Abenergie cerca commerciali business per vendita energia e gas

Facebook Twitter LinkedIN
Giovedì, 27 Febbraio 2014
L'azienda seleziona 3 agenti commerciali per sviluppare la propria rete vendita su nuove aree della provincia di Bergamo, Crema, Cremona e Mantova.

ABenergie Spa, società impegnata nel mercato della fornitura di energia prodotta da fonti rinnovabili e gas naturale, seleziona 3 nuove figure commerciali per sviluppare la propria rete vendita nel segmento business su nuove aree della provincia di Bergamo, Crema, Cremona e Mantova.

L'azienda offre:

  • formazione specifica iniziale e continua
  • costanti affiancamenti sul campo
  • percorso di crescita professionale
  • immediato contratto di assunzione diretta in qualità di dipendente (senza partita iva)
  • retribuzione fissa più ottimo sistema di premi a raggiungimento obiettivi
  • tablet e auto aziendale.

Il candidato ideale presenta una forte attitudine alla vendita, è ambizioso e determinato nel raggiungimento degli obiettivi e predisposto al lavoro in team. E' richiesta pregressa esperienza in ruolo commerciale.

Posti disponibili: 
3
Sede di lavoro: 
province di residenza
Ragione Sociale: 
Abenergie Spa
Indirizzo: 
Via Corridoni, 28/M - Bergamo
Telefono: 
0350 06721
E-mail: 
bergamo@abenergie.it

Le buone idee per le rinnovabili nelle isole minori

Facebook Twitter LinkedIN
Giovedì, 27 Febbraio 2014
Le idee premiate alla terza edizione del Concorso internazionale “Sole vento e mare - Le energie rinnovabili per le isole minori e le aree marine protette italiane”. Una vetrina di soluzioni in grado di conciliare l’utilizzo delle rinnovabili con la tutela dello scenario paesaggistico del Mediterraneo.

Eleganti taxi-boat ad energia solare ed eolica per i turisti di Ponza, pontili elettrici scomponibili in base alle necessità effettive dell’afflusso vacanziero, un faro energeticamente autosufficiente e bioclimatico, riconvertito ad osservatorio a Strombolicchio: queste sono alcune delle soluzioni made in Italy selezionate per “Sole vento e mare - Energie rinnovabili e paesaggio”, in grado di conciliare l’utilizzo delle fonti rinnovabili di energia con la tutela dello scenario paesaggistico del Mediterraneo.

Le idee progettuali sono state illustrate oggi a Roma, nell’ambito della premiazione della terza edizione del Concorso internazionale di idee “Sole vento e mare - Le energie rinnovabili per le isole minori e le aree marine protette italiane”, promosso da Marevivo con ENEA, GSE, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo - Direzione generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanee -, Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare - Segretariato Generale – e Centro di Ricerche Citera dell'Università di Roma La Sapienza.

Anche per questa edizione le vere protagoniste sono state le isole minori italiane e le aree marine protette, intese come possibili laboratori naturali per l’utilizzo delle energie rinnovabili. Il Concorso ha premiato le migliori idee e proposte progettuali mirate all’efficienza, al risparmio energetico e all’innovazione e che trovano perfetta contestualizzazione in questi territori di particolare pregio ambientale e paesaggistico. Da segnalare l’età dei premiati: gli architetti e gli ingegneri vincitori sono quasi tutti giovani, prevalentemente di età inferiore ai quarant’anni.

Intanto, sta diventando realtà, a Capri, un altro progetto, presentato per la prima edizione del Concorso “Sole, vento e mare” nel 2010: si tratta di uno speciale componente “solare”, ideato da “Dyaqua” e che, dopo essere stato sottoposto agli studi dell’Enea, è ora pronto per il mercato. Il componente è realizzato con una resina, che simula perfettamente l’aspetto esteriore delle pietre e dei materiali, rendendo al contempo invisibile il generatore fotovoltaico. Il prototipo sarà installato nei prossimi mesi sull’isola azzurra, grazie al contributo di Lux Italia, e permetterà così di illuminare una strada panoramica caprese, senza modificarne l’aspetto paesaggistico.

