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Referendum, Legambiente: nessun allarmismo su gas, sbloccare invece biometano

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Martedì, 29 Marzo 2016
Con il biometano si può produrre una quantità di gas quattro volte superiore a quella che si estrae dalle piattaforme interessate al referendum, quelle entro le 12 miglia dalla costa che, peraltro, in 20 su 26 concessioni non pagano alcuna royalty.

L’alternativa alle trivellazioni di gas in Italia esiste già: con il biometano si può produrre una quantità di gas quattro volte superiore a quella che si estrae dalle piattaforme entro le 12 miglia, creando più lavoro e opportunità per i territori. “Il vero grande giacimento italiano da sfruttare - dichiara Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente - non è sotto i nostri mari ma nei territori e nella valorizzazione del biogas e del biometano prodotti da discariche e scarti agricoli”.

All’allarme, sollevato sul referendum del 17 aprile sulle trivellazioni in mare entro le 12 miglia, su un’Italia messa in ginocchio senza il gas estratto da quelle trivelle e costretta ad aumentare le importazioni dall’estero via nave, Legambiente risponde che sono tutte bugie, citando numeri e studi. Il gas estratto nelle piattaforme oggetto del referendum non arriva al 3% dei consumi nazionali. E, com’è noto, il gas nel nostro Paese arriva attraverso i gasdotti.

“I numeri sono chiarissimi - prosegue Zanchini - già oggi si produce elettricità in Italia con impianti a biogas che garantiscono il 7% dei consumi. Ma il potenziale per il biometano, ottenuto come upgrading del biogas e che può essere immesso nella rete Snam per sostituire nei diversi usi il gas tradizionale, è in Italia di oltre 8 miliardi di metri cubi. Ossia il 13% del fabbisogno nazionale e oltre quattro volte la quantità di gas estratta nelle piattaforme entro le 12 miglia oggetto del referendum. Il problema è che questi interventi sono bloccati proprio dalle scelte del Governo”.

Legambiente ha messo a confronto i dati sulle estrazioni di gas nei mari italiani con il potenziale di sviluppo del biometano in Italia, calcolato dal Cib (Consorzio italiano biogas), e i risultati fanno comprendere il grande vantaggio che l'Italia trarrebbe da questa scelta. Si potrebbero, infatti, realizzare impianti distribuiti in tutto il Paese per produrre biogas e biometano, dalla digestione anaerobica dei rifiuti o di biomasse e scarti agricoli, con vantaggi rilevanti nei territori, sia in termini economici che occupazionali, che di risoluzione dei problemi di smaltimento dei rifiuti.

Secondo i dati dell'Isfol (Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori) gli occupati nelle piattaforme oggetto del referendum sono 3mila, ossia già oggi meno dei 5mila occupati nel biogas, con la differenza che questi ultimi possono arrivare a superare i 12mila occupati stabili e con potenzialità maggiori proprio al Sud‎ e nelle aree agricole.

Ma il problema, denuncia Legambiente, è che questi investimenti sono bloccati da barriere assurde. In primis il fatto, incredibile, che il biometano non possa essere immesso nella rete Snam. Da anni viene, infatti, ritardata l’approvazione di un decreto che dovrebbe permettere qualcosa di assolutamente scontato e nell’interesse generale. Uno stop che ha come unica motivazione quella di non aprire alla concorrenza nei confronti di quei gruppi che distribuiscono gas, come Eni, che sono proprio coloro che possiedono larga parte delle concessioni di gas nei nostri mari.

Non si comprende la ragione dei rinvii da parte del Governo Renzi, come dei provvedimenti che hanno tagliato gli incentivi alle rinnovabili, se non con una politica che ha guardato solo a favorire le fossili come quella che, a partire dal decreto Sblocca Italia, ha caratterizzato l'azione del Governo.

Del resto, a dimostrare i privilegi di cui godono le estrazioni di idrocarburi è un dato che ha dell’incredibile: 20 delle 26 concessioni che estraggono gas entro le 12 miglia dalla costa non pagano le royalties. La ragione sta nel fatto che sotto una certa quantità l’estrazione è “gratis”, come se quelle risorse non appartenessero agli italiani ma fossero proprietà privata dei gruppi energetici.

