La COP dell'ossimoro, che strizza l'occhio al carbone

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Lunedì, 18 Novembre 2013
Spettacolare protesta delle ONG ambientaliste alla COP 19. Sotto accusa il trattamento di favore dell'organizzazione della conferenza affidata alla Polonia verso i grandi delle fossili. In particolare non piace la concomitanza tra il Summit del Clima e il vertice mondiale del carbone iniziato oggi a Varsavia.

Le Ong ambientaliste hanno organizzato un evento all'ingresso della COP 19 questa mattina. Ai delegati in arrivo è stato chiesto di camminare su un tappeto verde (che rappresenta l'energia pulita), mentre su un tappeto rosso adiacente attivisti ben vestiti, che rappresentano il governo polacco, hanno accolto l'industria del carbone, raffigurato da attivisti che indossavano maschere a forma di centrali a carbone. Obiettivo dello show, mettere in evidenza il trattamento speciale riservato all'industria del carbone da parte del governo polacco nel corso dei negoziati sul clima

C’è un forte dissappunto tra le associazioni ambientaliste mondiali per la concomitanza tra il Summit del Clima e il vertice mondiale del carbone iniziato lunedì 18 novembre a Varsavia.

“Una concomitanza niente affatto casuale – scrivono le Ong in un comunicato - confermata dall’invito per Christiana Figueres, Segretario Esecutivo della UNFCCC, che ha annunciato e giustificato la sua partecipazione, in un incontro con i capi delegazione di ActionAid International, Christian Aid, Friends of the Earth Europe, Greenpeace International, Oxfam International, WWF International e il focal point Youngo. Figueres non ha però convinto le grandi associazioni, dal momento che il carbone è il combustibile a maggiore tasso di emissioni di CO2, pericoloso per clima, ambiente e salute”.

Le ONG vogliono sia chiaro che il carbone non ha assolutamente alcun ruolo nella lotta per fermare il cambiamento climatico e la transizione necessaria è solo verso economie e società sostenibili che puntino su rinnovabili ed efficienza energetica.

“Quello di lunedì e martedì verrà ricordato come il ‘vertice dell’ossimoro’: dire che il carbone è la soluzione alla crisi climatica equivale ad affermare che l’avvelenamento si cura col cianuro”, ha dichiarato Mariagrazia Midulla responsabile Clima e Energia WWF Italia a Varsavia per seguire i negoziati.

Nell'ultimo assessment dell'IPCC, gli scienziati sono stati chiari: avremo bisogno di mantenere sottoterra almeno i due terzi, e più probabilmente oltre l'80% dei combustibili fossili noti se vogliamo mantenere l'aumento del riscaldamento globale sotto l'obiettivo concordato di 2 °C.

"In questo contesto è profondamente problematico – denunciano le associazioni - che il processo di pre-COP e gli attuali negoziati abbiano dato risalto e privilegio alle grandi aziende che hanno investito ingenti risorse in progetti sui combustibili fossili: estrazione del petrolio nella regione artica, sfruttamento delle sabbie bituminose o all'ampliamento dello uso del carbone, piuttosto che alle aziende che stanno passando a fonti energetiche più pulite. Di particolare interesse è il modo in cui il governo polacco ha consentito la sponsorizzazione commerciale per COP19 e un maggiore accesso per le grandi aziende dei combustibili fossili e gli interessi industriali di ampi aspetti della COP. Si tratta di un cambiamento senza precedenti e altamente preoccupante per la modalità di funzionamento per il processo di clima dell'UNFCCC”.

La COP dell'ossimoro, che strizza l'occhio al carbone

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Lunedì, 18 Novembre 2013
Spettacolare protesta delle ONG ambientaliste alla COP 19. Sotto accusa il trattamento di favore dell'organizzazione della conferenza affidata alla Polonia verso i grandi delle fossili. In particolare non piace la concomitanza tra il Summit del Clima e il vertice mondiale del carbone iniziato oggi a Varsavia.

Le Ong ambientaliste hanno organizzato un evento all'ingresso della COP 19 questa mattina. Ai delegati in arrivo è stato chiesto di camminare su un tappeto verde (che rappresenta l'energia pulita), mentre su un tappeto rosso adiacente attivisti ben vestiti, che rappresentano il governo polacco, hanno accolto l'industria del carbone, raffigurato da attivisti che indossavano maschere a forma di centrali a carbone. Obiettivo dello show, mettere in evidenza il trattamento speciale riservato all'industria del carbone da parte del governo polacco nel corso dei negoziati sul clima

C’è un forte dissappunto tra le associazioni ambientaliste mondiali per la concomitanza tra il Summit del Clima e il vertice mondiale del carbone iniziato lunedì 18 novembre a Varsavia.

“Una concomitanza niente affatto casuale – scrivono le Ong in un comunicato - confermata dall’invito per Christiana Figueres, Segretario Esecutivo della UNFCCC, che ha annunciato e giustificato la sua partecipazione, in un incontro con i capi delegazione di ActionAid International, Christian Aid, Friends of the Earth Europe, Greenpeace International, Oxfam International, WWF International e il focal point Youngo. Figueres non ha però convinto le grandi associazioni, dal momento che il carbone è il combustibile a maggiore tasso di emissioni di CO2, pericoloso per clima, ambiente e salute”.

