginocchio il settore.

Il documento (pdf)

Primo quadrimestre: rinnovabili al 35,8% della domanda elettrica

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Lunedì, 12 Maggio 2014
Redazione Qualenergia.it
Ad aprile, grazie anche al buon apporto dell'energia idraulica, le fonti rinnovabili in Italia hanno contribuito per il 49,1% alla produzione totale di elettricità e per il 43,7% alla domanda. Nel primo quadrimestre la domanda di energia elettrica cala del 3,5% rispetto al 2013. FV più eolico coprono il 12,2% della richiesta. I dati dal report di Terna.
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Ad aprile, grazie soprattutto all’ottima produzione da idroelettrico, le energie rinnovabili in Italia hanno contribuito per il 49,1% alla produzione totale netta di elettricità e per il 43,7% alla domanda. Più della metà dei 10,5 TWh da energie pulite sono stati appunto prodotti dalla fonte idraulica (+12,1% su aprile 2013).

Nel mese l’energia elettrica richiesta dal Paese (23,9 GWh) è stata inferiore del 2,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Questi i dati in Italia che emergono dall'ultimo report mensile di Terna (pdf).

Buona la crescita dell’eolico (+9,2%) su aprile 2013. Il fotovoltaico, seconda fonte rinnovabile per produzione, è cresciuto del 2,3%. Ancora in calo il termoelettrico: -10,2% in confronto al mese di aprile di un anno fa.Il ‘valore destagionalizzato’ dell’energia elettrica richiesta ad aprile 2014 ha fatto registrare una variazione positiva pari a +1,5% rispetto a marzo 2014, ma il trend ha ancora un andamento negativo.

Vediamo i dati su produzione e domanda elettrica del primo quadrimestre 2014. La domanda è diminuita del 3,5% rispetto al 2013 (in termini decalendarizzati la variazione è 3,4%): 102 TWh contro 105,8 del 2013. Il valore cumulato della produzione netta (86,8 TWh) è in calo del 5,1% rispetto allo stesso periodo del 2013. Il saldo estero è positivo: +7,6%.

Le fonti rinnovabili elettriche hanno coperto nel primi quattro mesi dell’anno il 42% della produzione nazionale e il 35,8% della richiesta di elettricità. Idroelettrico (+26,6%) e fotovoltaico (+11%) hanno fornito un contributo in crescita rispetto allo stesso periodo del 2013. In deciso calo la produzione da termoelettrico (-14,2%)

Il fotovoltaico copre il 6,1% della domanda elettrica del quadrimestre, mentre eolico e FV insieme contribuiscono al fabbisogno elettrico per circa il 12,2%.     

La difficile congiuntura economica anche di questi primi mesi dell’anno è dimostrata dalla richiesta di elettricità suddivisa per aree territoriali. Dal grafico si può notare il segno negativo in tutte le aree del paese.

La potenza massima richiesta ad aprile 2014 è stata di 44.736 MW registrata giovedì 17 aprile alle ore 11 con una diminuzione dell’1,3% sul valore registrato nel corrispondente mese dell’anno precedente. Rispetto alla potena massima dell'aprile 2013 (5 aprile, ore 11), il contributo del termoelettrico è passato dal 53,6% al 39,2%.

Dall'inizio dell'anno l’energia elettrica richiesta in Italia è stata coperta per il 84,1% da produzione nazionale (52,2% da termoelettrico che include anche le centrali a biomasse) e per la quota restante, 15,9%, da importazioni.

Idee per tagliare la bolletta senza penalizzare le rinnovabili

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Lunedì, 12 Maggio 2014
Andrea Gilardoni
Colpire le rinnovabili è controproducente per il sistema-Paese. Ci sono altre strade per ridurre la bolletta: serve un progetto complessivo, con molti soggetti chiamati a dare un contributo. Andrea Gilardoni di Agici, anticipa per QualEnergia.it l'editoriale del prossimo numero di Management delle Utilities e delle Infrastrutture.
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Come sappiamo, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, ha annunciato un taglio della bolletta elettrica delle Pmi italiane del 10%. Nella sostanza condividiamo totalmente l’obiettivo strategico: ridurre il costo dell’energia è una delle condizioni fondamentali per rilanciare la competitività del Paese e, in certi misura, anche per limitare i processi di delocalizzazione industriale e produttiva. Ma come fare in concreto? In realtà bisogna agire sulle varie componenti di costo che finiscono in bolletta e che hanno avuto intense dinamiche negli scorsi anni. Si tratta anche di incidere su interessi consolidati pronti a reagire per il mantenimento dello status quo. Di seguito alcune riflessioni che sappiamo bene essere sommarie e provvisorie. Ma vanno intese come momento di avvio della discussione.

Innanzitutto, mi siano concesse delle perplessità circa il fatto che siano state nuovamente prese di mira le rinnovabili e le sovvenzioni a loro beneficio che, obbiettivamente, sono state eccessive negli anni; l’idea è di allungare la scadenza dei benefici, abbattendone l’attuale livello e trasferendo i risparmi conseguiti a beneficio delle PMI. In questo modo l’onere complessivo non si ridurrebbe ma si spalmerebbe su un periodo più lungo. Tale intervento (stando a indiscrezioni non confermate, ndr) sarebbe limitato al fotovoltaico, anzi ad una parte di esso. Credo che questa soluzione abbia una serie notevole di svantaggi, bene riassunti da vari esponenti del mondo delle rinnovabili e dal sistema bancario (si veda QualEnergia.it, ndr). Le banche, in particolare, hanno sottolineato il rischio di default di molti finanziamenti in essere; nell’attuale contesto caratterizzato da numerose posizioni incagliate (non performing loans) ciò sarebbe un aggravio assolutamente inaccettabile.

Inoltre, l’immagine del Paese sarebbe compromessa rendendo meno probabili i futuri investimenti degli operatori internazionali anche in settori totalmente diversi dalle rinnovabili. Non ultimo, poi, vi sono i costi vivi e burocratici necessari per ridefinire tutti gli accordi stipulati in sede di costruzione degli impianti: vanno rinegoziati i contratti di finanziamento, quelli concessori, gli affitti dei terreni, e altri ancora, sempre ammesso che ciò sia tecnicamente possibile. Essendo centinaia di migliaia gli impianti potenzialmente toccati dal provvedimento (anche se la stima è di circa 10.000), il sistema si troverebbe a sostenere qualche miliardo di euro di costi (legali, amministrativi, bancari, ecc.) per un provvedimento che non genererebbe alcun beneficio se non di natura politica (e anche questo sarebbe da dimostrare essendo il mondo delle rinnovabili certamente ampio e di peso non trascurabile).