“Altro che referendum inutile - aggiunge Edoardo Zanchini - In Italia è in corso un vero e proprio conflitto tra interessi. Fino ad oggi il Governo Renzi, con lo Sblocca Italia e le scelte contro le rinnovabili, è stato dalla parte dei grandi gruppi energetici che controllano petrolio e gas. Il 17 aprile si vota anche per dare un segnale chiaro al Governo, perché l’interesse dei cittadini italiani è quello di cambiare questa realtà fatta di rendite e privilegi e di puntare sulle fonti rinnovabili per creare lavoro in Italia, opportunità per i territori e fermare davvero i cambiamenti climatici”.

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Comunicazione a Enea dei risparmi di energia: cosa prevede la scadenza del 31 marzo

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Martedì, 29 Marzo 2016
Redazione Qualenergia.it
Spieghiamo chi riguarda e con quale modalità va assolto l'obbligo di comunicare a Enea i risparmi di energia ottenuti per mezzo di interventi di efficienza rispetto all’anno precedente, previsto dal decreto legislativo 102 del 2014.

Le imprese che hanno effettuato la diagnosi energetica hanno tempo fino al 31 marzo 2016 per comunicare a Enea i risparmi di energia ottenuti per mezzo degli interventi di efficienza rispetto all’anno precedente e per i quali non siano stati riconosciuti i Titoli di Efficienza Energetica ...

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Credito d'imposta per investimenti in beni strumentali al Sud. Come richiederlo

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Martedì, 29 Marzo 2016
Redazione Qualenergia.it
Il modello pubblicato dall'Agenzia delle Entrate. L’agevolazione riguarda l’acquisto tra il 2016 e il 2019 di beni strumentali nuovi destinati a strutture produttive in Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Molise, Sardegna e Abruzzo.

L’Agenzia delle Entrate ha approvato il modello con cui è possibile chiedere il credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali nuovi destinati a strutture produttive in alcune Regioni del Mezzogiorno: ...

 

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Imprese: online il nuovo sito ENEA per il trasferimento delle competenze e l'innovazione

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Martedì, 29 Marzo 2016
Si tratta di uno strumento operativo rivolto principalmente alle PMI e alle associazioni imprenditoriali, ma anche ai cittadini, specializzato nella diffusione di competenze, prodotti e servizi per accrescere la competitività dell'economia italiana.

È online il nuovo portale ENEA dedicato soprattutto alle piccole e medie imprese e alle associazioni imprenditoriali (vedi link), specializzato nella diffusione e nel trasferimento di competenze, prodotti e servizi per l'innovazione e la competitività dell'economia italiana. Oltre alle imprese, il nuovo sito web si rivolge a tutti i cittadini, alla Pubblica Amministrazione e ai potenziali stakeholder interessati alla attività di ricerca e sviluppo dell'ENEA, condensate nell'Atlante dell'innovazione tecnologica, una banca dati che raccoglie oltre 500 tecnologie innovative, prodotti e servizi consultabili online, ciascuno con una propria scheda e il livello di maturità tecnologica (Technology Readiness Level - TRL).

L'area 'Servizi e Opportunità' sulla home page del nuovo portale si rivolge direttamente alle imprese, fornendo documentazione e informazioni su brevetti, contratti di licensing, agevolazioni fiscali e servizi di networking tecnologici e industriali, e ai propri ricercatori e tecnici per le richieste di brevettazione, spin-off, diritti di proprietà industriale, formazione e consulenza. Il sito si articola inoltre in varie sezioni.

La sezione 'Chi siamo' offre una panoramica sui servizi offerti e sul personale che opera nel Servizio Industria e Associazioni Imprenditoriali. Proprietà intellettuale e Brevetti fornisce informazioni sulla protezione della conoscenza e dell'innovazione prodotta dall'ENEA e sulle attività di licensing con i partner industriali. Un link alla banca dati dei brevetti dell'Agenzia (oltre 800 depositati dal 1957 a oggi) permette di consultare gli oltre 250 titoli vigenti utilizzando diverse chiavi di selezione (anno di deposito, inventore, area tecnologica, titolo, tipologia di proprietà intellettuale, titolare e numero della domanda brevetto).