Le Isole Minori - 36 Comuni, oltre 200.000 persone residenti che, come noto, divengono milioni durante la stagione estiva - devono affrontare diversi limiti: esiguità del loro territorio, scarsità delle risorse naturali (acqua, energia), costi supplementari dei trasporti e delle comunicazioni, difficoltà nella gestione dei rifiuti e delle acque reflue e inquinamento marino e costiero. Nonostante ciò, l'insularità costituisce un potenziale da valorizzare nell’ambito di una mirata strategia di sviluppo sostenibile.

Nella legge 'Destinazione Italia', ricordiamo, si dispone “un processo di progressiva copertura del fabbisogno delle isole minori non interconnesse attraverso energia da rinnovabili”, si va avvia dunque alla fine, si spera, lo scandalo della super-incentivazione di elettricità sporca nelle piccole isole non connesse alla rete e si va verso un futuro in cui si mettano in paratica idee sostenibili come quelle premiate.

Qui le idee vincitrici di questa edizione concorso (pdf)

Greenpeace: "Con le fossili i big europei dell'energia a un passo dal baratro"

Facebook Twitter LinkedIN
Giovedì, 27 Febbraio 2014
Continuando sulla strada delle fossili, le 10 principali aziende energetiche europee hanno perso 500 miliardi di euro in cinque anni, mostra un report di Greenpeace. Dovrebbero cambiare modello, invece, avendo perso il treno della rivoluzione delle rinnovabili, stanno cercando ora di farlo deragliare facendo pressione sui governi per invertire la rotta.

Le più grandi compagnie energetiche europee sono in grave difficoltà, a causa della loro incapacità di mettere in discussione i vecchi modelli di business dinanzi ai profondi cambiamenti strutturali del mercato europeo dell’energia. Questo è quanto mostra il nuovo rapporto di Greenpeace, presentato oggi a Bruxelles, dal titolo “Locked in the past” (letteralmente: “Imprigionati nel passato”, vedi sintesi in allegato in basso).

Il rapporto illustra come le performance economiche dei colossi europei dell’energia siano appesantite dagli eccessivi investimenti degli anni passati in impianti termoelettrici a gas e carbone. Il rapporto accusa queste compagnie di lasciarsi sfuggire importanti occasioni di guadagno nel crescente mercato delle rinnovabili: le 10 principali aziende energetiche europee, nel loro insieme, hanno perso 500 miliardi di euro in cinque anni. Per questo si impone un loro radicale cambiamento.

«Le grandi utilities europee dell’energia sono aziende marcatamente fossili, legate al consumo di combustibili dannosi per il clima, l’ambiente, la salute e sempre meno competitivi sul mercato. Hanno fatto, nel recente passato, enormi investimenti sbagliati e ora che le rinnovabili sottraggono loro importanti quote di guadagno, fanno di tutto per soffocarne la crescita e battono cassa per ottenere compensazioni pubbliche ai loro errori industriali» afferma Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia.

Il rapporto di Greenpeace denuncia per la prima volta come le 10 più grandi aziende energetiche europee, che da sole generano il 58 per cento dell’elettricità in Europa, producano mediamente con le nuove fonti rinnovabili (escludendo l’idroelettrico) solo il 4 per cento del loro prodotto. Nonostante il calo dei consumi, queste aziende hanno ampliato la loro potenza termoelettrica installata (quindi la loro produzione da fonti fossili) di 85 GW negli ultimi 10 anni, l’equivalente dell’intero parco di generazione da fonti fossili della Germania. Gli analisti suggeriscono a queste aziende, per rimanere competitive, di eliminare 50 GW di potenza installata ‘fossile’ entro il 2017, se vorranno tentare di conservare almeno i pur ridotti guadagni del 2012.