Altre soluzioni sono state proposte. In particolare, con gli attuali bassi tassi di interesse, si può agevolmente immaginare che il GSE si indebiti per l’ammontare necessario (ma anche la Cassa Depositi e Prestiti potrebbe svolgere forse meglio questo ruolo), destinando i proventi alla riduzione della bolletta dei soggetti su cui si desidera intervenire (PMI). L’indebitamento del GSE (o della CDP) verrebbe poi restituito a 20 anni. Risulta che vari soggetti finanziari di standing globale sarebbero disponibili a sostenere l’iniziativa. I vantaggi di questa ipotesi risiedono nel fatto che il costo dell’operazione per il sistema risulterebbe di gran lunga inferiore.

In ogni caso, il mondo delle rinnovabili ha oramai raggiunto un peso specifico così ampio che impone l’assunzione di specifiche responsabilità. Anche se è vero che nei mesi scorsi sono stati caricati su questi operatori oneri imprevisti nell’ordine del miliardo e mezzo di euro, è anche vero che vi sono spazi di recupero di efficienza e che, comunque, tale mondo deve contribuire al contenimento del costo della bolletta. La cosa più corretta è che sia esso stesso a formulare le proposte più idonee. Più in generale, si apre il tema della ridefinizione complessiva del ruolo delle rinnovabili nel quadro di una riformulazione del mercato elettrico e dei mercati ad esso ancillari. Ma ciò ci porterebbe lontano e non è questo il momento.

Accanto a ciò che si può fare nel breve, è fondamentale avviare una serie di azioni aventi una sostanziale connotazione di politica industriale, tese cioè a ridurre strutturalmente il costo della bolletta. In particolare, credo che vada avviato un programma pluriennale di interventi – che ritengo debbano essere assolutamente concordati con gli operatori - che accompagni la progressiva cancellazione dei sostegni oggi esistenti. E ciò potrebbe essere finanziato dai fondi europei destinati all’efficienza energetica.

Pensiamo, ad esempio, ai grandi energivori. Per essi gli interventi di sostegno per la riduzione delle loro bollette costano alcune centinaia di milioni di euro all’anno (l’interrompibilità vale circa 800 milioni di euro; la stima complessiva per gli energivori secondo Legambiente è di circa 1,5 miliardi di euro). Si potrebbe prevedere la progressiva riduzione di almeno parte di tali benefici (ad esempio, in quattro anni) agevolando in vario modo progetti volti a ridurre i costi energetici, a recuperare l’energia dissipata e, più in generale, a ritrovare la competitività delle produzioni. Tali interventi, sostanzialmente riconducibili alla efficienza energetica, potrebbero essere finanziati dai vari fondi anche europei che, tra l’altro, in molti casi non riusciamo neppure a sfruttare. Oggi, gli sconti per gli energivori hanno il paradossale effetto di non spingerli a ricercare l’ottimizzazione dell’efficienza, rimanendo così strutturalmente meno competitivi.

Una operazione di questo genere, se ben costruita e gestita, porterebbe ad una serie notevole di benefici. Ad esempio:
1) Consentirebbe lo sviluppo/rafforzamento delle tecnologie possibilmente italiane nell’efficienza energetica (che hanno poi potenziali di mercato a livello mondiale).
2) Renderebbe più probabili il mantenimento delle produzioni in Italia, con evidenti effetti occupazionali e anche sui consumi energetici.
3) Potrebbe addirittura favorire un aumento degli investimenti e delle produzioni in Italia dei beni in oggetto.

Pensiamo ancora al sovvenzionamento delle produzioni elettriche nelle isole il cui costo annuo è di circa sessanta milioni di euro. Sempre programmando la cancellazione delle sovvenzioni in un opportuno arco temporale, si potrebbe pensare di finanziare lo sviluppo di impianti rinnovabili, magari affiancando accumulatori per garantire la continuità, sperimentando così una tecnologia innovativa e ottenendo pure significativi vantaggi ambientali (si veda QualEnergia.it, ndr).

Un cenno anche al regime tariffario speciale a vantaggio del trasporto ferroviario che vale circa 400 milioni di euro all’anno e che risale al 1963 a fronte delle cessioni di impianti produttivi a Enel.  Di ciò beneficiano le Ferrovie dello Stato e, in certa misura, anche i concorrenti. Al di là della legittimità di tale benefici, le Ferrovie sono il più grande consumatore di energia del Paese; è plausibile che da uno studio approfondito e da una serie di investimenti mirati (anche qui quasi certamente finanziabili dai fondi europei sull’efficienza) si possa aumentare l’efficienza. Si tratta anche in questo caso di sviluppare una prospettiva tecnologico-industriale di medio termine d’intesa con gli operatori.

Altra area su cui incidere concerne i costi di trasporto e di distribuzione sia di gas che di elettricità il cui peso è significativamente cresciuto negli anni scorsi (oggi varia dal 14 al 17% della bolletta a seconda dell’utente, imposte di consumo escluse). In coerenza con la attuale forte discesa dei tassi di interesse, ci si chiede se non debba essere abbassata la remunerazione della RAB, riducendo altresì i casi ove la remunerazione è maggiorata; si dovrebbe poi immaginare la moratoria di ogni nuovo investimento infrastrutturale che aggravi la tariffa con l’eccezione di quelli che si dimostrino assolutamente e inderogabilmente necessari per il Paese. D’altronde, la forte riduzione dei consumi di questi anni deve imporre la massima attenzione nell’accettare da parte del Ministero ulteriori estensioni delle infrastrutture che non siano ampiamente e sicuramente giustificate da ragioni commerciali o strategiche.

Accanto alle azioni per ridurre la bolletta bisogna anche evitarne i possibili incrementi. Due esempi di aree problematiche: il capacity payment e lo sviluppo delle reti locali. Il capacity payment rischia di essere un modo per salvare aziende in difficoltà o sull’orlo del fallimento e, come è noto, ciò vale specialmente per quelle che hanno investito nella generazione a gas con cicli combinati. Il capacity payment è evocato per fronteggiare la variabilità delle produzioni delle rinnovabili garantendo la stabilità del sistema. Il punto è ovviamente rilevante. Credo però che la strada maestra sia quella di responsabilizzare i produttori con fonti rinnovabili nel garantire certezza delle forniture, scaricando così il ruolo del system operator; saranno questi che ricercheranno la soluzione preferibile e più economica. In questa direzione si stanno muovendo in altri paesi europei. Ciò, tra l’altro, si inquadra in una prospettiva di pieno coinvolgimento delle rinnovabili in un contesto in cui hanno raggiunto un certo grado di maturità e un ruolo rilevante nel sistema.