L'area 'Spin-off' si occupa dell'assistenza tecnico-amministrativa per la fase di avvio della società e mette a disposizione diverse facility - anche di natura logistica - per sostenere la prima fase di sviluppo. Nella sezione Valorizzazione e Trasferimento sono elencate tutte le attività di diffusione e di trasferimento tecnologico di cui si occupa l'ENEA: dagli accordi con le imprese per l'utilizzo di brevetti, laboratori e infrastrutture sperimentali ai progetti di ricerca congiunti, dalle attività di formazione anche a distanza alle analisi di business intelligence peridentificare i potenziali partner tecnologici e commerciali.

L'area 'Reti e progetti' punta invece a promuovere e a facilitare l'incontro tra domanda e offerta di innovazione anche attraverso la partecipazione a reti nazionali e internazionali come NETVAL,il network per la valorizzazione della ricerca universitaria che raggruppa gli uffici di trasferimento tecnologico delle università e degli Enti Pubblici di Ricerca italiani. L'Enterprise Europe Network (EEN) - finanziato dalla Commissione Europea - sostiene l'innovazione e la competitività delle imprese e delle strutture di ricerca a livello internazionale e lo fa attraverso vari servizi come: visite di propri esperti alle aziende interessate, assistenza nella ricerca di partner tecnologici e audit finalizzati a piani di innovazione aziendale.

Nell'ultima sezione è presente un nuovo strumento, l'Osservatorio sull'Italia nella competizione tecnologica internazionale, che ha come obiettivo agevolare le attività di trasferimento tecnologico di ENEA al tessuto produttivo e fornire dati e informazioni alle istituzioni coinvolte. Video, eventi e news, aggiornati in tempo reale, completano la panoramica del nuovo portale che è presente anche su Facebook e Twitter per interagire direttamente con imprese, associazioni e cittadini.

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Investimenti in rinnovabili, è nuovo record: più del doppio di quelli in centrali a gas e carbone

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Venerdì, 25 Marzo 2016
Redazione Qualenergia.it
Nel 2015 c'è stato un nuovo record di investimenti nelle rinnovabili: con una crescita del 5% sul 2014, si è raggiunta la cifra di 285,9 miliardi di dollari investiti. Nel settore elettrico più della metà della nuova potenza installata è rappresentata dalle fonti pulite. I dati più importanti del nuovo report UNEP.
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Nel 2015 le rinnovabili (grande idro escluso) hanno fatto segnare un nuovo record a livello mondiale in termini di investimenti, attirando (nel settore elettrico) più del doppio dei soldi spesi in centrali a gas e carbone, pesando per più della metà della nuova potenza installata. I Paesi emergenti e in via di sviluppo per la prima volta hanno superato quelli più industrializzati.

Tra i molti dati contenuti nel nuovo rapporto Global Trends in Renewable Energy Investment 2016 dell'UNEP questi sono forse i più significativi. Ma andiamo a vedere in sintesi le tendenze più importanti che emergono dal report (allegato in basso).

I dati del record

Come detto, nel 2015 c'è stato un nuovo record di investimenti nelle energie rinnovabili (sempre intese escludendo i grandi progetti idroelettrici, cioè quelli sopra ai 50 MW). Con una crescita del 5% sul 2014, si sono raggiunti 285,9 miliardi di dollari investiti: 7,4 miliardi più del precedente record, risalente al 2011 e pari a 278,5 miliardi.

Ancora più impressionante l'andamento della potenza dell'installato: fotovoltaico ed eolico assieme hanno totalizzato 118 GW, 14 GW in più del precedente record di 94 GW, del 2014 (vedi grafico).

A livello mondiale le rinnovabili (grande idro escluso) hanno pesato per il 53,6% di tutta la nuova potenza installata nel 2015.

Considerando il solo comparto elettrico, i 265,8 mld $ investiti sono stati più del doppio degli investimenti in impianti a gas e a carbone, pari a 130 mld $.

Siamo al 10% della domanda elettrica

La produzione elettrica da rinnovabili ha consentito di risparmiare emissioni per 1,5 miliardi di tonnellate di CO2 l'anno. Ma il terreno da recuperare ovviamente è molto e le fonti pulite contribuiscono ancora per “solo” il 10% della domanda elettrica mondiale.

Le emissioni globali, si ricorda, pur avendo subito una battuta d'arresto nel 2015, per il trend in atto non inizieranno a calare prima del 2020. Bisognerà quindi premere sull'acceleratore se vogliamo rispettare gli impegni presi a dicembre alla CoP 21 di Parigi.