Avendo perso il treno della rivoluzione delle rinnovabili, le grandi utilities fossili stanno cercando ora di farlo deragliare facendo pressione sui governi dell’UE per invertire la rotta. Nel decisivo dibattito sui target in materia di energia e clima al 2030, in corso in questi mesi, queste aziende si battono contro ogni target di sviluppo delle fonti rinnovabili e contro l’accrescimento dell’efficienza energetica.

Le grandi aziende energetiche europee attaccano le rinnovabili, anche se alcune tra loro, come Iberdrola, E.ON ed Enel hanno ottenuto ricavi annuali, da quelle fonti, per un totale di 4-5 miliardi di euro. Questo dato economico ha una traduzione anche in termini di rating: J.P. Morgan, ad esempio, stima un valore molto più alto per il settore rinnovabili di E.ON di quello stimato per la sua generazione termoelettrica convenzionale. Ugualmente, Enel Greenpower appare oggi come la società più sana e competitiva del gruppo Enel, che invece è arrivato a produrre quasi il 50 per cento della sua elettricità, in Italia, con il carbone.

Queste aziende non hanno alternative: devo ridisegnare le loro strategie industriali. I governi europei – che sono spesso azionisti di maggioranza in queste aziende – hanno la responsabilità di guidarle verso nuovi modelli di sviluppo, più sostenibili tanto economicamente quanto dal punto di vista dell’ambiente.

Questi governi - auspica Greenpeace - devono sostenere tre target vincolanti, in sede UE, in materia di clima ed energia: per ridurre le emissioni di gas serra del 55 per cento e accrescere rinnovabili ed efficienza, rispettivamente, fino al 55 per cento e al 40 per cento.

La sintesi del report "Locked in the past" (pdf)

Le utility italiane nel sistema elettrico che cambia

Facebook Twitter LinkedIN
Giovedì, 27 Febbraio 2014
Giulio Meneghello
Overcapacity, calo della domanda, irruzione delle rinnovabili e, all'orizzonte, diffusione capillare della generazione distribuita e dell'autoconsumo: il sistema elettrico italiano sta cambiando rapidamente. Come stanno affrontando la situazione le utility? Ne abbiamo parlato con Andrea Gilardoni, presidente di Agici Finanza d’Impresa.
Immagine Banner: 

Il sistema elettrico in questi ultimi anni è cambiato rapidamente. Il contesto attuale, caratterizzato da una situazione di overcapacity, con calo della domanda e aumento massiccio della produzione da rinnovabili, mette in seria difficoltà chi ha investito negli impianti a ciclo combinato a gas. La maggiore penetrazione della generazione distribuita e dell'autoconsumo rischia di creare altri problemi ai grandi dell'energia convenzionale.

Come stanno affrontando il cambiamento le utility italiane? Ne abbiamo parlato con Andrea Gilardoni presidente di Agici Finanza d’Impresa che mercoledì 5 marzo a Milano presiederà il 14° Convegno dell’Osservatorio sulle Alleanze e le Strategie nel Mercato Pan Europeo delle Utilities.

Gilardoni, quali sono le direttrici fondamentali del cambiamento del sistema elettrico avvenuto in questi ultimi anni e che conseguenze si sono prodotte per le utility italiane?

Sono ben note: crescita dell’offerta sia nel gas che nelle rinnovabili (in certe fasi tumultuosa) a fronte di un tendenziale calo dei consumi a partire dal 2008 e che probabilmente ha natura strutturale e non congiunturale. Calo dovuto alla crisi, ma anche allo sviluppo dell’efficienza energetica. Tutto ciò ha fortemente impattato sulle utility italiane molte delle quali si erano pesantemente indebitate per sostenere crescite rivelatesi errate o per remunerare gli azionisti pubblici. Da qui, programmi di riduzione dei costi, di recupero dell’efficienza e crescente attenzione a non perdere clienti ma, semmai, a guadagnarne “rubandoli” agli altri. Ma non tutte le imprese sono state colpite nello stesso modo: le multiutility hanno meglio assorbito i colpi (paradossalmente grazie all’idrico e ai rifiuti); l’idroelettrico è comunque molto solido. Certo i cicli combinati sono andati in crisi.