Circa il consumo in sito, i SEU e altre soluzioni similari, talune delle quali sono di sicuro interesse e fortemente innovative, si tratta di ricercare un corretto equilibrio. Da un lato, non si devono bloccare le attività di sviluppo e di sperimentazione con potenziali ricadute anche nel medio termine; dall’altro, non si devono generare ulteriori costi di sistema a carico degli utenti finali. È però evidente che lo sviluppo del consumo in sito potrebbe anche alleggerire la bolletta di operatori e famiglie.

L’unica area dove ci sembra utile immaginare qualche crescita è nell’aumento dei finanziamenti all’efficienza energetica, che fino ad oggi sono stati molto timidi. Ma questo è un tema da vedere nel suo complesso.

In conclusione, non crediamo che ci siano soluzioni miracolistiche che risolvano il problema d’emblée. Operazioni ad effetto immediato possono essere utili a dare segnali, a favorire la redistribuzione degli oneri, ma il problema è un intervento strutturale che agisca su più fronti. Rilevanti sono anche molti altri temi qui non trattati. Ad esempio, ancora una volta senza pretesa di completezza, c’è la questione degli oneri legati alla (incredibile) esperienza nucleare (la Sogin e le aziende che le offrono servizi hanno costi certamente non modesti); c’è la questione dell’”interconnector” virtuale che vale circa 330 milioni di euro (ancora da vedere sono le interconnessioni reali ...); c’è la componente fiscale che comunque ha un peso rilevante; c’è il costo dei vettori energetici che si mantengono alti anche se in calo; c’è il PUN che è fortemente calato con una serie di impatti rilevanti su operatori e consumatori, e via dicendo.

Il Governo deve, credo, mettere a punto un progetto complessivo ove molti soggetti siano chiamati a dare un contributo, a fare un passo indietro. Se tutti gli attori del sistema lo facessero, alla fine il costo per ciascuno sarebbe ben sopportabile e il Paese ne beneficerebbe appieno.

 

Questo editoriale di Andrea Gilardoni, presidente di Agici Finanza d’Impresa, cortesemente anticipato a QualEnergia.it, sarà pubblicato sul prossimo numero di Management delle Utilities e delle Infrastrutture in uscita a metà maggio e che contiene anche contributi di manager di Acea, AEW, Axpo, Enel, Kinexia, Sorgenia e UniCredit. Si veda anche www.rivista-utilities.it
Management delle Utilities e delle Infrastrutture, come QualEnergia.it, intende avviare un dibattito su questi temi; contributi di idee e suggerimenti sono benvenuti (inviare a: andrea.gilardoni@unibocconi.it). I più interessanti verranno pubblicati sulla Rivista o diffusi anche in altri modi.
Chi vuole contribuire al dibattito anche su QualEnergia.it può scrivere a redazione-online@qualenergia.it inviando testi non oltre le 6000 battute spazi inclusi.

Tariffa sperimentale D1 per pompe di calore, ecco le modalità attuative

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Lunedì, 12 Maggio 2014
Con la delibera 205/2014/R/eel l'Autorità per l'Energia ha approvato le modalità attuative della nuova tariffa sperimentale D1 per le pompe di calore. Il testo della delibera.

Con la delibera 205/2014/R/eel (allegato in basso) l'Autorità per l'Energia ha approvato le modalità attuative della nuova tariffa sperimentale D1 per le pompe di calore.

Il Regolatore ha deciso di accogliere alcune osservazioni pervenute in fase di consultazione, in particolare sulla semplificazione di modulistica/procedure e sulle richieste di voltura, subentro e rinuncia volontaria alla sperimentazione. Tra i passaggi di rilievo, l'assenza di un obbligo di adesione per i venditori del mercato libero (diversamente da quanto accade per quelli del tutelato), "in quanto dovrebbe essere interesse dei medesimi venditori tentare di acquisire clienti che hanno i requisiti".

Riguardo poi alle modalità di tutela degli investimenti compiuti dai clienti che partecipano alla sperimentazione, pur confermando l'orientamento generale del dco 52/2014/R/eel, l'Autorità ritiene "opportuno rinviare a successivo provvedimento l'esatta definizione delle tariffe applicabili ai clienti aderenti al fine di compiere gli opportuni approfondimenti nell'ambito del regime tariffario generale che verrà applicato ai clienti domestici durante il periodo di regolazione che inizierà successivamente al 31 dicembre 2015".

A un successivo provvedimento è demandata anche la definizione del numero e delle modalità di svolgimento dei controlli presso le abitazioni. Venendo infine al post 2015, la delibera stabilisce che ai clienti aderenti alla sperimentazione si continui ad applicare la tariffa D1 oppure "condizioni economiche in grado di garantire uno scostamento minimo rispetto all'aggiornamento delle condizioni" stabilito dalla delibera.

La delibera 205/2014/R/eel (pdf)

I documenti collegati

 

La nuova VIA in Gazzetta Ufficiale UE

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Lunedì, 12 Maggio 2014
Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea, n. L 124/1 del 25 aprile 2014, anche l'ultimo passo dell'iter della nuova direttiva VIA - 2014/52/Ue si è compiuto. La disciplina entrerà in vigore venerdì prossimo e gli Stati membri dovranno recepirla entro il 16 maggio 2017. Il testo.

Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea, n. L 124/1 del 25 aprile 2014, anche l'ultimo passo dell'iter della nuova direttiva VIA - 2014/52/Ue si è compiuto. La disciplina entrerà in vigore venerdì prossimo e gli Stati membri dovranno recepirla entro il 16 maggio 2017.

Il testo (pdf)

Altri 4 mesi di ricarica gratuita per le auto elettriche offerta da Tecno-Lario

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Lunedì, 12 Maggio 2014
News dalle Aziende
Tecno-Lario decide di estendere per altri quattro mesi l’utilizzo gratuito della stazione di ricarica pubblica che ha installato in via Bruno Buozzi a Lecco. Il termine ultimo per la sottoscrizione dell’abbonamento al servizio di ricarica è il 31 agosto 2014.

Con la notizia dello sblocco degli incentivi statali destinati all’acquisto delle auto a basse emissioni, Tecno-Lario decide di estendere per altri quattro mesi l’utilizzo gratuito della stazione di ricarica pubblica che ha installato in via B. Buozzi, 27 a Lecco, fissando il termine ultimo per la sottoscrizione dell’abbonamento al servizio di ricarica al 31 agosto 2014.

