Le utility che abbracciano la generazione distribuita

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Lunedì, 31 Marzo 2014
Redazione Qualenergia.it
La maggior parte delle compagnie elettriche, preoccupate per la concorrenza, stanno facendo di tutto per frenare le rinnovabili in autoconsumo e la generazione distribuita. Ma molte vedono nel mercato prosumer una grande opportunità e diverse hanno cominciato ad attrezzarsi per il cambio di paradigma, abbracciando la generazione distribuita.
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Difendere disperatamente lo status quo o adattarsi ai tempi che cambiano? Le utility in questa fase di transizione sono di fronte a questa scelta. Se nella maggior parte dei casi le grandi compagnie elettriche si limitano ad una strategia difensiva, non manca chi si attrezza al cambiamento, iniziando ad operare nell'efficienza energetica e nella generazione distribuita da rinnovabili. Anzi questa, secondo gli analisti, è una delle tendenze verso cui andrà il sistema dell'energia nei prossimi anni.

Le aziende elettriche tradizionali fondate sul modello energetico centralizzato saranno presto a rischio di sopravvivenza a causa della riduzione della domanda e dell'aumento della concorrenza causata dalla diffusione di impianti di generazione distribuita da rinnovabili in autoconsumo, fotovoltaico con batterie in primis. Il rischio è ventilato da tempo in diversi report. Per citarne solo alcuni dei quali abbiamo parlato: quello del gruppo bancario USB  a quello dell'Edison Institute, passando dal dossier di Citigroup, fino al recente studio del Rocky Mountain Institute, che prevede tra il 2020 e il 2030 negli Usa, grazie al calo dei costi di FV e storage, il distacco dalla rete di circa dieci milioni di utenze.

La strategia delle utility nella maggior parte dei casi è stata essenzialmente quella di puntare i piedi: difendere l'esistente premendo per misure che rallentino la diffusione delle rinnovabili in autoconsumo. In Italia, ad esempio, abbiamo visto come Enel sia tra i più accesi fautori della proposta della nostra Autorità per l'Energia – a quanto pare condivisa anche dal MiSE – di far pagare oneri di rete e/o di sistema sull'energia autoconsumata.

Altri due grandi fronti della guerra di trincea delle compagni elettriche contro l'autoconsumo sono Stati Uniti e Australia. Negli Usa, come abbiamo scritto, ALEC, la potente lobby di legislatori conservatori e liberisti, da sempre in prima linea nel difendere gli interessi delle fossili, ha messo tra le sue priorità quella di frenare la proliferazione del solare in autoconsumo con iniziative legislative volte a colpire il net metering, cioè i meccanismi paragonabili al nostro Scambio sul Posto. In particolare, si vorrebbe ridurre il compenso che le utility sono tenute a versare per l'energia immessa in rete dai piccoli impianti FV e si vorrebbe che a questi siano fatti pagare specifici oneri per l'uso della rete. Ad esempio in Arizona da novembre si è imposta una tassa sul FV per l'uso della rete di circa 5 dollari al mese per un impianto a 3 kW; l'utility locale, APS, si era battuta addirittura affinché l'importo della tassa fosse 10 volte più alto, pari a circa 50 dollari al mese per impianto residenziale.

Se le utility stanno per lo più giocando in difesa, però, non vuol dire che non abbiano capito l'urgenza di cambiare il proprio modello di business. E diverse hanno già cominciato a muoversi, investendo nella generazione distribuita: sarà questa la tendenza dei prossimi anni, prevede Cleantech, che nel suo Clean Energy Trends (pag. 10 e seguenti) elenca una serie di operazioni che vanno in tal senso sul mercato Usa.

Il gigante Edison International, ad esempio, ha di recente acquisito SoCore Energy, azienda di Chicago che installa FV su tetto; NextEra Energy Resources, ramo di Florida Power, ha acquistato Smart Energy Capital, portafoglio di aziende del FV. Altre utility hanno acquistato azioni di Clean Power Finance (CPF), fornitore di servizi per il finanziamento del solare nel residenziale. Exelon, altra grande compagnia elettrica, tramite Constellation, offre leasing per il FV. Ma gli esempi sono numerosi

Cleantech cita l'a.d. di CPF, Nat Kreamer, che racconta di un incontro con executive manager di grandi utility interessati alla generazione distribuita: “Una situazione del genere non si sarebbe verificata un anno fa”. D'altra parte le opportunità che si aprono nella generazione distribuita sono chiare anche a grandi utility europee: lo avevamo visto a proposito di Enel, intervistando Sauro Pasini, responsabile dell'Area tecnica Ricerca, mentre sappiamo che la tedesca RWE nei documenti interni parla dell'eventualità di “sviluppare un business model innovativo e profittevole rivolto ai prosumer, un mercato da un miliardo di euro che sta emergendo accanto alla value-chain tradizionale”.

Energia&Engineering cerca agenti per vendita di impianti fotovoltaici e minieolici

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Lunedì, 31 Marzo 2014
L'azienda, impegnata nel settore delle energie rinnovabili, cerca 20 agenti plurimandatari su tutto il territorio italiano.