Perché al tempo si è deciso di fare questi investimenti in cicli combinati a gas che ora rischiano di non ripagarsi? La situazione attuale di overcapacity non era prevedibile? Si sarebbe verificata anche senza il contributo delle rinnovabili, che comunque era previsto dagli impegni presi a livello europeo?

Il sistema elettrico ha sempre una certa overcapacity ai fini della sicurezza. Ma i livelli attuali, prima del 2008, erano in effetti stati ipotizzati solo in scenari ritenuti poco probabili. Più grave è stata forse l’inerzia dopo il 2008: per almeno un paio di anni tutti hanno voluto credere che la crisi sarebbe stata passeggera, tra l’altro non mettendo in conto la crescita accelerata e gli effetti dello sviluppo delle rinnovabili, ad esempio, sui picchi di mezzogiorno. Anche il sistema bancario ha una certa responsabilità. Il paradosso è che gli investimenti nei cicli combinati erano ritenuti apprezzabili per i minori impatti ambientali e le minori opposizioni sociali, per la rapidità nella costruzione degli impianti, per la relativa economicità dell’investimento e per la flessibilità delle produzioni. Ora lavorano al 30%, rischiano di non ripagarsi e non è facile pensare ad una loro conversione.

Che conseguenze ci sarebbero state per il sistema elettrico italiano se il “rinascimento nucleare” voluto dall'ultimo governo Berlusconi si fosse veramente concretizzato? Che motivazioni hanno spinto alcune utility al tempo ad appoggiare il piano atomico?

Il “piano atomico” fu prospettato dal governo Berlusconi per fronteggiare una crescita dei prezzi del gas che nel 2008 sembrava senza fine. L’idea iniziale era quella di fare pressione sui fornitori di gas affinché venissero a più miti consigli. Nel frattempo Enel aveva comprato alcune aziende all’estero con impianti nucleari e fu in un certo senso “costretta” a sviluppare una politica in tal senso. Ovvio che se il progetto si fosse realizzato si sarebbe dovuta rivedere l’intera politica energetica, tenendo conto anche delle tempistiche e del mix delle fonti. Certamente il gas ne avrebbe molto sofferto … Il referendum e Fukushima hanno definitivamente cancellato un progetto che comunque doveva essere attentamente valutato sul lato anche dei costi.

Quanti e quali capitali ci sono dietro ai massicci investimenti in centrali a gas fatti negli anni scorsi? Cosa comporterebbe per l'economia italiana, oltre che per il sistema elettrico, un eventuale fallimento di questi impianti?

Sono soprattutto le banche a soffrire, in particolare se hanno operato con project financing. Non vedo gravi impatti per l’economia italiana dalla uscita dal quadro di una serie di impianti a gas. Anzi, l’industria forse trarrebbe un sospiro di sollievo, riducendosi il divario tra domanda e offerta. Dobbiamo comunque mantenere una certa capacità di riserva e capire come effettivamente si svilupperà la domanda negli anni a venire.

Come si potrebbe gestire la crisi della generazione a gas: come dovrebbe essere disegnato un sistema di capacity payment per fare veramente gli interessi del sistema elettrico, senza rischiare di ridursi a mero paracadute per investimenti sbagliati?

Qualcuno dice: ri-nazionalizziamo. Io direi: razionalizziamo. Qualcuno pensa di spostare gli impianti in altri paesi, dove servono. Bisogna studiare se ci sono paesi più o meno vicini che potrebbero assorbire le nostre produzioni: la Turchia è un esempio ma ci vorrebbe un elettrodotto fino a lì. La vera soluzione starebbe nella riduzione del 80% del prezzo del gas e allora sì che diventerebbe competitivo! Il capacity payment non deve in ogni caso ricadere sulla bolletta. Penso che si debbano responsabilizzare i produttori di rinnovabili che potrebbero/dovrebbero stringere accordi con chi ha impianti flessibili, gas e idroelettrico, per garantire continuità/affidabilità delle forniture.