Questa scelta è stata fatta per incentivare ulteriormente la diffusione della mobilità elettrica e continuare ad offrire ai coraggiosi possessori di auto elettriche un servizio efficiente e puntuale.

La stazione di ricarica Tecno-Lario è presente sui principali siti web che mappano le colonnine di ricarica diffuse sul territorio nazionale ed è costantemente monitorata dalla piattaforma centralizzata di RWE in Germania, che ne segnala in tempo reale lo stato di funzionamento. È dotata di due prese Tipo 2, standard riconosciuto a livello europeo per le infrastrutture di ricarica, che erogano ciascuna una potenza pari a 22 kW. È abilitata alla ricarica di tutte le auto elettriche presenti sul mercato e consente la ricarica contemporanea di due auto.

L’utente può attivare la ricarica gratuitamente mediante l’utilizzo di una tessera RFID che deve richiedere direttamente presso gli uffici Tecno-Lario.
 

Gli incentivi per l'efficienza energetica alla faticosa conquista del risparmio possibile

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Lunedì, 12 Maggio 2014
Giulio Meneghello
Nonostante gli interventi siano molto spesso economicamente vantaggiosi, il potenziale dell'efficienza energetica in Italia resta in gran parte inespresso. Gli incentivi in vigore sono sufficienti? Come stanno andando Conto Termico, Certificati Bianchi e gli altri strumenti? Ne parliamo con Francesco Sperandini direttore della divisione operativa del GSE.
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Nonostante sia la strada più conveniente per ridurre le emissioni e gli interventi si ripaghino spesso in tempi rapidi, il potenziale del risparmio energetico rimane in gran parte inespresso. Gli incentivi in vigore sono sufficienti a rimuovere gli ostacoli che frenano l'efficienza energetica? Come stanno andando Conto Termico, Certificati Bianchi e gli altri strumenti?

Se ne è parlato venerdì a Solarexpo-The Innovation Cloud nel convegno Strumenti di incentivazione per l'efficienza energetica: Contro Termico, Certificati Bianchi, cogenerazione ad alto rendimento. A margine dell'evento convegno abbiamo rivolto qualche domanda a Francesco Sperandini, direttore della divisione operativa del GSE e chairman del convegno.

Ingegner Sperandini, al netto della parte del calo dei consumi dovuta alla crisi, quanto è migliorata l'efficienza energetica del sistema-Paese in questi anni e come siamo messi rispetto agli obiettivi fissati a livello nazionale ed europeo? Che ruolo hanno avuto i vari incentivi all'efficienza energetica nel ridurre i consumi? Quali hanno dato il contributo maggiore?

L'efficienza energetica rappresenta una leva fondamentale per la ripresa economica del nostro Paese, in grado di mettere in moto investimenti e garantire sostenibilità alla crescita. Costituisce uno dei principali strumenti per il raggiungimento degli obiettivi europei al 2020. Su un target al 2020 di 27 Mtep di risparmio energetico, dal 2006 ad oggi la capacità dei soli Certificati Bianchi ha consentito di raggiungere ad oggi circa 17,6 milioni di risparmi addizionali espressi in tep. Tutti gli strumenti messi in campo per incentivare l'efficienza energetica stanno giocando un ruolo fondamentale per la crescita della filiera, oltre che per la riduzione dei consumi. Riduzione sulla quale, senza dubbio, hanno avuto gioco anche altri fattori economici congiunturali.

L'efficienza energetica è considerata quasi all'unanimità la strada più cost-effective per decarbonizzare il sistema energetico, ma nonostante molti investimenti in efficienza abbiamo ottimi ritorni, il risparmio resta in gran parte non colto. Quali sono gli ostacoli che frenano gli interventi e come si potrebbe provare a superarli?

Si parla di barriere all'efficienza energetica e, in letteratura, anche di paradossi. L'energy efficiency gap è il paradosso per il quale iniziative di efficienza che si giustificano dal punto di vista economico non vengono implementate. Il rebund effect è il paradosso (in realtà noto da molto tempo in economia) dell'aumento dei consumi a valle di un interventi di efficienza energetica. In Italia, a mio avviso, la barriera più efficace è quella della difficile bancabilità. I business plan dei progetti di efficienza energetica si basano su riduzioni di costi e non su aumenti di ricavi. Intuitivamente non è la stessa cosa. I costi che si riducono poi, perché il business plan "giri" bene, dovrebbero essere stabili: il PUN in discesa non aiuta, in quanto rende nel tempo meno appetibile l'efficienza. Ciò non consente di stimare al meglio il rischio correlato al progetto e di attribuire un effettivo valore economico al risparmio energetico conseguito. 

Il conto termico sembra aver avuto una partenza piuttosto difficoltosa. Quali risultati ha ottenuto al momento? Per quali interventi e per quali soggetti ha avuto più successo?

Al 2013 sono state presentate 3.200 richieste relative a interventi realizzati, per un valore stimato complessivo degli incentivi di circa 9,4 milioni di euro. Gli interventi che hanno riscosso maggiore attenzione sono il solare termico e le biomasse, mentre la quasi totalità dei progetti arriva dai privati. Da questo punto di vista sarebbe auspicabile una maggiore attenzione da parte della pubblica amministrazione.

Quali le criticità che ne frenano l'utilizzo? Ci sono semplificazioni all'orizzonte?

Al di là del fatto che stiamo parlando di un meccanismo in fase di avvio, di certo la proroga degli eco bonus ha creato una potenziale sovrapposizione degli strumenti di sostegno che ha rallentato la partenza del Conto termico. Sono convinto che il Conto Termico possa vantare caratteristiche distintive rispetto alle detrazioni fiscali, caratteristiche basate sulla qualità dei processi e dei prodotti, di cui il Gestore si rende garante. Poi c'è l'affascinante, ambizioso, ruolo che può giocare la pubblica amministrazione, per la quale non operano le detrazioni fiscali. È per questo che il GSE ha approfittato della vetrina del Solarexpo per stimolare i Comuni, anche piccoli, a rivolgere la propria attenzione al Conto Termico.

Altro strumento importante sono i Certificati Bianchi. Che risultati hanno portato finora? Per quali interventi e per quali soggetti ha avuto più successo? Ci sono novità all'orizzonte?

Su questo lascerei al legislatore e all'esecutivo la parola, essendo il GSE impegnato nell'ottimizzazione del sistema energetico nel suo complesso. Di certo i risultati dei TEE sono ottimi: solo nel 2013 sono stati valutati oltre 21mila progetti per più di 6 milioni di CB rilasciati rilasciati dal GME su autorizzazione del GSE. Aggiungerei inoltre che il settore industriale inizia a manifestare un grande interesse, riscontrabile nei numeri, per il meccanismo dei Certificati Bianchi. In particolare mi riferisco ai settori petrolchimico, cartario, alimentare e del vetro.