Sorpasso dei Paesi in via di sviluppo

Segnali positivi vengono dalle economie emergenti: nel 2015 per la prima volta hanno superato quelli ricchi in quanto a investimenti in fonti rinnovabili. Nei PVS si sono investiti 156 miliardi, il 19% in più rispetto al 2014; nei paesi di vecchia industrializzazone siamo a 130 mld di $, con un calo dell'8% sull'anno precedente.

Un notevole ruolo in questo sorpasso lo ha avuta la Cina che ha avuto investimenti in aumento del 17%, arrivando a 102,9 mld $, il 36% del totale mondiale. Anche l'altro gigante asiatico, l'India, ha visto crescere molto il settore dell'energia pulita: +22% sul 2014, con 10,2 mld $.

Altri mercati importanti tra i paesi emergenti: Brasile (7,1 mld $, -10% sul 2014), Sud Africa (4,5 mld, +329%), Messico (4 mld, +104%) e Cile 3,4 mld, +151%). Nel 2015 hanno investito più di mezzo miliardo in rinnovabili anche Marocco, Uruguay, Filippine, Pakistan e Honduras.

Continua invece il rallentamento dell'Europa, che ha visto gli investimenti in rinnovabili calare del 21% a 48,8 mdl $, nonostante l'exploit dell'eolico offshore che ha attirato da solo 17,1 mld $.

Crescono ancora le rinnovabili negli Stati Uniti: investimenti a 44,1 mld $, +19% sul 2014, con il solare che rappresenta i tre quarti di quella cifra. Il Giappone ha attirato nel settore rinnovabili 36,2 mld $, circa la stessa somma dell'anno prima.

Continua il calo dei costi

Continuano a calare i costi delle tecnologie per l'energia pulita, fotovoltaico in primis. Nella seconda metà del 2015 il costo medio (inteso come LCOE, costo sull'intero ciclo di vita) del MWh da fotovoltaico è stato di 122 $, 11 in meno dei 143 $/MWh del secondo semestre 2014. Sappiamo che in progetti particolari, come la centrale da 200 MW di ACWA Power a Dubai, si è arrivati al di sotto dei 60 $/MWh (58,5 in queso caso).

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Le fonti energetiche spiegate a "Scala Mercalli"

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Venerdì, 25 Marzo 2016
La seconda puntata di "Scala Mercalli", andata in onda su Rai 3 lo scorso 5 marzo, è stata dedicata a tutte le fonti energetiche, ai loro impatti e i possibili loro sviluppi. Ospite il prof. Nicola Armaroli, dirigente CNR, che ha parlato dell'attuale situazione energetica in Italia e del futuro della transizione verso le fonti rinnovabili.

La seconda puntata di "Scala Mercalli", andata in onda su Rai Tre il 5 marzo, è dedicata a tutte le fonti energetiche, incluse la fusione nucleare e le nuove rinnovabili, come l'energia dal mare.

Ospite è il prof. Nicola Armaroli, dirigente del CNR, che ha parlato della situazione energetica attuale in Italia e del futuro dell'energia e della transizione verso le fonti energetiche rinnovabili in Italia e nel mondo.

Per vedere le puntate del 2016: Scala Mercalli (vedi le puntate dell'edizione 2015)    

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Sicurezza idroelettrico, nuove linee guida in Alto Adige

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Venerdì, 25 Marzo 2016
Redazione Qualenergia.it
Approvate dalla Giunta della Provincia di Bolzano le nuove Linee Guida sui rischi di esercizio di condotte forzate, centrali idroelettriche e dighe.

La Giunta della Provincia di Bolzano ha approvato le Linee Guida per migliorare la sicurezza e ridurre al minimo i rischi di esercizio di condotte forzate, centrali idroelettriche e dighe.

Le linee guida nascono da una discussione preventiva con gli esperti del tavolo tecnico dell’energia ed erano state previste dalla legge provinciale del 2015 sulle piccole e medie derivazioni idroelettriche. 

Sarà responsabilità del concessionario garantire nel migliore dei modi possibili la sicurezza e la funzionalità degli impianti attraverso una regolare e sistematica verifica degli impianti stessi e la previsione di attività gestionali e di manutenzione.