Una rete elettrica intelligente, in cui si implementino i sistemi di accumulo (oltre ad usare in maniera più efficiente quelli esistenti) e nella quale anche i piccoli impianti a rinnovabili, gestiti in forma aggregata, possano partecipare attivamente alla fornitura di servizi di bilanciamento danneggerebbe gli interessi di chi ha investito in impianti flessibili come i cicli combinati a gas? Le utility si stanno preparando ad operare in uno scenario del genere o si limitano a frenarlo?

Se il modello passato è gravemente malato, quello futuro è ancora avvolto nelle nebbie. Soprattutto sul piano della economicità: anche qui bisogna stare attenti perché investire ancora significa appesantire la bolletta ulteriormente e già siamo con una bella palla al piede.

Uno dei rapporti più noti di Agici è quello sui “costi del non fare”: sul versante elettrico, quali sono le principali infrastrutture la cui mancanza rende più inefficiente il sistema? Come cambierebbe il mercato elettrico se venissero completate o potenziate le opere di interconnessione tra i diversi mercati zonali italiani e con i mercati europei?

Il calo, crediamo, strutturale dei consumi ha cambiato un po’ il quadro. Le infrastrutture esistenti sono nel complesso adeguate. Inutile un ulteriore rigassificatore visto che già quello di Livorno non sarà utilizzato. Possono essere necessari investimenti puntuali (ad esempio collegamento con la Sicilia o sbottigliamenti vari) o anche revamping. Ma oggi sarebbe utile pensare ad una moratoria sugli investimenti per almeno un quinquennio limitandosi a quelli veramente strategici. E l'Autorità credo che sia proprio su questa linea.

Come si stanno muovendo le utility italiane sul fronte rinnovabili? La sensazione è che, almeno a livello nazionale, i grandi dell'elettricità non stiano investendo molto sulle fonti pulite: perché?

Le grandi utility locali stanno disinvestendo dalle rinnovabili perché sono indebitate, Eni non fa nulla (solo una ricerca molto futuribile con l’MIT), Enel Green Power sta aumentando gli investimenti all’estero e fuori dall’Europa. Così fanno anche altre grandi utility: il mercato mondiale delle rinnovabili continuerà a crescere, quello europeo molto meno anche se credo che il venire meno degli incentivi rallenterà ma non ucciderà il mercato.

Rinnovabili, la classifica dei paesi più attraenti. Italia undicesima

Facebook Twitter LinkedIN
Giovedì, 27 Febbraio 2014
Redazione Qualenergia.it
Cresce l’attrattività dell’Italia che migliora di una posto la posizione nel ranking internazionale. La Cina tallona gli Usa, ancora al primo posto. La Germania perde terreno per i tagli annunciati agli incentivi. Nel 2014 sempre più importanti mercati emergenti e nuovi strumenti finanziari. Il 'Renewable Energy Country Attractiveness Index' di Ernst & Young.
Immagine Banner: 

Gli investimenti in rinnovabili a livello mondiale nel 2013 sono calati dell'11%, ma nuove tecnologie e nuove disponibilità di capitali rappresentano segnali positivi per il futuro del settore. E' questa la lettura che Ernst & Young dà dell'ultima edizione del suo Renewable Energy Country Attractiveness Iindex, l'indice che misura l’attrattività per gli investimenti nelle energie rinnovabili in quaranta paesi (allegato in basso).

Una nota positiva per noi è che l’Italia migliora il proprio posizionamento e passa dal dodicesimo all’undicesimo posto del ranking (vedi tabella sotto, clicca per vedere la classifica intera). Il Paese dunque riguadagna un po' di appeal per gli investimenti in energie rinnovabili, dopo anni che lo hanno visto scivolare in basso, edizione dopo edizione. infatti fino al 2011 eravamo nella top five dei mercati più attraenti.