Energia&Engineering, azienda operante nel mercato delle energie rinnovabili, nell'ottica di espansione e consolidamento della propria rete vendita, cerca agenti plurimandatari da inserire nel proprio organico, per vendita di impianti fotovoltaici di piccola e media taglia e di impianti minieolici su tutto il territorio nazionale.

Posti disponibili: 
20
Sede di lavoro: 
Tutta Italia
Ragione Sociale: 
Energia&Engineering
Indirizzo: 
Via monte tamone, 2 - 12010 Bernezzo (CN)
Telefono: 
0171 683266
E-mail: 
energialibera.piemonte@gmail.com

I cambiamenti climatici colpiscono tutti. Il nuovo report IPCC

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Lunedì, 31 Marzo 2014
Piero Pelizzaro
Tutta la popolazione mondiale è vulnerabile agli eventi climatici estremi e agli altri impatti del global warming. La seconda parte del V rapporto IPCC mette l'accento più sulle conseguenze che stiamo già vivendo che sui rischi futuri. E avverte: i governi devono investire molto di più nel pianificare l'adattamento del sistema socio-economico.
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"Gli impatti osservati del cambiamento climatico sono molto diffusi e consequenziali. Il cambiamento climatico è ormai ovunque. Gli impatti si sono evidenziati in ogni continente. Il mondo umano come quello naturale ne soffrono gli effetti, che sono conseguenti e in crescita. L'enfasi sugli impatti che si verificano attualmente è aumentato rispetto alla AR4, che aveva evidenziato come gli impatti stavano emergendo". Così la seconda parte del quinto rapporto (AR5) sugli impatti dei cambiamenti climatici, che l'IPCC presenterà questa mattina ma che QualEnergia.it ha già potuto sfogliare.

Obiettivo del documento è stimolare i leader mondiali ad agire con maggiore decisione per ridurre le emissioni di gas serra e per attuare misure significative per la resilienza del sistema socio-economico. Il rapporto finale verrà rilasciato stamattina a Yokohama, in Giappone, dopo l’ultimo incontro del WGII dell’IPCC al quale hanno preso anche Sergio Castellari e Riccardo Valentini del CMCC. Per chi non la conocesse, l'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), affiliata alle Nazioni Unite, è un'associazione di migliaia di scienziati di tutto il mondo che è stata fondata nel 1988. Da allora ha pubblicato un rapporto sullo stato delle conoscenze scientifiche sul cambiamento climatico, ogni cinque anni. Il Quinto Rapporto di Valutazione (AR5) aggiorna lo stato dell’arte dopo l'ultima relazione pubblicata nel 2007.

"Tutta la popolazione mondiale – vi si legge - è oramai vulnerabile agli eventi climatici estremi. I recenti eventi devastanti e le catastrofi atmosferiche estreme mostrano che il nostro livello di adattamento rimane basso. La forza e l'attualità di questa affermazione è un'evidente differenza con il AR4, che invece sottolineava molto di più gli impatti futuri rispetto agli impatti attuali."

L’imponente rapporto, composto da centinaia di pagine è stato rilasciato in tre sezioni e redatto da tre diversi gruppi di lavoro. Il primo gruppo di lavoro WGI, si è concentrato sugli aspetti fisici che influenzano il cambiamento climatico (relazione pubblicata il 27 settembre 2013). Il secondo gruppo di lavoro WGII, che presenterà il rapporto stamattina, guarda agli aspetti di adattamento e resilienza al cambiamento climatico. Nel mese di aprile, infine, il gruppo di lavoro WGIII presenterà ai governi le sue proposte su come essi possano intervenire per mitigare il cambiamento climatico.

"Siamo vicini - continua il documento - a mancare la  possibilità di limitare il riscaldamento di 1,5 °C oltre i livelli preindustriali. Ciò sottolinea la necessità di un'azione immediata se vogliamo restare al di sotto dei 2 °C, o comunque vicino. Otre questa soglia, il cui rispetto è l'obiettivo concordato nei negoziati internazionali, gli impatti cominceranno ad essere gravissimi e di difficile gestione", scrivono gli autori dell’AR5. C'è il rischio di superare una temperatura media globale che porterà a cambiamenti nel sistema di notevoli dimensioni, con gravi conseguenze ancora sconosciute anche alla comunità scientifica.

“Il nuovo rapporto è l’ennesima dimostrazione che le scelte di oggi andranno ad  incidere in modo significativo, aumentando i rischi derivanti dal cambiamento climatico per i prossimi decenni", commenta Kelly Levin del World Resources Institute di Washington. Diversi campanelli d'allarme, mostra infatti il report, sono già suonati: "Molte specie hanno migrato verso nuove destinazioni, modificando la tempistica del loro comportamento stagionale in risposta ai cambiamenti climatici. Il persistere del riscaldamento globale, impedirà a diverse specie di muoversi abbastanza velocemente per adattarsi."

Se il riscaldamento dovesse andare al di là dei 4 gradi Celsius, come predetto da alcuni modelli climatici, si vedranno gravissime conseguenza, ad esempio in agricoltura. Anche considerando lo scenario più ottimista delle previsioni, il quinto rapporto avverte: "L'impatto del riscaldamento globale sull'agricoltura è stato e continuerà ad essere negativo. I recenti improvvisi aumenti dei prezzi alimentari dimostrano che i mercati sono sensibili alla variabilità del clima. I potenziali benefici per il riscaldamento in alcune regioni localizzate non saranno sufficienti a compensare gli impatti negativi."