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Referendum: i poteri forti del Comitato per il "No" e le loro ragioni smontate punto per punto

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Venerdì, 25 Marzo 2016
Il comitato per il No, con dentro poteri forti, petrolieri e il segretario del Pd, si definisce "comitato degli ottimisti e razionali". E' rappresentato dalla grande stampa, Confindustria, parte del sindacato, Nomisma Energia e Prodi, e ovviamente i petrolieri. In un articolo su MicroMega, Giuliano Garavini spiega invece perché l'ottimismo e la ragione sono dalla parte del Sì.

Il prossimo 17 aprile è prevista, nel silenzio generale, una consultazione popolare per dire no alle trivellazioni in mare. Si chiedono modifiche proprie di un Paese civile: “Non devono svendere gli interessi della collettività”. Di contro il comitato per il No con dentro poteri forti, petrolieri e il segretario del Pd. Ecco perché l'ottimismo e la ragione sono dalla parte del Sì.

leggi tutto l'articolo di Giuliano Garavini su MicroMega

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Trivelle, trattati e TTIP: la parola ai cittadini

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Venerdì, 25 Marzo 2016
Matteo Bortolon
Cosa c'entra il referendum del 17 aprile sulla durata delle concessioni per le estrazioni e le esplorazioni oil & gas in mare con l'Accordo Transatlantico sul commercio e con gli arbitrariati “Investor-State Dispute Settlement”? Ospitiamo un articolo che prova a spiegarlo: lo scontro tra interesse pubblico e multinazionali.

Il 17 aprile 2016 si vota. Tutta la cittadinanza sarà chiamata alle urne per esprimersi sul quesito referendario contro una modifica del Codice dell'Ambiente che favorisce le trivelle. Cioè le attività di estrazione petrolifera al largo delle coste, che secondo una modifica dell'ultima legge di Stabilità possono prolungare la loro concessione all'infinito, anziché avere una durata "solo" di trent'anni.

La questione va inquadrata in un contesto più vasto. Le attività di estrazione di materie prime (miniere, petrolio, e simili) sono fra quelle più remunerative nel panorama attuale: la rivista statunitense Fortune collocava il settore al vertice, superato solo da servizi legali e altri servizi per il mondo del business.

Al tempo stesso si tratta di alcune delle pratiche più inquinanti che esistano, che generalmente causano forte attrito con le popolazioni e autorità locali. Queste se cedono, tendono a “vendere cara la pelle” con sostanziosa riscossione di compensi e con un certo grado di garanzie sulla vigilanza e tutela dei danni alla salute umana e agli ecosistemi. Fra tali esigenze e le aspettative di profitto si tende a creare una dialettica politica.

La Legge di Stabilità approvata a fine 2015, che completa logicamente la visione dello Sblocca-Italia, è una indubbia vittoria dei settori dei lobbisti legati ai potentati economico-finanziari più forti. Il referendum e i comitati attivi rappresentano la risposta di cittadini, società civile e forze ecologiste e anticorporative.

Fare capire agli attivisti e all'uomo della strada la connessione fra le regolazioni dell'ambiente e tutto il retroterra di conseguenze (mari inquinati, salute umana minacciata, animali ammalati, ambiente contaminato) e dei complessi accordi di carattere giuridico-legale è una impresa dura. Ma va tentata.

Dall'estate del 2013 l'Unione europea e gli USA sono impegnati in un complesso negoziato destinato a diventare (per loro) la NATO del commercio: il TTIP, più sempicemente “Accordo Transatlantico”.

Parallelamente, una fitta rete di comitati ed attivisti è impegnata a contrastarlo, facendo opera di divulgazione del suo reale significato. Una volta spiegate le sue implicazioni le persone tendono spostarsi, inferocite, su posizioni di contrarietà oltranzista. Immaginiamo che ci sarà un motivo per cui i media ne parlano così poco – o, meglio, quasi mai.

Il Trattato è forse la cosa più importante che stia succedendo in Europa, eppure una consegna del silenzio pare essere calata sull'informazione ufficiale.

Nelle numerose assemblee e interventi pubblici, le persone rimangono particolarmente basite quando vengono a sapere che lo Stato potrebbe essere portato in tribunale da una multinazionale che non gradisce una legge fatta a tutela dei cittadini. Lo Stato? In tribunale? Ma com'è possibile? E chi gli dà questo potere? Sarà una fantasia complottista?
No. È vero, invece.