Ad alzare il punteggio dell'Italia nella classifica generale sono soprattutto gli aspetti che riguardano il mercato dell'energia: andiamo bene per la priorità che le rinnovabili hanno sul mercato elettrico ed è buono anche il punteggio sulla bancabilità dei progetti di rinnovabili. Il nostro Paese è invece considerato relativamente scarso in quanto a stabilità politica e macroeconomica e relativamente ostico per l'imprenditorialità.

Sul fotovoltaico restiamo, nonostante tutto, l'undicesimo mercato in quanto ad attrattività, per le biomasse siamo al quindicesimo posto, per l'eolico siamo invece in ventiduesima posizione. Siamo un mercato molto invitante per la geotermia, il quarto in classifica, mentre per l'idroelettrico ci posizionamo al dodicesimo posto.

A livello mondiale, la Cina ha colmato il gap con gli Stati Uniti nelle prime posizioni del ranking, grazie anche al record di 12 GW di potenza solare installata nel corso del 2013. La Germania rimane al terzo posto, ma perde terreno dopo l’annuncio del taglio agli incentivi e la revisione al ribasso dei target per le rinnovabili da parte della nuova coalizione di governo. La rapida crescita nel FV e nell'eolico offshore ha aiutato il Giappone a superare al quarto posto la Gran Bretagna, che continua ad essere frenata dall'instabilità delle politiche.

Il dibattito prolungato sulla strategia energetica e una legislazione non favorevole alle rinnovabili hanno portato alla discesa in classifica di Francia e Australia; mentre obiettivi ambiziosi e una serie di progetti su larga scala hanno visto l’India balzare al settimo posto. Anche Brasile e Sud Africa hanno migliorato la propria posizione all’interno del ranking grazie ad una serie di nuovi progetti che si sono aggiudicati le aste nel corso del 2013.

“La diminuzione degli investimenti globali nel 2013 riflette un altro anno complesso per il settore delle rinnovabili, che deve confrontarsi in particolare con l’incertezza politica che riduce l’interesse degli investitori in molti mercati. Allo stesso tempo mette in luce anche un settore più maturo, in cui la riduzione dei costi per la tecnologia comporta requisiti di investimento inferiori e accresce il valore di ogni dollaro per megawatt di energia prodotta”, commenta Andrea Paliani, analista energetico di Ernst & Young.

Per il 2014, avvertono gli autori del report, “la resilienza, l’efficienza, l’innovazione tecnologica, le opportunità sui nuovi mercati e gli strumenti di finanziamento innovativi saranno i fattori fondamentali della crescita”. Secondo Claudio Lencovich, Senior Manager EY Energy Team “efficienza ed efficacia devono diventare le parole chiave per quest’anno”. Il mercato dovrebbe concentrare il proprio focus su: integrazione della catena di valore, consolidamento su scala globale, rafforzamento, efficienza dei capitali e innovazione tecnologica. “L’energia rinnovabile – si legge – rappresenta ora un vero mercato globale e gli stakeholder devono sviluppare una strategia globale e una catena di valore globale, essere flessibili ai cambiamenti di mercato, essere propensi alla ricerca di nuovi mercati.”

I mercati emergenti continueranno infatti ad avere un ruolo critico. Gli investitori si concentreranno sempre di più su quei mercati caratterizzati da crescita dell’economia e della domanda di energia e da importanti risorse naturali. Da questo punto di vista i paesi da tenere sott’occhio nel 2014 sono anche l’Etiopia, il Kenya, l’Indonesia, la Malesia e l’Uruguay.

Altro tema caldo del 2014 sarà quello dei nuovi strumenti di finanziamento. Spiega Lencovich: “Poiché è un settore ad alta intensità di capitali, l’accesso rappresenta un fattore critico per il futuro dell’industria. Il finanziamento delle energie rinnovabili non è più solo di competenza di banche e utility. Ci sono grandi fonti di capitale che possono essere sfruttate, ma soluzioni creative e nuovi canali devono essere individuati per consentire nuovamente ai mercati finanziari di colmare il gap tra investitori e progetti. I mercati che riusciranno a migliorare il proprio posizionamento RECAI nel 2014 sono quelli che considereranno le rinnovabili come un settore fondamentale all’interno della propria strategia energetica; per stimolare la crescita economica affrontando i temi della sicurezza energetica e della produzione di energia a basso costo”.