Durante il convegno si è parlato molto anche degli incentivi alla cogenerazione: che risultati stanno avendo?

La cogenerazione sta riscuotendo notevole interesse tra gli operatori. Rispetto al 2012, le domande relative alla produzione del 2013 hanno avuto un incremento di circa il 20%. Nel 2012 su una produzione elettrica nazionale di 234 TWh, circa il 22% (66 TWh) proviene da impianti di cogenerazione. Gli ultimi interventi normativi, come quelli contenuti nella Direttiva UE27 del 2012 sull'efficienza energetica, considerano la cogenerazione uno degli strumenti principali per il raggiungimento degli obiettivi al 2020.

Solarexpo 2014: il mercato del solare riparte su nuove basi

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Venerdì, 9 Maggio 2014
A Solarexpo-The Innovation Cloud la conferma che il mercato italiano del solare riparte su nuove basi: l'autosufficienza energetica di famiglie e imprese. La significativa affluenza di visitatori è un chiaro segnale della fiducia che il mercato interno stia ripartendo", ha detto Luca Zingale, direttore scientifico dell'evento di Fiera Milano.

Si chiude l’edizione 2014 di Solarexpo-The Innovation Cloud a Fiera Milano con il dato di 14.200 visitatori professionali in tre giornate di manifestazione.

A conferma della crescente domanda di aggiornamento professionale, indispensabile nell'era post-incentivi, i 50 convegni ed eventi speciali hanno registrato 6.000 presenze e l’intervento di 400 relatori.

La significativa affluenza di visitatori, per di più quest’anno particolarmente profilati dal punto di vista professionale - afferma Luca Zingale, direttore scientifico dell'evento - è un chiaro segnale della fiducia che il mercato interno stia ripartendo. In parallelo, le aziende dovranno mantenere un forte orientamento verso l'estero, dove la domanda di energia verde è in crescita esponenziale. Abbiamo la soddisfazione di veder riconosciuto che il concept multitecnologico di Solarexpo-The Innovation Cloud ha saputo anticipare la tendenza del mercato verso l'integrazione di tutte le tecnologie energetiche innovative. Per sostenere la ripartenza del mercato abbiamo messo a disposizione dei professionisti un programma convegnistico all'avanguardia, offrendo un panorama completo dello stato dell’arte tecnologico e dei nuovi modelli di business”.

Opinioni comuni fra gli espositori sono la percezione del rilevante numero di visitatori, e la loro ottima preparazione professionale, fattore essenziale in un mercato delle tecnologie energetiche in profondo mutamento.

Nicola Cosciani, amministratore delegato di Fiamm Industrial Batteries, ha dichiarato: “In una fase di ridimensionamento del solare dopo la fine degli incentivi abbiamo notato che c’è un settore ancora vivo e dinamico che intende rilanciarsi anche integrando nei sistemi a fonti rinnovabili i sistemi di accumulo, per accrescere l’autoconsumo. Solarexpo-The Innovation Cloud ha saputo valorizzare questo passaggio tecnologico - fotovoltaico più storage - dando un ottimo segnale al mercato, rimarcato anche dal successo del convegno sugli accumuli organizzato con RSE. Da notare poi che, oltre a Fiamm, erano moltissime le aziende espositrici che offrivano questa opzione tecnologica”.

Una nuova e interessante clientela tecnica ha visitato il nostro stand. Operatori che stanno allargando e aggiornando il loro business: non più  solo fotovoltaico, ma integrazione tra tecnologie”, ha dichiarato Peter Hinteregger di IDM, produttore austriaco di pompe di calore elettriche.

Per Andrea Milan di Connet “stiamo assistendo ad una logica evoluzione del business del fotovoltaico, finalizzato a un uso più ottimale dell’energia. In questa fiera si è capito che il futuro sarà nella gestione della domanda di energia elettrica, attraverso soluzioni tecnologiche innovative”.

Il passaggio da un modello di business basato sugli incentivi a uno imperniato sull’autoconsumo dell’elettricità verde autoprodotta richiede un cambio di mentalità. In questo l’Italia è di fatto un paese pioniere. Ma è la qualità del pubblico di questi tre giorni a Solarexpo che ci dà la garanzia di un buon sviluppo futuro del fotovoltaico in Italia”, hanno dichiarato Alvaro Garcia-Maltras e Sandra Valverde della major cinese Trina.

(fonte: comunicato stampa Solarexpo-The Innovation Cloud)

Servizi e mercato dell'O&M & performance del fotovoltaico per l'Italia

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Venerdì, 9 Maggio 2014
Redazione Qualenergia.it
Oltre 550mila impianti fotovoltaici in Italia richiedono competenze specifiche per la loro gestione, manutenzione e miglioramento delle prestazioni. Un mercato di nuovi servizi che è stato al centro di un convegno di Solarexpo. In Italia sono presenti 93 operatori, per un giro d'affari stimato di circa 368 milioni di euro annui.
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In Italia la presenza di oltre 550mila impianti fotovoltaici, per circa 18 GW di potenza, e un parco di moduli installati pari ad oltre 90 milioni richiedono oggi un oculato servizio di manutenzione per garantire la loro efficienza almeno secondo i rendimenti indicati nella fase progettuale e, se possibile, aumentarne le prestazioni attraverso il monitoraggio, l’analisi dei fenomeni di degrado, la manutenzione ordinaria e predittiva, gli adeguamenti normativi obbligatori, repowering e retrofit del parco esistente.

Se ne è parlato oggi, nella terza giornata di Solarexpo-The Innovation Cloud, in un convegno tecnico dal titolo “O&M&P”, Operation & Maintenance & Performance di impianti fotovoltaici”.

A condurre i lavori l’ingegner Salvatore Guastella di RSE che ha spiegato come oggi questa esigenza sia particolarmente sentita dagli operatori del settore che hanno investito in questa tecnologia e che si aspettano ovviamente un adeguato ritorno economico dagli impianti.

Si sta assistendo ad un passaggio progressivo, anche in modo rapido, da un primo approccio di operation and maintenance per così dire ‘obbligato’ necessario a  garantire il corretto funzionamento dei primi anni di vita dell’impianto in base alle condizioni contrattuali iniziali. Adesso stiamo passando ad un O&M ‘ottimizzato’ che riguarda essenzialmente il mantenimento o miglioramento delle prestazioni effettive dell’impianto alle reali potenzialità dello stesso, un’attività che ha fatto nascere diverse ditte specializzate, soprattutto operatori EPC e System Integrator italiani, e non solo, che si stanno rivolgendo con sempre maggiore interesse a questo business.