Da quanto sembra emergere dal rapporto, gli scienziati sono preoccupati, perché la popolazione non è adeguatamente preparata per il cambiamento climatico. Gli impatti dei recenti eventi climatici estremi, come ondate di calore, siccità, inondazioni e incendi, dimostrano la significativa vulnerabilità e l'esposizione di alcuni ecosistemi e sistemi umani alla variabilità del clima. Continua l'AR5 (WGII Capitolo 26 p.4):

"Sempre più spesso, i governi hanno deciso di incorporare misure di adattamento climatico nelle loro scelte politiche, riconoscendo una priorità alle popolazioni più vulnerabili. Oggi nel Nord America, i governi locali stanno mostrando la loro leadership nella pianificazione per l’adattamento. Questa è motivata da preoccupazioni per la sicurezza economica ed energetica e la voglia di giocare un ruolo da leader. Alcune politiche costituiscono strategie 'integrate' (New York) oppure la partecipazione coordinata di più Comuni (Vancouver). Negli ultimi anni sono poi emersi anche piani di gestione del rischio climatico settoriali come ad esempio la conservazione dell'acqua a Phoenix (USA) e Regina (Canada); protezione dagli incendi a Kamloops (Canada) e Boulder (USA). Le amministrazioni colpite dal coleottero del pino di montagna hanno fatto molti passi verso l'adattamento, e le comunità costiere del Canada orientale stanno investendo nel restauro delle paludi salate per adattarsi al livello dei mari. Tetti verdi, boschi radi e agricoltura urbana sono settori in espansione (Chicago, New York, Kamloops, Città del Messico), così come la protezione dalle inondazioni (New Orleans, Chicago), polizze assicurative private e governative, piani di risparmio (Messico), controllo dell'inquinamento atmosferico (Città del Messico), e dei sistemi di emergenza".

Queste esperienze sono l’evidente dimostrazione di un significativo deficit di adattamento nei paesi in via di sviluppo e al tempo per i paesi sviluppati in alcuni settori e regioni. Questo denota come i governi devono investire molto di più nella pianificazione per gli impatti dei cambiamenti climatici. I soggetti più a rischio risultano essere quelle comunità che sono già emarginate, tra le quali le fasce più povere delle città, dove si congiungono la crisi economica, sociale e climatica. "Azioni di adattamento sono già in corso e includono i sistemi di conservazione dell'acqua, il ripristino di acqua salata paludosa, e le modifiche ai sistemi di assicurazione. Purtroppo esistono ancora complicati ostacoli all'adattamento in forma di vincoli giuridici, la mancanza di accesso alle informazioni scientifiche, e la mancanza di coordinamento tra le diverse competenze", spiega il rapporto.

Nei paesi in via di sviluppo diventa sempre più una realtà il bisogno di trasferire determinate comunità in zone meno rischiose, e garantire maggiori servizi di supporto. Abbiamo bisogno di istituzioni che prendano azione in tempi più rapidi e sistemi di allerta precoce. Questo perché gli impatti del cambiamento climatico sono già evidenti, come evidenziato anche nell’allegato alla Strategia EU per l’adattamento ai cambiamenti climatici, "Climate Proofing, for Resilient Infrastructure", i rischi e gli impatti sono già evidenti nella comunità europea. Il Rapporto sembra andare nella stessa direzione dell’EU; infatti si sottolinea come i pianificatori delle infrastrutture dovranno prestare maggiore attenzione ai rischi climatici:

"Opere ingegneristiche e opzioni di adattamento tecnologico sono ancora le risposte adattative più comuni, anche se vi è una crescente esperienza del valore delle misure istituzionali e sociali basate sugli ecosistemi; ad esempio la fornitura di reti di sicurezza climatica integrata per coloro che sono più vulnerabili. L’intersettorialità, seppur ancora complicata, può semplificare il processo decisionale e di pianificazione dell’adattamento, favorendo la sensibilità dei diversi ambiti alle necessità climatiche. La crescente complessità delle politiche dell’adattamento significa che l'apprendimento istituzionale è una componente importante per la sua comprensione (Elevato accordo, prove solide)". [ WGII Capitolo 14, pag. 2]

Un ulteriore esempio ci viene dalle centrali elettriche a combustibili fossili: in futuro dovranno avere abbastanza acqua per funzionare in luoghi che saranno sempre più caldi e aridi. I governi, come anche le aziende energetiche, stanno attivamente progettando e costruendo le infrastrutture che saranno in servizio nei prossimi decenni. I prossimi dieci anni risulteranno dunque cruciali, perché è qui che si "forma il resto del secolo”.

Nonostante si sia arrivati ad un momento chiave, c’è ancora uno spiraglio per affrontare il cambiamento climatico e per scongiurare le conseguenze più gravi. Ma non potrà bastare questo rapporto per darci una nuova prospettiva e speranza: è importante che ogni singolo attore del sistema mondiale sappia utilizzare tutte quelle forze ed esperienze positive (capacità resilienti) esistenti per vincere anche la sfida climatica.