Il Renewable Energy Country Attractiveness Index (feb 2014) (pdf)

SEtic cerca consulenti energetici nel settore delle energie rinnovabili

Facebook Twitter LinkedIN
Giovedì, 27 Febbraio 2014
L'azienda, impegnata nel settore delle energie pulite, cerca 5 consulenti energetici in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna.

SEtic, azienda operante nel campo delle energie rinnovabili, cerca consulenti energetici con pluriennale esperienza nelle vendite per ampliamento struttura commerciale. Costituisce titolo preferenziale una pregressa esperienza nel settore dell’energia.

Si ricercano candidati ambosesso con i seguenti requisiti:

  • Diploma o laurea
  • Predisposizione ai rapporti interpersonali
  • Capacità di lavorare per obiettivi
  • Volontà di crescita professionale
  • Impegno e dedizione
  • Automuniti
  • Interesse nel settore

Si offrono compensi provvigionali elevati e appuntamenti prefissati.

Posti disponibili: 
5
Sede di lavoro: 
Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna
Ragione Sociale: 
SEtic srl
Indirizzo: 
Via A. Manzoni – 20089 Rozzano (MI)
Telefono: 
02 57511594
E-mail: 
contact@setic.it

Abenergie cerca dipendenti commerciali nel settore dell'energia

Facebook Twitter LinkedIN
Giovedì, 27 Febbraio 2014
L'azienda cerca 3 agenti commerciali con pregressa esperienza nel ruolo, per lo sviluppo della propria rete vendita.

Per lo sviluppo della propria rete vendita nel segmento business, Abenergie SpA, società che fornisce energia elettrica, gas naturale e piccoli impianti per la produzione delle energie rinnovabili, cerca 3 dipendenti commerciali operanti su nuove aree delle province di Pavia e Lodi.

Richiesta pregressa esperienza in ruolo commerciale.

Posti disponibili: 
3
Sede di lavoro: 
Lodi
Ragione Sociale: 
Abenergie SpA
Indirizzo: 
Corso Roma, 155 – 26900 Lodi
Telefono: 
0371 1903619
E-mail: 
lodi@abenergie.it

Prezzi minimi garantiti, dopo Destinazione Italia il GSE fa chiarezza

Facebook Twitter LinkedIN
Giovedì, 27 Febbraio 2014
Il Gestore dei servizi energetici, a seguito dell'entrata in vigore della legge Destinazione Italia, ha comunicato l'aggiornamento delle condizioni per l'accesso ai prezzi minimi garantiti per gli impianti che fruiscono delle incentivazioni a carico delle tariffe elettriche sull'energia prodotta.

Il Gestore dei servizi energetici (Gse), a seguito dell'entrata in vigore della legge Destinazione Italia, ha comunicato l'aggiornamento delle condizioni per l'accesso ai prezzi minimi garantiti per gli impianti a rinnovabili che fruiscono delle incentivazioni a carico delle tariffe elettriche sull'energia prodotta:

A decorrere dal 1° gennaio 2014, come stabilito dall' art.1, comma 2 della legge 21 febbraio 2014, n. 9 (cd. "Destinazione Italia"), i prezzi minimi garantiti (PMG), definiti dall’Autorità per l'energia elettrica e il gas ed il sistema idrico per l’applicazione del servizio di ritiro dedicato di cui alla deliberazione n. 280/07, nel caso in cui l’energia ritirata sia prodotta da impianti che accedono a incentivazioni a carico delle tariffe elettriche, sono pari:

  • al prezzo minimo garantito, come definito dall’Autorità, per gli impianti fotovoltaici di potenza attiva nominale fino a 100 kW e per gli impianti idroelettrici di potenza attiva nominale fino a 500 kW;
  • al prezzo zonale orario per gli impianti fotovoltaici di potenza attiva nominale maggiore di 100 kW e per gli impianti idroelettrici di potenza attiva nominale maggiore di 500 kW;
  • al prezzo zonale orario per gli impianti alimentati dalle fonti rinnovabili diverse dal fotovoltaico e dall’idrico di potenza attiva nominale fino a 1.000 kW.