Le ONG vogliono sia chiaro che il carbone non ha assolutamente alcun ruolo nella lotta per fermare il cambiamento climatico e la transizione necessaria è solo verso economie e società sostenibili che puntino su rinnovabili ed efficienza energetica.

“Quello di lunedì e martedì verrà ricordato come il ‘vertice dell’ossimoro’: dire che il carbone è la soluzione alla crisi climatica equivale ad affermare che l’avvelenamento si cura col cianuro”, ha dichiarato Mariagrazia Midulla responsabile Clima e Energia WWF Italia a Varsavia per seguire i negoziati.

Nell'ultimo assessment dell'IPCC, gli scienziati sono stati chiari: avremo bisogno di mantenere sottoterra almeno i due terzi, e più probabilmente oltre l'80% dei combustibili fossili noti se vogliamo mantenere l'aumento del riscaldamento globale sotto l'obiettivo concordato di 2 °C.

"In questo contesto è profondamente problematico – denunciano le associazioni - che il processo di pre-COP e gli attuali negoziati abbiano dato risalto e privilegio alle grandi aziende che hanno investito ingenti risorse in progetti sui combustibili fossili: estrazione del petrolio nella regione artica, sfruttamento delle sabbie bituminose o all'ampliamento dello uso del carbone, piuttosto che alle aziende che stanno passando a fonti energetiche più pulite. Di particolare interesse è il modo in cui il governo polacco ha consentito la sponsorizzazione commerciale per COP19 e un maggiore accesso per le grandi aziende dei combustibili fossili e gli interessi industriali di ampi aspetti della COP. Si tratta di un cambiamento senza precedenti e altamente preoccupante per la modalità di funzionamento per il processo di clima dell'UNFCCC”.

Pompa di calore: quanto fa risparmiare e come scegliere l'incentivo giusto

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Lunedì, 18 Novembre 2013
Redazione Qualenergia.it
Vale la pena di sostituire la caldaia a gas da pensionare con una pompa di calore elettrica? E, se decidiamo di farlo, quale incentivo è meglio scegliere: il conto termico o le detrazioni fiscali del 65%? Abbiamo fatto due conti per capirlo. Le nostre simulazioni di investimento per una soluzione che si rivela economicamente interessante.
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E' arrivata l'ora di cambiare la vecchia caldaia a gas? Vale la pena di sostituirla con una pompa di calore? E, se decidiamo di farlo, quale incentivo scegliere: il conto termico o le detrazioni discali del 65% per l'efficienza energetica? Abbiamo fatto due conti per capirlo, scoprendo che la soluzione pompa di calore, pur comportando un investimento iniziale decisamente più impegnativo, è economicamente conveniente, specie nelle sue declinazioni tecnologiche meno costose e usufruendo delle detrazioni fiscali.

Lo si vede bene nelle simulazioni di investimento che abbiamo realizzato con la preziosa consulenza dell'ingegner Lorenzo Colasanti e dell'Energy & Strategy Group, il team di ricerca specializzato del Politecnico di Milano, che sulle pompe di calore e le altre tecnologie per l'efficienza energetica ha lavorato molto anche per preparare la nuova edizione dell'Energy Efficiency Report, che sarà presentato il 4 dicembre.

Abbiamo ipotizzato che la nostra utenza tipo - 4 persone che vivono in una villetta monofamiliare con prestazioni energetiche nella media - si trovi con una caldaia a fine vita.

A questo punto, per continuare a soddisfare i suoi fabbisogni di riscaldamento e acqua calda sanitaria, può scegliere tra installare una nuova caldaia a gas o una tra due diverse tipologie di pompe di calore elettriche da 10 kWt: aria-acqua (che preleva il calore dall'aria e lo cede all'acqua) o terreno-aria con sonda geotermica (per la tipologia aria-aria si veda l'ultimo paragrafo). Per ciascuna soluzione abbiamo considerato un prezzo, installazione compresa, tenendo conto dei valori rilevati sul mercato in questo periodo: 7.500 euro per la pompa aria/acqua e 11mila euro per l'installazione con sonda geotermica, mentre abbiamo ipotizzato che la caldaia a gas nuova costi 1.500 euro.

Nel tenere conto delle prestazioni delle pompe di calore abbiamo dovuto per forza di cose approssimare, dato che il rendimento dipende da vari fattori contingenti, quali l'andamento della temperatura stagionale della sorgente (l'aria esterna o il terreno a seconda delle tecnologie): i valori ipotizzati sono comunque realistici. Abbiamo ipotizzato che la pompa di calore vada a lavorare con i radiatori preesistenti, anche se queste tecnologie danno il meglio abbinate a sistemi a bassa temperatura, come il riscaldamento a pavimento. Abbiamo inoltre considerato e che la potenza contrattuale garantita dal fornitore di energia elettrica (e il relativo costo dell'elettricità) resti di 3 kW, sufficiente per impianti di questa potenza secondo gli esperti del Politecnico (qui i dettagli delle pompe di calore e qui i parametri della simulazione).