Secondo uno studio di Energy Strategy Group del Politecnico di Milano in Italia sono presenti 93 operatori che offrono servizi ‘post-vendita’ ‘di cui quasi due terzi (il 64%) sono player italiani. Il 45% è costituito da EPC e System integrator, il 30% da società specializzate in O&M, il 14% da società di Asset Management e un ulteriore 11% da produttori di componentistica.

Il mercato 2013 dei servizi O&M in Italia - costituito dal 2% degli impianti in esercizio (> 200 kW) in termini di numerosità e dal 62% in termini di potenza - determina un volume d’affari complessivo che si attesta a 368 milioni di euro annui. La quota di mercato più consistente è rappresentata dagli impianti tra 500 kW e 1 MW (circa il 60% del volume d’affari totale) che comprendono un grande numero di impianti di potenza compresa tra 900 kW e 1 MW connessi con il II e III conto energia (circa 1.900 impianti per 1,96 GW totali).

Per fare questa attività si deve agire in tre fasi, ha spiegato Guastella. La prima, fondamentale, è conoscere le condizioni di funzionamento dell’impianto: capire se il sistema fotovoltaico sta funzionando correttamente o se alcuni dati progettuali non si stanno verificando. In questo caso si passa alla seconda fase: analizzare quale tipo di degrado dei componenti del sistemi è in corso e da quali fattori è determinato. La terza fase è l’intervento vero e proprio di manutenzione, che può essere gestito nel momento in cui si verifica la necessità specifica oppure è un intervento di O&M di natura predittiva, cioè di una manutenzione che va ad anticipare il possibile degrado di alcuni componenti. Tutte forme di interventi che possono essere definite sulla base di specifici contratti di gestione e manutenzione, soprattutto per il periodo di incentivazione di 20 anni, ma anche oltre.

Per l’Italia l'O&M è un mercato molto attraente non solo per la vastità del parco impianti che sta per uscire dal periodo di garanzia, ma anche perché molti impianti stanno passando a nuovi proprietari e, diversi, soprattutto quelli di grande taglia, hanno problemi di qualità.

I prezzi  per i servizi O&M in Italia sono più alti che nella maggior parte degli altri paesi europei. Questo settore sarà sempre più competitivo, con un livello di prezzi che potrebbe scendere nei prossimi tempi, fino a quando il mercato si consoliderà. Alla fine, come accade in molti comparti, resteranno solo gli operatori O&M più forti.

Come alcuni relatori hanno spiegato il settore non è facile perché richiede elevate capacità nell’offerta di servizi e processi collaudati e necessita, per questo, di adeguate infrastrutture e staff qualificato.

Renzo Piano e il tetto verde di San Francisco

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Venerdì, 9 Maggio 2014
Renzo Piano e Carlo Piano
Tetto verde, sistemi di condizionamento naturali, soluzioni all'avanguardia: la costruzione che ospita la California Academy of Sciences di San Francisco, è stata definita “una macchina gentile per esplorare il rapporto tra edificio e natura”. In un dialogo con il figlio Carlo, giornalista, l'architetto Renzo Piano ci racconta come l'ha progettata.
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"Latitudine: 37.46°, longitudine: 122.26°. La visibilità è di 16,1 chilometri, l’arancione “internazionale” del Golden Gate Bridge brilla sopra lo stretto che collega l’Oceano Pacifico con la Baia di San Francisco. Il tempo è sereno, la temperatura di poco inferiore ai 6 °C, con una brezza a 5 nodi che spinge la mongolfiera verso Nord-Est. Sorvoliamo un grande prato verde, non sembra un edificio ma un pezzo del parco, del Golden Gate Park, con un po’ meno alberi e tanti cespugli. Da qui non distinguiamo nessun edificio, non si direbbe ma è proprio quella la nostra meta di oggi".

In un dialogo con il figlio Carlo, giornalista, Renzo Piano ci racconta come è nato uno dei suoi edifici più famosi ed “ecologici”:  la California Academy of Sciences San Francisco, primo edificio importante che ha conquistato il livello Platinum nella certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), un sistema basato su una quarantina di parametri che serve a misurare la sostenibilità.

Carlo Piano: Senza i capricci del clima di San Francisco, con le sue nebbie estive e i venti oceanici, un edificio come quello che abbiamo sotto gli occhi (ora si vede il tetto, è un prato con tre collinette che lo fanno assomigliare al dorso di un cammello e tanti oblò) non si sarebbe potuto neppure ipotizzare. Con una superficie di circa 125mila metri quadrati raggruppa in un’unica sede le 11 strutture (costruite tra il 1916 e il 1976) che già esistevano, e che erano state sconquassate dal terremoto del 1989. All’interno ci sono l’acquario Steinhart, il planetario Morrison, la foresta pluviale e il museo di storia naturale Kimball. In America, ma non solo, l’hanno definito il “museo più ecologico del mondo”. Ma è proprio così?

Reanzo Piano: Una macchina sofisticata, a zero consumi e zero emissioni... Questo secolo si è aperto all’insegna della consapevolezza che la Terra è fragile e va difesa. La crisi energetica e la tutela dell’ambiente sono emergenze mondiali, mi sembrava quindi giusto che la sede di una grande istituzione di scienze naturali diventasse simbolo di questa nuova sfida dell’architettura. Dobbiamo cimentarci con il problema e assumerci la responsabilità di risolverlo, gli architetti non possono tirarsi indietro.

(CP) A cominciare dal tetto che, con i suoi 20mila metri quadrati coperti da un tappeto vivente di piante, è una sorta di prato sospeso nel cuore del Golden Gate Park, dove l’Oceano Pacifico sfiora la città. Come se un lembo del parco fosse stato tagliato con un cutter e sollevato a circa dieci metri d’altezza per infilarci sotto le sale espositive. Se c’è un luogo dove ha senso costruire una copertura verde è proprio un museo di scienze naturali, no?

(RP) È metaforicamente un tetto che respira al ritmo della natura, anzi una porzione di parco che vola. Troppo spesso i musei sono luoghi dove si entra con un certo timore, ricordano il regno delle tenebre. Bui e con tante stanze dalle porte chiuse dove al visitatore è proibito accedere. Qui siamo nel mezzo di un giardino stupendo e sarebbe folle chiudersi dentro lasciando fuori la natura.