Trasferimento progetti con Certificati Bianchi, la guida GSE

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Lunedì, 31 Marzo 2014
Dal GSE la guida per la richiesta di trasferimento di titolarità dei progetti di efficienza energetica e di modifica dei dati anagrafici dei soggetti titolari che accedono al meccanismo dei Certificati Bianchi.

Nei giorni scorsi Gestore servizi energetici ha reso disponibile la guida per la richiesta di trasferimento di titolarità dei progetti di efficienza energetica e di modifica dei dati anagrafici dei soggetti titolari che accedono al meccanismo dei Certificati Bianchi.

Eccola:

Guida per la richiesta di trasferimento di titolarità dei progetti di efficienza energetica che accedono al meccanismo dei Certificati Bianchi (pdf)

Rinnovabili elettriche: ecco i bandi per registri ed aste

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Lunedì, 31 Marzo 2014
I bandi pubblicati dal Gestore dei servizi energetici per l'iscrizione ai registri e per la partecipazione alle procedure d'asta per le rinnovabili elettriche diverse dal fotovoltaico. Iscrizioni dal 28 aprile al 26 giugno 2014.

Il Gestore dei servizi energetici (Gse), come previsto dal decreto 6 luglio 2012, ha pubblicato i bandi (in allegato in basso) per l'iscrizione ai registri e per la partecipazione alle procedure d'asta. Questi, rileva una nota, si apriranno alle 9.00 del 28 aprile 2014 per chiudersi improrogabilmente alle 21.00 del 26 giugno 2014.

L'iscrizione ai registri e la partecipazione alle aste, ricorda il Gse, sarà possibile esclusivamente tramite l'apposito portale informatico.

 

Bollette, da domani doppia riduzione: elettricità -1,1% e gas -3,8%

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Lunedì, 31 Marzo 2014
Ribasso su elettricità grazie a calo della componente energia, mentre rallenta nettamente l'aumento degli oneri di sistema, cresciuti dello 0,5%. Gas giù grazie ad un prezzo della materia prima in calo del 5,4%. In un anno la bolletta del gas è scesa di oltre l'11%. L'aggiornamento trimestrale dell'Autorità per l'Energia sulle bollette.

Dal prossimo aprile scatta una doppia riduzione delle bollette di famiglie e piccoli consumatori: l’energia elettrica diminuirà dell’1,1% e il gas del 3,8%, con un calo
complessivo della spesa per il metano di oltre l’11% in un anno, tenuto conto della diminuzione del 7,3% del 2013. Lo ha deciso l’Autorità per l’energia elettrica il gas e il sistema idrico nell’aggiornamento dei prezzi di riferimento per il trimestre aprile-giugno 2014, con particolare riferimento al ‘consumatore-tipo’ (servito in tutela, con consumi di energia elettrica di 2.700 kWh all’anno e una potenza impegnata di 3 kW e per il gas un consumo di 1.400 metri cubi all'anno).

La riduzione della bolletta – informa l'Aeeg -  è legata alla forte discesa dei prezzi del gas utilizzato nella produzione termoelettrica dopo la riforma del 2012: alla diminuzione ha infatti contribuito sostanzialmente il calo del 2,8% dei costi di acquisto dell’energia elettrica all’ingrosso (la cosiddetta componente  materia prima), in parte attenuato dalla necessità di incrementare le componenti per la commercializzazione (+0,2%) e per i meccanismi di riequilibrio dei costi di
perequazione, ovvero i conguagli per i servizi di rete (+1%).

Sulla variazione della bolletta elettrica pesa anche un ulteriore - questa volta limitato – aumento degli oneri di sistema (+ 0,5%), in particolare di quelli per il finanziamento della messa in sicurezza degli impianti nucleari disattivati. L’insieme degli oneri di sistema è cresciuto dell’11% nell’ultimo anno, raggiungendo il 21,5% della bolletta elettrica.

Per quel che riguarda il gas, la diminuzione della spesa è frutto del forte calo (-5,4%) dei prezzi della materia prima, solo in parte controbilanciato dall’incremento dell’1,6% della cosiddetta ’assicurazione’ per la stabilità dei prezzi (la componente CPR), introdotta dall’Autorità per incentivare la rinegoziazione dei contratti a lungo termine e per ridurre la volatilità delle bollette a fronte di rischi tipici dei mercati spot come le variazioni di prezzo o di volume.

In diminuzione del 3,9% rispetto al mese precedente anche il GPL distribuito a mezzo reti. Per il cliente-tipo servito in tutela, le nuove condizioni stabilite dall’Autorità si tradurranno in una minore spesa di 6 euro su base annua per l’energia elettrica e di 46 euro per il gas, portando il risparmio sulla bolletta del metano a un totale di circa 140 euro negli ultimi 12 mesi. Un risultato particolarmente significativo, reso possibile dalla riforma del gas 2 approvata nel 2012 dall’Autorità.