A questo punto siamo andati a vedere come cambiano i conti a seconda dell'incentivo che si sceglie – conto termico o detrazioni fiscali - e della zona climatica in cui vive il nostro utente tipo, valutando il payback time dell'investimento e il valore attualizzato netto al 4% su 20 anni, un tempo paragonabile alla vita utile di questi impianti (prudenzialmente stimato in 20-25 anni). I risultati sono riassunti nelle tabelle sotto.

Come si vede l'opzione pompa di calore risulta sempre conveniente rispetto all'installazione di una nuova caldaia a gas (con l'eccezione della tecnologia più cara, nella zona climatica più calda e con l'incentivo meno generoso). Questo nonostante le nostre simulazioni non tengano conto di due vantaggi che queste macchine possono dare e che sono difficili da quantificare: innanzitutto le pompe di calore considerate, oltre che a fornire calore, possono dare anche raffrescamento, dunque far risparmiare sull'eventuale acquisto e/o utilizzo di un condizionatore; in secondo luogo, la pompa di calore elettrica è ancora più conveniente nel caso la si abbini a un impianto fotovoltaico, perché permette di massimizzare l'autoconsumo dell'elettricità prodotta (a proposito si veda lo Speciale tecnico di QualEnergia.it su fotovoltaico e autoconsumo, di prossima pubblicazione).

I tempi di rientro dell'investimento sono più rapidi nei climi più freddi e per la tecnologia più economica, cioè  perla pompa aria-acqua, ma il VAN sui 20 anni non si discosta molto. Tra i due incentivi le detrazioni fiscali, al momento prorogate fino al 31 dicembre 2014, sono la soluzione nettamente più conveniente. Ovviamente bisogna confrontarsi con i limiti di questo meccanismo: mentre il conto termico eroga direttamente il contributo in due anni, la detrazione restituisce in 10 rate annuale di uguale importo il 65% della spesa sostenuta, scalandolo dall'IRPEF. Oltre ad avere il ritorno economico diluito su 10 anni, per potere sfruttare a pieno le detrazioni bisogna dunque avere un reddito che comporti il pagamento di rate IRPEF adeguate: almeno 750 euro all'anno per la pompa di calore aria/acqua, almeno 1.100 per quella più costosa.

E per la tipologia aria-aria, la più diffusa? Qui il confronto con la caldaia a gas è più complesso. Il modello che abbiamo considerato (costo indicativo installazione compresa  6.500 euro), infatti, fornisce solo riscaldamento e raffrescamento ambienti e dunque non può sostituire completamente una caldaia a gas, che fornisce anche acqua calda sanitaria. Andrebbe affiancata a uno scalda-acqua o integrata con uno scambiatore aria-acqua. A livello indicativo alleghiamo ugualmente la simulazione, dato che mostra quanto, per produrre la stessa quantità di calore, convenga installare una pompa di calore aria-aria in vece di una nuova caldaia a gas.

Come si vede i conti sono ancora più interessanti rispetto alle tecnologie di pdc più costose e la detrazione resta la soluzione migliore.

Si vedano anche:

Lo speciale tecnico  sulle pompe di calore

La guida agli scalda acqua a pompa di calore

Fotovoltaico, raddoppio del mercato entro 6 anni

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Venerdì, 15 Novembre 2013
Redazione Qualenergia.it
Il mercato del fotovoltaico nel giro dei prossimi 6 anni raddoppierà. A trainare la crescita sarà l'Asia, con la Cina che arriverà ad avere ben 100 GW di potenza installata entro il 2020. I prezzi continueranno a calare e il solare sarà competitivo quasi in tutto il mondo già nel 2017, dicono le ultime previsioni di Navigant Research.
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Nonostante il venir meno del supporto governativo in molti mercati, le guerre commerciali e la crisi che sta colpendo molte aziende del settore, il fotovoltaico sembra avere la strada in discesa. La impressionante riduzione dei costi vissuta negli ultimi anni continuerà, pur rallentando, e spingerà le installazioni.

Il FV sarà competitivo quasi in tutto il mondo già dal 2017 e il mercato mondiale nel giro dei prossimi 6 anni raddoppierà. La Cina da sola arriverà ad avere ben 100 GW di potenza installata entro il 2020. A dirlo le ultime previsioni di Navigant Research.

La nuova potenza installata in un anno, si prevede, passerà dai 35,9 GW previsti per il 2013 a 73,4 GW nel 2020. Sempre più protagonista sarà l'Asia, come si vede dal grafico.

“Il calo del prezzo dei moduli sta aprendo nuovi mercati per il fotovoltaico distribuito e permetterà di arrivare rapidamente alla grid parity nei mercati con il costo dell'elettricità più alto”, spiega Dexter Gauntlett, senior research analyst di Navigant Research.

La diminuzione dei prezzi dovrebbe però rallentare. Dopo anni di oversupply e prezzi tanto bassi da portare al fallimento diversi produttori, infatti, già a partire da quest'anno la situazione sembra si stia stabilizzando. Per questo Navigant Research prevede che la riduzione dei prezzi dal 2013 al 2020 si attesti in un range del 3-8% annuo, piuttosto distante dai 'crolli' vissuti negli ultimi anni, in cui si è visto il prezzo dei moduli passare dai circa 4 $/W del 2006 a a meno di 1 $/W nel 2012.