(CP) The Piazza, così è stata battezzata in puro italiano, è il punto di raccordo tra tutti i padiglioni che compongono il museo, dal Planetario ai laboratori di ricerca. Qui c’è una zona per le conferenze, per i concerti, ci sono sedie, tavolini, computer e un ristorante. La piazza è protetta da una vetrata sorretta da una delicata ragnatela d’acciaio. Sembra che tu l’abbia copiata da una vera.

(RP) Questa struttura reticolare è un’interpretazione della ragnatela, che di giorno lascia passare luce e aria, mentre di notte, quando la temperatura si abbassa e il freddo si fa sentire, si chiude grazie a una complessa copertura di tessuti. Pensa all’iride dell’occhio che si contrae in funzione della luminosità, più o meno è la stessa cosa. Comunque la mia prima passeggiata sul tetto del vecchio museo, immerso tra gli alberi e con le colline di San Francisco in lontananza, è stata fondamentale per il progetto: in quel momento mi sono reso conto che il tetto doveva volare sul parco.

(CP) L’idea era quella che il tetto fosse una continuazione dello stesso Golden Gate Park, ma forse per capire meglio bisogna fare un salto indietro nel tempo, fino alla metà dell’Ottocento, ai tempi della conquista del West. La California Academy nasce nel 1853 su un veliero che durante la bella stagione navigava nelle acque delle isole Galapagos (e talora fino in Madagascar) con a bordo esploratori e ricercatori che raccoglievano specie rare e sconosciute. Mentre in inverno attraccava nel porto di San Francisco e si trasformava in un’esposizione galleggiante. Sulla nave-museo aperta ai visitatori i ricercatori stessi diventavano educatori. Soltanto all’inizio del Novecento l’Academy ha messo radici sulla terraferma con i primi edifici nel Golden Gate Park, e da allora gli scienziati hanno raccolto venti milioni di specie vegetali e animali, un numero impressionante ma, tanto per capirci, appena il 5% di tutte quelle che esistono sulla Terra.

(RP) Durante la mia prima visita al museo il capo del Board, uno scienziato specialista in diatomee di nome Patrick Kociolek, mi ha portato lungo i corridoi infiniti del deposito dove erano custoditi questi venti milioni di specie. E mi ha spiegato che quelle mancanti, quelle di cui non si sa ancora niente, sono invisibili all’occhio umano o vivono negli abissi marini. Quanto mi ha detto mi ha molto colpito.

(CP) Un’altra cosa ti ha impressionato: il fatto che gli scienziati che facevano ricerca si trasformassero in insegnanti e parlassero delle loro scoperte nelle classroom…

(RP) Sì, e lo facevano senza prosopopea, senza farla troppo lunga. Per me questa è stata una delle ragioni d’interesse per il progetto: avere come interlocutori scienziati che si preoccupassero di stuzzicare la curiosità nei ragazzi.

(CP) I musei della scienza sono molto amati dai giovani e dai bambini, succede in tutto il mondo. Bisogna quindi trovare il modo più efficace per trasferire loro questa passione per la conoscenza della natura.

(RP) Sin dalle origini questo museo non è stato concepito come una vetrina, perché qui la dimensione dell’esplorazione e del viaggio ha sempre convissuto con quella della divulgazione. Anzi, direi che il termine museo sta stretto anche oggi a un’istituzione che resta dedicata alla ricerca, con centinaia di scienziati che lavorano a tempo pieno. Uno degli etologi che ho conosciuto è morto in Nuova Guinea qualche mese dopo per il morso di un nuovo tipo di cobra che aveva appena scoperto e voleva studiare. L’antidoto al suo veleno non era ancora stato inventato. Da subito ho avuto a che fare con questi studiosi, gente straordinaria disposta a rischiare la vita per svelare i misteri della natura.

(CP) Ti hanno aiutato nella realizzazione del museo? Nel capire come farlo?

(RP) Li ho ascoltati e mi hanno guidato nel progettare. Ho sentito parlare di specie vegetali native che non hanno nulla a che fare con la lussureggiante vegetazione che si vede viaggiando per la California, su quest’aspetto insistevano molto. I parchi sono stati invasi da piante d’importazione come le palme e gli eucalipti che riescono a sopravvivere solo perché si continua a pompare acqua dal sottosuolo. Anche il Golden Gate Park è così verde e bello perché l’intervento dell’uomo ha trasformato il suolo arido della Baia in un giardino, ma un giorno bisognerà pur smettere di prosciugare il sottosuolo. Ho capito che bisognava puntare su specie vegetali che potessero crescere con la semplice umidità del microclima di San Francisco.

(CP) Insomma, il progetto era costruire un museo delle scienze che fosse esso stesso oggetto di studio naturalistico, un contenitore che fosse anche contenuto. Duecento anni fa la flora della California era diversa e con il tetto del museo hai voluto restituire al parco, o almeno a questa fetta di parco, la sua vera identità. Come se la natura gettasse la maschera. Tanto che il giorno dell’inaugurazione dell’Academy, avvenuta un mese prima delle elezioni che segneranno la fine dell’era Bush e l’inizio di quella di Barack Obama (anche questo è indicativo), un giovane indiano che era il pro-pronipote del proprietario di questo terreno ne ha fatto simbolicamente dono alla città di San Francisco, spiegando che era felice perché era stato ricreato l’ultimo pezzo di “native California” che si potesse vedere nel giro di centinaia di miglia. Dalle praterie del cielo forse anche i suoi avi stavano applaudendo.

(RP) La grande difficoltà è stata individuare le specie giuste per farne un tetto verde che respira e vive. In realtà non ho inventato nulla di nuovo, l’idea l’ho ripresa dalle case tradizionali delle nostre campagne che hanno mura spesse. Lo strato di vegetazione e la massa di terra sopra il tetto accumulano umidità di notte e durante il giorno la restituiscono. Un isolante termico naturale contro il calore del sole. Siamo partiti con il piede giusto dal punto di vista energetico tanto da riuscire a fare a meno di un impianto di aria condizionata.

(CP) Quasi un sacrilegio negli Stati Uniti, dove il gelo dei condizionatori è in agguato dietro ogni porta. Qui a rinfrescare l’ambiente ci pensa la brezza che sale dall’oceano, e la forma stessa dell’edificio serve a incanalarla e a distribuirla. Come funziona?

(RP) Sono sempre andato in barca a vela, ho sempre armeggiato con il fiocco e la randa, quindi so come si può accelerare una brezza modificando le superfici che incontra: le collinette sul tetto sollecitano il vento in modo che scorra verso la piazza, refrigerando e ventilando gli ambienti dell’Academy.