Il comunicato dall'Aeeg (pdf)

 

Bolla del carbonio: Exxon renderà pubblico il suo rischio

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Venerdì, 28 Marzo 2014
Redazione Qualenergia.it
Incalzata da azionisti, la multinazionale texana acconsente a rendere pubblica la stima dei danni che subirebbe in seguito alle politiche per il clima. I grandi delle fossili non possono più evitare di confrontarsi pubblicamente sul rischio della carbon bubble, che, se non disinvestiamo subito dalle fonti sporche, potrebbe minare l'economia mondiale.
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Exxon nelle prossime settimane renderà pubblico con un report l'impatto potenziale che le politiche di riduzione delle emissioni potrebbero avere sui suoi asset. La notizia è storica, perché mostra che le grandi compagnie delle fossili non possono più evitare di confrontarsi, con i propri azionisti e pubblicamente, sul rischio della cosiddetta carbon bubble, ossia il danno economico che avranno per la quantità di petrolio, gas e carbone che dovranno lasciare sotto terra a seguito delle politiche necessarie a combattere il global warming: i cosiddetti stranded asset.

A rendere nota la prossima pubblicazione del report non è la compagnia stessa ma Arjuna Capital, fondo di investimento attento alla sostenibilità che, in qualità di azionista della multinazionale texana, ne ha fatto richiesta formale (vedi comunicato allegato in basso). Exxon renderà pubbliche una serie di informazioni, a partire dalle emissioni di CO2 legate alle sue attività, fino all'impatto che la normativa ambientale e quella per ridurre le emissioni di gas serra potranno avere sui suoi bilanci.

Stime che Exxon ha ovviamente già fatto ma che fino ad ora si è guardata bene dal pubblicare. La multinazionale – riporta il Wall Street Journal – si prepara ad un futuro in cui al 2040 una tonnellata di CO2, nei paesi sviluppati come Usa ed Europa, costerà circa 80 dollari, cioè oltre 10 volte il prezzo attuale. E come sappiamo un prezzo della CO2 più alto renderebbe molto più costoso valorizzare gran parte delle riserve di Exxon, specie quelle più carbon-intensive e che già necessitano di processi di estrazione molto dispendiosi,  come sabbie bituminose e riserve in acque profonde.

La speranza è che il fatto che la multinazionale sia costretta a confrontarsi pubblicamente con gli azionisti su questi rischi si rifletta in un tempestivo riposizionamento strategico: “Se le compagnie continuano a investire tantissimo sulle riserve di idrocarburi non convenzionali non resterà molto spazio di manovra”, commenta Natasha Lamb di Arjuna. “Nei bilanci vengono conteggiati sempre più asset non convenzionali 'di frontiera'. Queste riserve non sono solo le più carbon-intensive, le più rischiose e le più costose da estrarre, ma anche gli asset più vulnerabili in termini di svalutazione”.

L'azione di Arjuna Capital, si colloca nell'ambito dell'iniziativa promossa da Ceres, un gruppo di 70 investitori, responsabili collettivamente di oltre 3.000 miliardi di asset, che sta chiedendo formalmente conto del rischio di stranded asset ai colossi dell'industria energetica mondiale, 45 compagnie tra le quali la nostra partecipata pubblica Eni (vedi QualEnergia.it).

Il problema per i lettori di QualEnrgia.it è noto: se vogliamo evitare gli effetti peggiori del global warming gran parte delle riserve fossili in possesso delle compagnie dovranno rimanere nel sottosuolo, con conseguenze economiche potenzialmente disastrose per i loro bilanci. Ma allo stesso tempo se questi idrocarburi venissero bruciati, gli impatti sul cambiamento climatico colpirebbero duramente, oltre a noi tutti, anche la stessa industria delle fossili: basti pensare ai milioni di barili al giorno di capacità estrattiva che gli uragani Rita e Kathrina hanno messo fuori gioco per mesi. 

Nel suo World Energy Outlook 2012, la IEA valuta che per raggiungere l'obiettivo dei 2 °C di riscaldamento massimo, non si potrà bruciare più di un terzo delle riserve provate (vedi grafico sotto). In questo scenario, mostrano le stime del gruppo bancario HSBC, il valore di gran parte delle aziende del settore crollerebbe del 40-60%. La decarbonizzazione necessaria per frenare il global warming potrebbe inoltre far calare il prezzo dei prodotti petroliferi, riducendo ulteriormente il valore delle riserve, evento che, secondo Standard & Poor’s, porterebbe ad un declassamento nel rating di affidabilità delle compagnie del comparto oil & gas.

Fino ad ora il mondo delle fossili ha apparentemente continuato come nulla fosse, forse contando di riuscire a boicottare le politiche sul clima: nel 2012, mostra un report dell'ong Carbon Tracker Initiative le 200 aziende più grandi hanno investito 674 miliardi di dollari in nuove riserve. Gas, petrolio e carbone che potrebbero essere destinati a rimanere sotto terra, con un conseguente buco nell'acqua a livello economico.

La carbon bubble o bolla della CO2, ricordiamo, oltre ai bilanci delle compagnie, potrebbe minare l'economia mondiale: la capitalizzazione legata alle risorse fossili al momento ha un ruolo molto importante su diverse Borse: 20-30% in Borse come quella australiana, Londra, Mosca, Toronto e San Paolo. Inoltre nelle fonti fossili hanno investito e continuano ad investire moltissimo Stati, enti locali e grandi fondi pensione.