Nel 2020 il prezzo chiavi in mano degli impianti andrà probabilmente dagli 1,50 ai 2,19 $/Wp. Con questi valori il fotovoltaico sarà in grid parity praticamente ovunque, tranne che in qualche mercato con prezzi retail dell'elettricità particolarmente bassi. Dovrebbe essere il 2017, come detto, l'anno in cui il FV riuscirà a farcela senza incentivi nella maggior parte dei mercati.

A spingere il fotovoltaico distribuito, si spiega, stanno contribuendo e contribuiranno le soluzioni finanziarie innovative che si stanno diffondendo, cioè le varie modalità di leasing o di vendita diretta dell'energia. Su queste pagine abbiamo parlato del mercato californiano del FV residenziale, praticamente incentrato sui leasing, e, come abbiamo raccontato, anche nell'Italia del post incentivi soluzioni del genere stanno diventando importanti.

Le tipologie di installazioni ovviamente varieranno a seconda dei vari mercati. Nonostante quel che sta succedendo in mercati come il nostro e la Germania, dove il futuro sarà soprattutto basato su impianti FV su tetto, a livello mondiale conteranno di più i grandi impianti, che peseranno per più della metà delle installazioni totali.

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Futuro della COP19, a chi le responsabilità?

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Venerdì, 15 Novembre 2013
Piero Pellizzaro
Durante la quarta giornata della COP19 la delegazione Usa ha proposto di minimizzare il ruolo del meccanismo per le "perdite e i danni", ponendo come priorità i finanziamenti privati e di ritardare la scadenza per il post-2020 negli impegni di riduzione delle emissione. Corrispondenza di Piero Pelizzaro, Responsabile Cooperazione internazionale di Kyoto Club, dalla COP di Varsavia.

Durante la quarta giornata della COP19, che si è svolta ieri 14 novembre 2013, la delegazione degli Stati Uniti ha proposto un ordine del giorno per minimizzare il ruolo del meccanismo per le "perdite e i danni" del climate change, ponendo come priorità i finanziamenti privati nel Green Climate Fund, e di ritardare la scadenza per il post-2020 negli impegni di riduzione delle emissione...

Continua a leggere qui la  quarta puntata della cronaca dalla COP19 di Varsavia di Piero Pelizzaro, Responsabile Cooperazione Internazionale di Kyoto Club.

Terza puntata

Seconda puntata

Prima puntata

Annual Worldwide Solar PV Installations Will Double by 2020

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Venerdì, 15 Novembre 2013
According to a recent report from Navigant Research, annual installations of new solar PV capacity will more than double, in terms of capacity, by 2020, growing from 35.9 gigawatts in 2013 to 73.4 GW in 2020. In China more than 100 GW of solar PV will be deployed by 2020.

Despite waning government support, the threat of international trade wars, and high-profile bankruptcies, the solar photovoltaic market continues to grow.  Solar PV technology costs have steadily declined, and pathways to further cost reduction are being pursued.  By the end of this decade, solar PV is expected to be cost competitive – even without subsidies –with retail electricity prices in a significant portion of the world.

According to a recent report from Navigant Research, annual installations of new solar PV capacity will more than double, in terms of capacity, by 2020, growing from 35.9 gigawatts in 2013 to 73.4 GW in 2020.

“Lower prices for solar PV modules are opening up new markets for distributed PV, while also helping the technology reach grid parity more quickly in high-cost retail electricity markets,” says Dexter Gauntlett, senior research analyst with Navigant Research. 

“The Asia Pacific region is expected to be the leading regional market for solar PV installations throughout the forecast period, led by China, where more than 100 GW of solar PV will be deployed by 2020.”

As the industry matures, the market will evolve in several ways.  While installation types vary by region, there is a general shift expected toward non-distributed solar PV systems as a larger percentage of all solar PV installed capacity, according to the report.  Distributed systems will account for less than half of all installations in 2014, and non-distributed systems will represent more than half of the market through 2020.

Fare2 in Cdm: salta taglia-bollette, resta spalma-incentivi. Il testo

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Venerdì, 15 Novembre 2013
Redazione Qualenergia.it
Ddl Fare2, divenuto collegato della Legge di Stabilità, in Consiglio dei ministri oggi. Sarebbe sparita la misura che riduce il peso dell'A3 in bolletta tramite obbligazioni, mentre resterebbero rimodulazione volontaria incentivi rinnovabili, intervento su ritiro dedicato e aiuti a carbone Sulcis.

(Aggiornato alle 14.30)

Grazie a una decisione dell'ultimo momento, nel Cdm di oggi si è discusso anche il ddl Fare2, noto anche come Destinazione Italia o Sviluppo, collegato alla Legge di Stabilità, che si affianca dunque all'altro collegato, quello ambientale. In allegato in basso la bozza del testo entrata in Consiglio.

Questa mattina il Cdm ha solo avviato l'esame del provvedimento che proseguirà in una delle prossime sedute.

Dal testo, ulteriormente alleggerito rispetto alle ultime bozze circolate, è sparito il cosiddetto taglia-bollette, cioè la misura che riduce il peso dell'A3 in bolletta tramite l'emissione di obbligazioni da parte del GSE.