La sigla che corrisponde a tale questione è ISDS: Investor-State Dispute Settlement (Risoluzione delle controversie investitore-Stato). Si tratta di accordi di tutela degli investitori esteri che nel caso di leggi o provvedimenti “sgraditi” possono trascinare gli Stati presso organismi di arbitrato sovranazionali.

La logica sarebbe quella per cui l'investitore vuole tutele da decisioni arbitrarie: espropriazioni illegittime, regolamentazioni vessatorie, e simili; non fidandosi dei tribunali locali pretende di poter ricorrere ad una autorità terza. Naturalmente se ciò appare comprensibile in caso di paesi con forti rischi di instabilità, guerra civile o simili, per un paese come la Francia o l'Italia tale motivazione non sembra credibile.

In realtà tali accordi teoricamente includerebbero la reciprocità. Ma in realtà il contesto originario era un forte squilibrio in termini di forza economica e potere. Il primo accordo del genere venne stipulato fra la Germania Ovest e il Pakistan nel 1959 e per quanto fosse possibile sulla carta, risulta difficile immaginare che una azienda pakistana potesse davvero pensare di portare la potenza teutonica all'arbitrato.

Nel caso in cui ciò avvenga la multinazionale di turno annuncia allo Stato qual è il foro arbitrale in cui si dovrà tenere il giudizio, e quello deve difendersi. Si costituisce quindi una sorta di tribunale privatistico, composto da esperti di diritto commerciale che nella cornice legale dell'arbitrato medesimo (che viene scelto dall'azienda stessa), in mancanza di un accordo può dare multe piuttosto salate allo Stato colpevole; la Russia è stata condannata a pagare circa 50 miliardi di dollari.

Tali tribunali, oltre che godere di uno splendido isolamento giuridico (le norme inerenti a diritti umani, diritto del lavoro, dell'ambiente e simile non hanno valenza vincolante) sono piuttosto opachi e poco trasparenti.

Chi li difende indica il fatto che lo Stato non perde tento spesso, in fondo. Ma il dato è falsato: accanto ai casi in cui effettivamente la difesa trionfa e la multinazionale torna a casa a mani vuote, ci sono quelli in cui tutto si conclude con un “accordo amichevole”.

Che significa che il governo ha ceduto ed ha pagato in parte la somma richiesta come remunerazione. A volte non ci sono nemmeno i dati per cui non è dato sapere di quali somme si stia parlando. È altamente possibile che di alcuni arbitrati in corso non si abbia nemmeno notizia, perché non ci sono regole restrittive sulla trasparenza e pubblicità di essi, la qual cosa in ogni civiltà giuridica sarebbe considerata oltraggiosamente illegittima.

Teoricamente le corti arbitrali non possono modificare le leggi ma solo obbligare al pagamento dei danni. Nel 2012 per esempio l'Argentina ha dovuto difendersi da una multinazionale spagnola per aver nazionalizzato una azienda locale, ed è stata costretta a sborsare 5 miliardi alla multinazionale europea che la controllava. Il Messico invece ha dovuto pagare 15 milioni di dollari ad una transnazionale statunitense che non gradiva troppo una restrizione per motivi ambientali...

In realtà l'entità dei risarcimenti è tale da scoraggiare l'approvazione di leggi che possano dar luogo a controversie legali o spingere alla loro cancellazione.

Come evidenzia una ricerca del 2013 dell'Institute for Policy Studies  di Washington, il numero di arbitrati in materia di ambiente e risorse naturali è drammaticamente in crescita. Già adesso la difesa dell'ambiente da profitti e speculazioni non è delle più facili; con l'adozione del TTIP la strada già molto impervia si farebbe drammaticamente in salita.

(Articolo originariamento pubblicato sul blog Zeroviolenza.it, riprodotto con il consenso dell'autore)

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Piccolo idroelettrico: i dubbi degli operatori sul nuovo decreto

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Venerdì, 25 Marzo 2016
Redazione Qualenergia.it
È globalmente negativo il giudizio dell'associazione Federidroelettrica sul nuovo decreto di incentivazione delle fonti rinnovabili che dovrebbe essere emanato nelle prossime settimane. Un secondo motivo di incertezza deriva dalla mancanza di un decreto per il periodo post 2016.
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L’Italia ha una tradizione di oltre un secolo nell’idroelettrico e fino al 1966 più della metà del fabbisogno elettrico italiano era garantito proprio da questa fonte. Ma dalla fine degli anni Sessanta l’idroelettrico non ...

 

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