Nonostante questo la questione sembra essere tuttora pericolosamente sottovalutata dall'opinione pubblica: speriamo che il fatto che grandi multinazionali come Exxon inizino ad essere più trasparenti sui rischi cambi la situazione e che si acceleri la prevenzione: bisogna disinvestire dalle fossili il più in fretta possibile.

Il comunicato di Arjuna Capital (pdf)

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Guidi: ecco come il MiSE taglierà la bolletta alle PMI

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Venerdì, 28 Marzo 2014
Redazione Qualenergia.it
Il taglio del 10% della bolletta delle PMI si farà agendo sul “bilanciamento del peso di alcuni oneri relativo all'utilizzo delle reti e alla gestione delle fonti intermittenti” e con “la riduzione o eliminazione di extraprofitti ingiustificati o sussidi non più necessari, anche alle fossili”, annuncia il ministro Guidi. A maggio le misure.
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Possibili interventi su energivori e su altri consumatori "privilegiati", più responsabilizzazione delle rinnovabili intermittenti in quanto a costi di bilanciamento, ventilata l'ipotesi di intervenire sull'esenzione dagli oneri dell'energia autoconsumata, meno ostacoli per gli gasdotti, rigassificatori e trivellazioni. Potrebbero essere queste le direttrici delle misure in arrivo dal MiSE nei prossimi mesi. Dopo l'annuncio di Renzi di voler ridurre del 10% la bolletta elettrica per le piccole e medie imprese, infatti, ora il ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi ha dato qualche dettaglio in più sul come si vuole raggiungere l'obiettivo e sui tempi entro i quali le misure verranno messe in campo.

La riduzione dei costi energetici, rappresenta una delle priorità del MiSE nell'azione del Governo, ha sottolineato ieri il ministro in una presentazione tenuta di fronte alle commissioni Attività Produttive e Industria di Camera e Senato (allegato in basso). Un programma che il MiSE attuerà seguendo l'indirizzo dell'Industrial Compact definito dall'UE, che, ricordiamo, tra le altre cose fissa come obiettivo il raggiungimento del 20% del Pil dal manifatturiero entro il 2020 e in quanto a politiche su clima ed energia ribadisce il principio di neutralità tecnologica, cioè che ogni Stato membro deve essere libero di decidere come meglio raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni

Come si arriverà al taglio del 10% della bolletta delle Pmi? Il piano dettagliato, con gli interventi immediatamente cantierabili, ha annunciato la Guidi, verrà presentato ai primi di maggio, a valle di una consultazione con gli attori del settore, mentre l'entrata a regime di tutti i provvedimenti "arriverà entro il 2015".

Si tratta di reperire circa 1,5 miliardi di euro all'anno con i quali alleggerire le bollette delle imprese, rastrellandoli dagli oneri di sistema. Lo si farà con due linee d'azione, ha spiegato il ministro. Una è la "riduzione o eliminazione di extraprofitti ingiustificati o sussidi non più necessari (inclusi quelli alle fonti fossili)"; un'espressione dietro la quale si potrebbe leggere l'intenzione di rivedere gli sgravi agli energivori, gli sconti per l'interrompibilità e magari di ridurre ulteriormente il peso del Cip6, mentre si spera che non si vogliano colpire ulteriormente gli incentivi alle rinnovabili, un fronte sul quale, come ha ricordato il viceministro De Vincenti nella sua relazione di qualche giorno fa, sono già state adottate misure - intervento su prezzi minimi garantiti e spalma incentivi - dei quali si attendono i risultati.

Qualche timore in più per le fonti pulite e per l'autoconsumo potrebbe venire dalla seconda linea di azione annunciata ieri da Guidi: il "bilanciamento del peso di alcuni oneri relativo all'utilizzo delle reti e alla gestione delle fonti intermittenti". Qui il riferimento è probabilmente a una maggiore responsabilizzazione delle rinnovabili in quanto a costi di sbilanciamento e a una revisione dell'esenzione dagli oneri di rete e di sistema dell'energia autoconsumata senza passare per la rete. Leggendo la pù esaustiva relazione di De Vincenti infatti è chiaro come il MiSE condivida la preoccupazione sollevata più volte dall'AEEG. Come scrive il viceministro: “via via che cresce l’area esente dal pagamento degli oneri, diventerà sempre più forte il peso degli oneri sulle altre categorie di consumatori e dunque la spinta a far parte dell’area esente, con il rischio di un carico insostenibile su famiglie e PMI che già oggi pagano – non solo in Italia ma in tutta Europa – la maggior parte del peso. Questo è un risultato chiarissimo ad esempio delle simulazioni in corso sui target al 2030 ed è necessario che il tema dell’equità redistributiva venga affrontato, prima che si assumano decisioni e impegni”.

Altro tema energetico toccato dal ministro Guidi è quello del gas: tra le priorità "la diversificazione degli approvvigionamenti" vanno pertanto "rimossi gli ostacoli allo sviluppo della nostra capacità di rigassificazione per beneficiare della 'rivoluzione' dello shale gas". Occorre “dare corso agli investimenti privati per la ricerca e la produzione di idrocarburi”, anche con “revisione costituzionale del Titolo V, centralizzazione delle competenze in materie di infrastrutture energetiche strategiche”, un modo per aggirare eventuali opposizioni locali a gasdotti, rigassificatori o trivellazioni.