Resta invece la rimodulazione volontaria degli incentivi alle rinnovabili e c'è ancora anche la norma sul ritiro dedicato, che elimina per tutti gli impianti incentivati i prezzi minimi garantiti.

Altre disposizioni conservate nel testo in discussione, quelle sulle modifiche alle tariffe biorarie, sulla revisione delle competenze Stato-Regioni sulla geotermia e quelle per promuovere il carbone con CCS nel Sulcis.

La bozza entrata al Cdm del 15 novembre (pdf)

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Risorse, energia, economia: la via circolare per uscire dalla crisi

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Venerdì, 15 Novembre 2013
Fabio Terragni e Gianluca Sala
Uscire dalla e ripensare i paradigmi dell’economia occidentale: da un modello lineare ad uno circolare. Progettando i beni in modo da creare un ciclo chiuso di risorse e trasformando i consumatori in utenti, l'industria manifatturiera europea può risparmiare 700 miliardi $ l'anno, a beneficio di ambiente, innovazione ed occupazione.
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La crisi recessiva che ha colpito tutto il mondo “sviluppato” deve rappresentare anche un’occasione per ripensare i paradigmi che dominano l’economia occidentale. In questo contesto, caratterizzato anche da una continua crescita dei prezzi delle materie prime e dei combustibili fossili, appare del tutto insufficiente lo sforzo per minimizzare gli sprechi di energia e di risorse. Negli ultimi anni è stato messo a fuoco un concetto, quello di “economia circolare”, che descrive in modo preciso e dettagliato - almeno dal punto di vista teorico - i passi da compiere per una riforma sostenibile della produzione di beni e servizi (si veda il rapporto “Toward a Circular Economy: economic and business rationale for an accelerated transition”, a cura della Ellen Macarthur Foundation - 2012). Non solo: ci sono aziende che hanno intrapreso questo cammino con convinzione, dimostrando l’effettivo valore pratico, oltre che teorico, dell’economia circolare.

La crisi dei consumi non può farci dimenticare che - dall’inizio della Rivoluzione industriale - i Paesi sviluppati hanno beneficiato di un’impressionante aumento della capacità produttiva e quindi della disponibilità di beni di consumo. Nel corso del XX secolo, il prodotto interno lordo globale è cresciuto di oltre 20 volte; nei Paesi che ne hanno beneficiato, questa crescita ha generato una notevolissima ricchezza diffusa. Alla base del prepotente sviluppo occidentale c’è un modello di produzione ad alta intensità di energia e di risorse naturali che può essere definito “lineare”, dove i prodotti industriali derivano da uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali che - al termine del ciclo di vita dei beni – diventano rifiuti.

I concetti di riuso e di rigenerazione, centrali in un'economia di sussistenza, sono stati a lungo abbandonati a favore del modello lineare “prendi-usa-getta”. Ancora oggi circa l’80% dei materiali a fine vita finisce in discarica o in un inceneritore. Gli innegabili benefici del modello lineare hanno costi “esterni” particolarmente elevati, finora ignorati o tollerati. Tuttavia questo quadro sta entrando in crisi a causa dei prezzi in aumento delle risorse naturali, oltre che dei costi dello smaltimento dei rifiuti. La tendenza al recupero dei materiali è ancora troppo contenuta, soprattutto a fronte della prevista espansione della platea mondiale di consumatori, dovuto all’aumento della classe media con capacità di spesa (basta considerare i  3 miliardi di abitanti dei BRICS - Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). Mantenendo inalterato il modello lineare di produzione e consumo, la pressione ambientale crescerebbe a dismisura, con effetti ecologici ed economici potenzialmente devastanti.

Il sistema economico mondiale, secondo un rapporto di PriceWaterhouseCoopers, consuma annualmente circa 65 miliardi di tonnellate di materie prime, e in prospettiva nel 2020 arriverà a utilizzarne 82 miliardi. In passato la discesa dei prezzi delle risorse naturali ha supportato la crescita economica nelle economie avanzate e, anche per questo motivo, il loro recupero non è mai diventato una priorità economica. L’efficienza nei cicli produttivi è stata perseguita soprattutto riducendo i costi del lavoro (oltre che trascurando le cosiddette “esternalità”).

Tuttavia dal 2000 i prezzi delle risorse naturali sono in costante ascesa: nel McKinsey’s Commodity Price Index 2011, la media aritmetica dei prezzi dei sub-indici riferiti a quattro commodity (alimentari, prodotti agricoli non alimentari, metalli ed energia) si colloca al livello più alto del secolo. E i segnali fanno ritenere che la scarsità di risorse e la volatilità dei prezzi siano destinate a permanere, se non ad aggravarsi. Nel loro complesso, tali dinamiche mettono in tensione il tradizionale modello lineare.