(CP) Si tratta, infatti, del primo edificio importante che ha conquistato il livello Platinum nella certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), un sistema basato su una quarantina di parametri che serve a misurare la sostenibilità. Dai materiali usati al consumo di energia fino ai livelli d’inquinamento. Il 95% delle strutture metalliche utilizza materiali riciclati e gli scarti dei jeans sono stati impiegati come isolante (...) A parte gli scarti di lavorazione dei jeans, tutti i detriti dei vecchi edifici demoliti nel Golden Gate Park (9mila tonnellate di calcestruzzo e 12mila di acciaio) sono stati riciclati e riutilizzati. Così è stata notevolmente ridotta la quantità di rifiuti destinati alle discariche...

(RP) Ogni pilastro contiene due Cadillac. Qui non si butta via niente, come dice un antico proverbio genovese.

(CP) E sempre dalla cultura europea, che normalmente preferisce il recupero alla tabula rasa delle ruspe, deriva anche l’attenzione alle testimonianze storiche? Non tutti gli edifici che componevano la vecchia Academy, nonostante avessero riportato gravi danni durante il terremoto, sono stati demoliti per fare spazio al nuovo progetto. Restano il padiglione africano e quello del Nord America, oltre all’ingresso dell’acquario che è stato inglobato nel nuovo complesso.

(RP) Gli Stati Uniti sono un paese ancora giovane, quelle costruzioni rappresentavano il DNA della città, ho conosciuto persone che ci andavano da bambini, poi ci sono tornate ad accompagnare i figli e oggi, che sono nonni, ci portano i nipotini. Azzerare la memoria era sbagliato, non si strappano le pagine dei libri di storia.

(CP) Parliamo ancora un po’ del tetto verde. Solo per selezionare le piante adatte ci sono voluti cinque anni di lavoro gomito a gomito con i botanici dell’Academy. Si è partiti da trenta graminacee per arrivare a sceglierne quattro specie principali. Raccontami com’è andata...

(RP) Abbiamo trovato un terreno a una ventina di miglia dal parco del Golden Gate che aveva la stessa esposizione del nostro tetto e un identico microclima e lì abbiamo fatto i test sulle essenze che sarebbero state utilizzate. Tutte le settimane gli scienziati andavano a controllare e compilavano un rapporto, alla fine abbiamo individuato le quattro graminacee che meglio sopravvivevano senza bisogno di essere innaffiate e concimate. A queste piante è sufficiente l’umidità della notte e delle brume del mattino: era molto importante rispettare la natura della California e non ricorrere a sistemi d’irrigazione artificiale. Quindi abbiamo ricoperto il tetto con un milione e 700mila piantine contenute in 50mila vassoi in fibra di cocco, un materiale biodegradabile che nel giro di un anno sparisce e diventa terra.

(CP) Fare un tetto del genere non deve essere stata un’impresa semplice, anzi ha comportato grossi problemi, vero?

(RP) Diciamo pure che è stata la parte più difficile del progetto. La copertura, che è costituita da più strati, ha uno spessore complessivo di 60 centimetri. Partendo dal basso, ci sono i pannelli fonoassorbenti, l’isolamento termico, la struttura protetta dal rischio incendio, l’impermeabilizzazione, una coltre difensiva contro le radici delle piante che sono micidiali nel bucare le guaine, poi delle gabbie e sopra i vassoi di cocco con dentro terra e arbusti. Si tratta di un procedimento molto complesso e questo spiega perché, in genere, i tetti verdi non funzionano. Ma all’interno del Golden Gate Park la situazione microclimatica è particolarmente favorevole. La natura si può addomesticare, ma solo a patto che il contesto sia adatto.

(CP) E il clima di San Francisco, com’è scritto nel tuo foglietto spiegazzato, lo è?

(RP) Sì, lo è. La massa del tetto, per metà organica, assorbe l’umidità per poi restituirla. Un po’ come quando d’estate ci si bagna la testa per non soffrire il caldo, e si sta bene finché resta umida. Inoltre terra e piante ci mettono parecchio tempo a scaldarsi, così dal sorgere del sole si arriva alle 5 del pomeriggio prima che il calore penetri all’interno, poi ci pensa il fresco della sera a mantenere bassa la temperatura. Pregi dell’inerzia termica.

(CP) Però il tetto verde della California Academy of Sciences non è solo piante native e terra. Lungo i bordi esterni, dove sconfina verso il parco che lo circonda, sono stati installati mille metri quadrati di pannelli solari. Sessantamila cellule fotovoltaiche, foglioline di cristallo che catturano la forza del sole e creano ombra oltre il perimetro dei muri. Sembra di stare sotto un albero, la luce è vibrante, ma soprattutto queste celle fotovoltaiche coprono più del 5% del fabbisogno energetico dell’edificio. Sono contenute tra due lastre di vetro a pannelli che compongono una copertura trasparente posta a contorno del tetto verde, che protegge i visitatori dalla pioggia e dal vento. Il resto dell’energia è fornito dalla geotermia, l’acqua arriva direttamente dall’oceano: d’inverno viene prelevata a 15 °C e restituita a 11-12 °C, mentre d’estate torna al mare a una temperatura di 18-19 °C in modo da sfruttare il differenziale termico. Mi sono informato bene? 

(RP) Bene, ma voglio dirti che chi entra nell’Academy diventa Robinson Crusoe, gli sembra di scoprire il mondo come se fosse il primo abitante della Terra. Ci sono 20 milioni di specie, l’acquario, il planetario a cristalli liquidi. La natura è la regina assoluta, anche dell’edificio che diventa portatore del messaggio.

(CP) C’è anche un po’ di utopia in questo progetto?

(RP) L’utopia è il sogno di cambiare il mondo, ed è bene che ci sia. Credo che questo museo rappresenti la ricerca di un linguaggio che ci appartenga, che appartenga a questo nostro tempo. Come ha scritto un critico del Guardian, è una macchina gentile per esplorare il rapporto tra un edificio e la natura.

Questo articolo è tratto dal primo volume dell’opera “Almanacco dell’Architetto”, scritto in forma di dialogo tra Renzo Piano e il figlio Carlo , giornalista.
Tutto il materiale è coperto da copyright, la pubblicazione avviene per gentile concessione di Proctor Edizioni.
Per brevità abbiamo tagliato alcune parti del dialogo, la versione integrale di questom articolo, corredata da una scheda dell'edificio, è stata pubblicata sull'ultimo numero della rivista bimestrale QualEnergia: qui il pdf