La presentazione del ministro Guidi (pdf)

 

Col "chi inquina paga" gettito potenziale di oltre 48 miliardi

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Giovedì, 27 Marzo 2014
Entra in vigore la legge di delega al Governo della riforma della fiscalità ambientale. Entro un anno nuove forme di fiscalità finalizzate a orientare il mercato verso modi di consumo e produzione sostenibili. Spostare la tassazione dal lavoro all'inquinamento conviene, mostra l’indagine di ECBA Project sulle esternalità dell’economia italiana.
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Entra oggi in vigore la legge n. 23/2014, di delega al governo in materia fiscale (“Disposizioni per un sistema fiscale più equo, trasparente e orientato alla crescita”), che prevede, all’art. 15, un disposto specifico per la riforma della fiscalità ambientale.

Entro un anno il Governo dovrà adottare, con opportuni decreti legislativi, nuove forme di fiscalità finalizzate a orientare il mercato verso modi di consumo e produzione sostenibili, e a rivedere la disciplina delle accise  sui  prodotti  energetici e sull'energia elettrica, anche in funzione del contenuto di carbonio e delle emissioni di ossido di azoto e di zolfo.

L’indagine di ECBA Project sui costi ambientali e sanitari delle emissioni dei settori di attività economica in Italia fornisce informazioni a supporto del processo di riforma della fiscalità ambientale, in applicazione del principio “chi inquina paga”, secondo il quale l’imposta ambientale deve colpire il soggetto che inquina (e che, quindi, può decidere se migliorare le proprie prestazioni ambientali o pagare la tassa) e la base imponibile dell’imposta deve basarsi su un impatto ambientale provato e specifico.

Dall’indagine emerge che la stima totale dei costi esterni associati alle emissioni in atmosfera di tutti i settori di attività nel 2012, famiglie incluse, ammonta a 48,3 miliardi, pari al 3,1% del PIL. Dato che in base all’ultima indagine dell’Istat il gettito dell’attuale regime di imposte ambientali, includendo le imposte sull’energia, è stato di 45,5 miliardi di euro nel 2012, il grado di copertura delle esternalità ambientali da parte del fisco è apparentemente molto elevato, pari al 94%. In realtà, l’analisi di dettaglio condotta da ECBA Project evidenzia forti iniquità fra settori e, soprattutto, l’approccio di valutazione dei costi esterni permette di evidenziare le incoerenze e la scarsità di relazioni fra l’attuale regime di fiscalità e i costi esterni derivanti dai consumi energetici e dalle altre attività inquinanti dei settori economici.

Ad esempio, il settore delle famiglie paga imposte ambientali in misura significativamente maggiore rispetto alle esternalità ambientali generate (24,8 miliardi di gettito contro i 15,1 miliardi di esternalità prodotte), e così anche il macro-comparto dei servizi (14,5 miliardi di imposte contro i 9,3 miliardi di costi esterni generati). Di contro, il comparto dell’industria paga imposte ambientali che corrispondono ad appena il 41% dei rispettivi costi esterni (5,2 miliardi di gettito nel 2012 contro i 12,8 miliardi di costi esterni generati). Nel grafico di seguito il confronto fra il gettito da imposte ambientali corrisposto e i costi esterni generati dall’economia italiana, 2012 (valori in milioni di euro 2012).

Fonte: ECBA Project (costi esterni) e Istat (gettito della fiscalità ambientale)

Ad un ulteriore livello di disaggregazione, emerge come quasi tutti i settori dei servizi (ivi inclusi il commercio e i trasporti e logistica, che hanno esternalità elevate), sono gravati da un’imposizione ambientale superiore ai costi esterni generati, mentre l’industria manifatturiera si trova nella situazione opposta: a fronte di costi esterni prodotti pari a circa 7,1 miliardi, corrisponde un gettito di 3 miliardi (42% dei costi esterni). Il settore dell’energia elettrica e gas presenta un gettito appena superiore a 1 miliardo di euro a fronte di 3,7 miliardi di costi esterni del settore; va tuttavia evidenziato che in questo caso il fisco applica il principio “l’utente paga”, facendo pagare l’imposta sull’elettricità (gettito di 3,4 miliardi) agli utenti finali che, diversamente dai produttori, non hanno alcuna capacità di controllo sulle scelte tecnologiche e gestionali riguardanti le modalità di produzione dell’energia elettrica. Nel grafico riportato di seguito troviamo il confronto fra il gettito da imposte ambientali corrisposto e i costi esterni generati dai principali settori dell’industria e dei servizi in Italia nel 2012 (valori in milioni di euro 2012).