L’economia circolare nasce per dare risposta a queste criticità ed è basata – in modo intenzionale e progettuale - su recupero e rigenerazione dei prodotti e dei materiali. Risultati che possono essere ottenuti solo attraverso un re-design di sistema, che rivisiti prodotti, processi produttivi, modelli di business. Uso e consumo dei materiali debbono essere distinti: l’enfasi è su un modello di “servizio funzionale” in cui produttori e distributori, invece di cedere la proprietà dei loro prodotti, agiscono come service provider. Alla base di questa rivoluzione produttiva, alcuni semplici concetti, mutuati anche dai cicli organici:

  • rifiuti zero: l’economia circolare tende a eliminare la produzione di rifiuti, grazie al reinserimento dei cicli naturali dei componenti biologici e al recupero dei componenti tecnici di un prodotto. È un’ambizione che si spinge oltre i concetti di riciclaggio e recupero. Si tratta piuttosto di pianificare il ciclo di vita dei componenti durevoli e dei componenti di consumo di un prodotto;
  • energie rinnovabili: per alimentare l’economia circolare, l’energia dovrebbe provenire da fonti rinnovabili, al duplice scopo di ridurre la dipendenza da risorse naturali e aumentare la resilienza dei sistema (per esempio a shock energetici);
  • utilizzatori, non consumatori: è necessario sviluppare un “nuovo contratto” tra le imprese e i loro clienti basato non più sulla vendita dei prodotti, ma sull'erogazione di servizi basati su beni durevoli, recuperabili, rigenerabili, che possano essere ceduti in possesso, affittati, condivisi. Nel caso debba essere ceduta la proprietà, ne viene incentivato il recupero al termine del periodo di uso primario;
  • approccio sistemico: ponendo maggiore attenzione ai flussi e alle connessioni, piuttosto che ai singoli componenti, è più facile aumentare la capacità rigenerativa del sistema produttivo.

La “regola d’oro” dell’economia circolare fa riferimento alle “potenzialità del circolo più stretto”: meno un prodotto deve essere cambiato per il suo riuso o rigenerazione, più velocemente torna in uso, più alto è il potenziale di risparmio. I processi di riciclo tradizionali sono “laschi”, ovvero basati su cicli inversi lunghi che riducono l’utilità dei materiali al loro livello più basso, disperdendo buona parte del valore aggiunto. Un altro meccanismo fa riferimento alla massimizzazione del tempo in cui la risorsa rimane in un circolo e alla massimizzazione del numero di circoli consecutivi (sotto forma di riuso/rigenerazione dei prodotti o di semplice riciclaggio dei materiali).

Un terzo meccanismo si riferisce al potenziale degli “usi a cascata”. L'esempio classico è quello dei prodotti tessili in cotone, che possono essere dapprima riutilizzati per confezionare abiti, poi utilizzati nell’arredamento e più tardi nell’edilizia (per l’isolamento termico e acustico) per ritornare, infine, nella biosfera. Un’ultima potenzialità risiede nella capacità di progettare prodotti che permettano flussi di materiali “puri”, non tossici e facili da separare: ciò consente un significativo aumento dell’efficienza dei processi di recupero.

La razionalità economica ed ecologica dell’economia circolare non è di per sé sufficiente a determinarne il successo. Cosa serve affinché la rivoluzione prenda piede? Va detto anzitutto che ogni prodotto/business ha le proprie specifiche caratteristiche e non esiste una ricetta sempre valida. Tuttavia, possono essere individuate quattro categorie di elementi critici:

  • design di prodotto: in tutti i casi di successo, miglioramenti nelle fasi di design del prodotto e accurata selezione dei materiali hanno portato a significative riduzioni dei costi associati all’attivazione di cicli inversi sempre più stretti, senza compromettere l’integrità e la qualità complessiva dei prodotti. Oltre alla scelta dei materiali, è premiante l’adozione di componenti modulari e standardizzati, e un accurato design per il disassemblaggio. Allo stato attuale sono ancora sottoutilizzati i principi della separazione dei nutrienti tecnici da quelli biologici e l’eliminazione di sostanze tossiche dai prodotti e dai processi produttivi;
  • nuovi modelli di business: design dei servizi e formule di business più attraenti sono essenziali per il successo dell’economia circolare. I prodotti devono diventare “miniere”, da cui continuare ad attingere. È necessario passare da modelli di business basati sulla proprietà del bene da parte dell’acquirente a quelli basati sull’utilizzo e sulla performance (leasing, noleggio, ecc.);
  • cicli inversi e usi a cascata: senza sistemi di trattamento e raccolta efficienti, la perdita di risorse e materiali continuerà minando le fondamenta del design circolare. È necessario migliorare le abilità e le infrastrutture che permettono di chiudere il cerchio;
  • altri fattori abilitanti: affinché il riuso dei materiali e una più elevata produttività diventino tanto comuni quanto lo sono oggi i rifiuti, i meccanismi di mercato dovranno essere supportati da politiche, azioni formative ed educative, dalle istituzioni finanziarie.

I risultati delle analisi e simulazioni svolte da McKinsey per la Ellen Macarthur Foundation mostrano che l'approccio circolare può portare a significativi miglioramenti nella produttività dei materiali e può essere realmente profittevole per le imprese. Ma vantaggi e benefici non si limiterebbero alle imprese, avendo un effetto sistemico e generando un impatto positivo sull’intero sistema economico, inclusi i consumatori/utenti finali.

Il sistema economico potrebbe beneficiare di un sostanziale risparmio di materiale netto con conseguente abbassamento del livello di volatilità dei prezzi e dei rischi di fornitura. In Europa il potenziale di risparmi si aggira nell’ordine dei 700 miliardi di dollari all’anno: solo nel mercato dei prodotti di largo consumo, l’economia circolare potrebbe permettere ben 630 miliardi di dollari all’anno di risparmi, cifra pari al 23% dell’attuale spesa per le materie prime e a circa il 3,5% del PIL europeo del 2010.

Non solo: un’economia centrata sull’utente vedrebbe aumentare i tassi di innovazione, occupazione e produttività del capitale (tutti fattori moltiplicatori a loro volta), promuovendo uno spostamento verso il settore terziario (servizi). Verrebbero ridotte le esternalità negative (risultato dell’avere meno materiali in circolo). Tale riduzione sarebbe maggiore di ogni possibile miglioramento incrementale di efficienza all’interno del sistema attuale.

Infine aumenterebbe la “resilienza” del sistema: la capacità di reagire a shock di ogni tipo (fattori geo-politici, climatici, ecc.). Un modello, dunque, che mostra come la sostenibilità e il risparmio possano rendere più competitive le aziende e le nostre economie sulla base di competenze, innovazione ed efficienza nell’uso delle risorse.

L'articolo è stato pubblicato sul n.4/2013 della rivista bimestrale Qualenergia, con il titolo "Il circolo dell'economia".

COP19: è arrivato il momento della leadership del Sud del Mondo?

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Giovedì, 14 Novembre 2013
Piero Pellizzaro
Dopo i primi due giorni di relativa calma, i negoziati alla COP19 entrano nel vivo e si cominciano a delineare gli obiettivi che i diversi paesi vogliono portare a casa. La terza puntata della cronaca dai negoziati a Versavia.

Dopo i primi due giorni di relativa calma, i negoziati alla COP19 cominciano a diventare sempre più intensi e si iniziano a delineare gli obiettivi che i diversi paesi vogliono portare a casa. La posta in gioco è alta come non mai, soprattutto dopo i mezzi passi falsi degli ultimi quattro anni. Gli interessi di 195 paesi devono fondersi e muoversi in un’unica direzione per trovare un accordo sul Post-Kyoto, che dovrà essere raggiunto entro il 2015 (questo dovrà avvenire con l’obiettivo fondamentale di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei di 2 °C).

Il cambiamento climatico influisce sempre più sullo sviluppo dei paesi emergenti, ma è al tempo stesso una leva per fare emergere le economie dei paesi in via di sviluppo: questi due aspetti devono essere punti fermi per gli obiettivi al 2015 e per gli anni successivi. Al fine di raggiungere questo scopo sarà forse necessario cominciare a chiedersi se non sia utile una revisione dei processi decisionali della conferenza.

Continua a leggere qui la terza puntata cronaca dalla COP19 di Varsavia di Piero Pelizzaro, Responsabile Cooperazione Internazionale di Kyoto Club.

Seconda puntata

Prima puntata

 

Domanda carbone stabile, e chi vorrebbe se ne consumasse di più

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Giovedì, 14 Novembre 2013
Redazione Qualenergia.it
L’Italia importerà 19 milioni di tonnellate di carbone nel 2013, dato stabile rispetto allo scorso anno. Secondo Andrea Clavarino, presidente di Assocarboni e delegato del Governo Italiano al Coal Industry Advisory Board IEA, il nostro Paese dovrebbe consumare più carbone per ridurre il caro energia. Una tesi a dir poco discutibile.
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In Europa quest'anno è previsto un aumento delle importazioni di carbone di circa il 5% rispetto al 2012. L’Italia invece nel 2013 ne importerà 19 milioni di tonnellate, dato stabile rispetto allo scorso anno. La maggior parte proviene via mare da Stati Uniti, Sud Africa e Indonesia, Paesi che contribuiscono all’80% delle importazioni di carbone da vapore in Italia.

Sono alcuni dei dati resi noti da Andrea Clavarino, Presidente di Assocarboni, nel corso della riunione plenaria del Coal Industry Advisory Board/IEA 2013, tenutasi ieri a Parigi (in allegato in basso la nota).

Un incontro che è stato occasione di esternazioni sulla politica energetica nazionale ed europea: "Se l'Italia continuerà ad ignorare il contributo del carbone alla produzione di elettricità a prezzi competitivi, il suo tessuto industriale presto sarà a rischio", ha dichiarato Clavarino, che è delegato del Governo italiano al consiglio del CIAB, l'organo consultivo sul carbone dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. "Le imprese italiane sono costrette a far fronte a prezzi del 50% più alti rispetto alla media europea, dal momento che il Paese dipende per oltre il 70% del suo fabbisogno energetico da gas naturale e da fonti rinnovabili", ha aggiunto.

La ricetta di Assocarboni: "Meno gas naturale, costoso e con significative implicazioni in termini di sicurezza energetica e approvvigionamenti, e più carbone insieme alle fonti rinnovabilli”. Si auspica che si realizzino presto i tre progetti di conversione di centrali, da olio a carbone, in attesa di autorizzazione (Porto Tolle, Vado Ligure e Saline Joniche), che porterebbero la quota del carbone nel mix energetico nazionale dall’attuale 12% al 16%.