Fonte: ECBA Project (costi esterni) e Istat (gettito della fiscalità ambientale)

Un’altra opportunità offerta dall’indagine sui costi esterni delle emissioni dei settori dell’economia italiana riguarda la possibilità di verticalizzare l’analisi sul potenziale gettito di imposte ambientali gravanti su specifici inquinanti, quali ad esempio la carbon tax e la tassa sulle emissioni di SO2 e NOx, entrambe incluse nella delega di riforma della fiscalità ambientale. In base alle stime di ECBA Project, il gettito complessivo di una tassa sulla CO2 (includendo anche, in termini equivalenti, il metano e il protossido di azoto) potrebbe raggiungere in Italia i 13 miliardi di euro, di cui 2,9 miliardi a carico delle famiglie e 10,1 a carico delle imprese. L’estensione della tassa sulle emissioni di SO2 e NOx a tutti i settori che sono causa di queste emissioni, potrebbe portare ad un incremento del gettito dagli attuali 14 milioni di euro, corrisposti per il momento dalle sole centrali elettriche, a ben 10,1 miliardi di euro, con un incremento di gettito di 700 volte. In quest’ipotesi, il gettito per il settore dell’energia elettrica e gas dovrebbe aumentare dagli attuali 14 a 645 milioni di euro. La tassa ambientale col potenziale maggiore è una possibile imposta sulle polveri sottili (PM2,5) che, in applicazione del principio 'chi inquina paga', potrebbe ambire ad un gettito complessivo da tutti i settori di ben 17 miliardi di costi esterni.

“Il disallineamento che esiste tra tasse ambientali pagate e costi esterni generati da uno specifico comparto/settore è dovuto sostanzialmente al fatto che che il gettito dell’attuale regime di fiscalità ambientale si basa quasi esclusivamente su basi imponibili che rappresentano in maniera approssimativa quello che dovrebbe essere invece - per ovvie ragioni di equità, di efficienza e di sostenibilità dello sviluppo - un impatto ambientale negativo provato e specifico", afferma Donatello Aspromonte, partner di ECBA Project e co-autore dell’indagine. "L’indagine di ECBA Project dimostra che un fisco ambientale più equo è possibile”.

Andrea Molocchi, partner di ECBA Project e co-autore dell’indagine aggiunge: “Le potenzialità di gettito della riforma fiscale in chiave ambientale sono notevoli. Un sistema di governo dell’ambiente organizzato per realizzare un monitoraggio sistematico e periodico dei costi esterni delle attività economiche, con un approccio integrato con la contabilità economica e fiscale nazionale, è la condizione essenziale per spostare l’imposizione fiscale che oggi grava sui fattori produttivi – in particolare sul lavoro – verso i fattori di inquinamento, rilanciando la crescita e l’occupazione nella direzione di uno sviluppo sostenibile e di una maggiore equità sociale”.

Aiuti di Stato, parte indagine UE su energivori francesi

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Giovedì, 27 Marzo 2014
Redazione Qualenergia.it
La Commissione apre un'indagine sugli sgravi sugli oneri per le fonti rinnovabili che la Francia concede alle proprie industrie energivore: potrebbero tradursi in "un vantaggio selettivo che andrebbe a distorcere la concorrenza nel mercato unico". Approvati invece gli incentivi all'eolico: non infrangono le regole.
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Sgravi agli energivori francesi sotto la lente d'ingrandimento dell'Europa, mentre sugli incentivi all'eolico erogati sempre da Parigi si è deciso che sono coerenti con le linee guida sugli aiuti di Stato. La Commissione Europea ha avviato oggi un'indagine nei confronti della Francia sugli oneri in bolletta destinati alle rinnovabili, il cosiddetto "contribution au service public de l'électricité" o Cspe. A non convincere l'esecutivo europeo sono gli sgravi concessi alle aziende industriali con consumi superiori a 7 GWh l'anno per le quali il Cspe è limitato allo 0,5% del loro valore aggiunto annuo, mentre ciascun sito produttivo non può comunque pagare una Cspe superiore ai 550.000 euro.

Tali benefici – spiega un comunicato della Commissione (allegato in basso) - potrebbero tradursi in "un vantaggio selettivo che potrebbe distorcere la concorrenza nel mercato unico" e non sono previsti dalle linee guida sugli aiuti di Stato all'ambiente introdotte nel 2008. Tuttavia, aggiunge l'esecutivo comunitario, "la Commissione sta rivedendo le linee guida sugli aiuti di Stato e la possibile inclusione di norme che consentirebbero sgravi agli energivori a determinate condizioni al fine di preservare la competitività". Se adottate, sottolinea Bruxelles, "queste nuove linee guida si applicherebbero a questo e ad altri casi simili in itinere".

Di recente avevamo parlato della presa di posizione di Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna che proprio sugli sgravi agli energivori chiedono che nelle nuove linee guide non vengano messi troppi paletti. Una procedura del tutto analoga a quella intrapresa oggi verso la Francia, ricordiamo è già stata mossa nei confronti della Germania che esonera dagli oneri alle rinnovabili le proprie aziende energivore.

In parallelo, la Commissione ha “assolto” il sistema incentivante francese per l'eolico in terraferma, in bilico da oltre due anni a seguito di un ricorso al Consiglio di Stato d'Oltralpe che ha rimandato la questione alla Corte di Giustizia UE. Con una sentenza pubblicata alla fine del 2013, quest'ultima ha concluso che gli incentivi concessi ai produttori, pur provenendo dai consumatori di elettricità, devono essere intesi come "risorse statali". Ciò nonostante, ha concluso la Commissione, le indagini "hanno dimostrato che gli incentivi sono sufficienti soltanto a compensare i costi addizionali e permettono un ragionevole tasso di ritorno in linea con le linee guida sugli aiuti di Stato all'ambiente del 2008".

La nota della Commisione (pdf)