Nel 2013 – ricorda Assocarboni - sarà il prezzo competitivo del carbone a permettere ai principali produttori europei di energia di mantenere in attivo i bilanci, compensando gli alti costi delle loro centrali elettriche alimentate a gas.

Se questo è vero, è invece falso che il carbone possa risolvere il problema del caro energia per consumatori e aziende: se così fosse, in Italia avremmo già beneficiato di una riduzione in bolletta, dato che la sua quota sulla produzione di energia termoelettrica da fossili in questi ultimi anni è aumentata, passando dal 17% del 2008 al 22% del 2012. In realtà, essendo il prezzo dell'elettricità in Borsa fissato sul prezzo dell'offerta più cara, anziché abbassare i prezzi, in questi anni il carbone, decisamente meno caro del gas, ha goduto della situazione giovando più che altro appunto ai bilanci delle utility.

Che poi le fossili portino sicurezza energetica, oltre a essere intuitivamente contraddittorio, è facile da smentire. Gli incrementi consistenti che abbiamo avuto in bolletta in questi anni sono infatti legati, più che al peso accresciuto degli oneri di sistema, all'aumento della componente energia, che dipende essenzialmente dal costo del petrolio ed è aumentata dal 2002 al 2012 del 177% (a fronte di un incremento del totale in bolletta del 53%, vedi dossier Legambiente).“L’alta dipendenza dell’Italia dai combustibili fossili, che soddisfano l’82% della domanda interna, uno dei valori più alti in Europa, ha rappresentato il primo driver dell’aumento dei prezzi energetici negli ultimi anni: tra il 2000 e il 2012 i prezzi del petrolio sono aumentati di oltre il 200% (triplicati), quelli del carbone del 160% e del gas sul mercato europeo di circa il 300%”, ricorda un dossier della Fondazione Sviluppo Sostenibile.

La nota di Assocarboni prosegue, criticando la Commissione Europea che “continua a sottovalutare il ruolo e il contributo del carbone per prezzi competitivi dell’elettricità e a considerare gas e fonti rinnovabili come le migliori opzioni per il mix energetico”. Peccato che il carbone sia relativamente economico solo perché scarica sulla collettività gli enormi costi ambientali e sanitari.

Stando a uno studio realizzato dall'Università di Stoccarda e pubblicato alcuni mesi fa, questa fonte in Europa causa 22.300 morti premature all'anno e fa spendere ai governi miliardi di euro in cure sanitarie e giorni di lavoro persi. In Italia nel 2010 il carbone ha causato 521 morti, ha 'sottratto' 5.560 anni di vita e fatto perdere 117mila giorni di lavoro. Se si realizzassero le 50 nuove centrali che si vorrebbero costruire nel vecchio continente, si aggiungerebbero al conto 2.700 morti premature e si taglierebbero 32mila anni di vita l'anno.

Concetto rimarcato da Andrea Boraschi, responsabile Clima ed Energia di Greenpeace, che interpellato commenta: “Le ricerche realizzate per conto di Greenpeace da un centro di ricerca indipendente olandese, SOMO - ricerche che applicano una metodologia dell'UE alle emissioni dichiarate dalle stesse aziende proprietarie degli impianti a carbone - stimano in 2,5 miliardi di euro le esternalità che vengono al nostro Paese, su base annua, dal consumo della fonte più sporca e nociva per il clima. Il giorno in cui le aziende del termoelettrico che investono sul carbone cominciassero a rifondere questi danni, o il giorno in cui si avesse un sistema ETS efficiente, la convenienza di questa fonte obsoleta svanirebbe di colpo”.

Assocarboni non è preoccupata di questo? Dal comunicato non sembra. Si rassicurano, affermando che il carbone “rimarrà la fonte di energia in più rapida crescita ancora per molto tempo: secondo l'IEA, la sua domanda aumenterà più velocemente di quella del gas naturale, ad un tasso del 2,6% annuo da qui al 2018”. La citazione è presa dal World Energy Outlook 2013, fresco di pubblicazione, del quale si omette però la parte in cui anche la conservatrice IEA ammette che nei paesi OCSE il carbone avrà vita dura a causa degli impatti ambientali che comporta: la domanda calerà di un quarto da qui al 2035 e solo l'appetito dei paesi emergenti consentirà una crescita in termini assoluti, che comunque è un calo in termini relativi.

“La forza trainante alla base dell'aumento del consumo mondiale di carbone è il settore energetico in Cina, India e altri paesi non OCSE, soprattutto nel Sud-Est asiatico”, ricorda infatti giustamente Assocarboni, senza però dire che anche in questi paesi ci si è accorti dei costi ambientali e sanitari del carbone e si sta cercando di frenare. “E' davvero curioso – commenta Boraschi - che, parlando della Cina, omettano come proprio in questi mesi, in molte regioni del nord di quel Paese, sono stati definiti precisi piani di riduzione dell'uso del carbone come strategia principale di abbattimento dell'inquinamento. La provincia di Shandong, che è quella con i livelli massimi di combustione di questa fonte, ha previsto una riduzione delle concentrazioni atmosferiche di PM2.5 del 20% al 2017 e per conseguire questo obiettivo ha annunciato di voler tagliare l'uso del carbone di 20 milioni di tonnellate”.

La nota di Assocarboni (pdf)