Si segnala inoltre che, al fine di consentire i necessari aggiornamenti sul portale informatico del Ritiro Dedicato, la pubblicazione delle partite economiche relative all’energia ritirata nel mese di gennaio 2014 verrà effettuata entro la prima settimana del mese di marzo.

Fall in global renewable energy investment during 2013 sharpens industry’s focus on innovation and efficiency for 2014

Facebook Twitter LinkedIN
Giovedì, 27 Febbraio 2014
Despite an 11% dip in global investment in 2013, an abundance of opportunities in new markets, new technologies and new sources of capital all signal brighter times ahead, according to EY’s latest quarterly Renewable energy country attractiveness index (RECAI).

Despite an 11% dip in global investment in 2013, an abundance of opportunities in new markets, new technologies and new sources of capital all signal brighter times ahead, according to EY’s latest quarterly Renewable energy country attractiveness index (RECAI).

Gil Forer, EY’s Global Cleantech Leader comments: “The 2013 fall in global investment reflects another challenging year for the renewables sector, with policy uncertainty in particular reducing investor appetite across many markets. However, it also reflects a maturing sector, with falling technology costs filtering through to lower investment requirements: increasing the dollar power per megawatt. We must now therefore focus on what needs to be done to maximize investment and deployment in light of the fact renewable energy is becoming increasingly cost competitive.”

China closed the gap on the US at the top of the index, installing a record-breaking 12GW of solar capacity in 2013 and ramping up its consolidation effort to accelerate market recovery. Germany remains in third place, but lost ground following the announcement of subsidy cuts and watered-down renewables targets by the new coalition government. Rapid solar market growth and a burgeoning offshore sector helped Japan to replace the UK in fourth place, while the UK continues to be hampered by political infighting and mixed policy measures.

Prolonged energy strategy consultation and anti-renewables legislation have resulted in ranking falls for France and Australia respectively, while ambitious targets and a series of large-scale project announcements have seen India jump to seventh place. Competitive bidding trendsetters Brazil and South Africa have also risen in the index thanks to a plethora of new projects awarded in 2013 auctions.

Looking ahead, resilience, efficiency and effectiveness, technology beyond generation, new markets and innovative financing have been identified as fundamental to industry growth in 2014.

Governments and business will need to consider the value put on energy sector resilience, in light of the industry’s historic inability to absorb economic, political and environmental shocks. Governments should aim to depoliticize the energy debate in order to support stable and long-term policy measures, undertake a transparent and objective assessment of the value of energy to determine the most resilient energy mix, and embrace centralized energy planning to counter the uncertainty of the market while still fostering private sector participation.

Business also has a role to play in addressing its own energy risks, such as commodity price exposure, business continuity and regulatory compliance. This should prompt an increased focus on energy mix optimization that transcends the politics of the boardroom and identifies opportunities for reduced energy consumption and direct generation or procurement of renewable energy.

Efficiency and effectiveness are critical. A stronger focus on asset optimization and identifying new ways to extract value or reduce costs is also anticipated in 2014. Ben Warren, EY’s Global Cleantech Transactions Leader comments: “In short, “efficiency” and “effectiveness” need to be this year’s buzzwords. The market should be setting its sights on: value chain integration, consolidation on a global scale, repowering, transaction and capital efficiencies and technology improvements. Renewable energy is now a truly global market, and stakeholders must develop a global strategy and a global supply chain, be flexible to market changes, and be willing to go in search of new markets.”

Deployment challenges in markets such as China, Japan, Germany and South Africa during 2013 have highlighted the need for more robust transmission infrastructure and efficient distribution channels. More resource and investment is required in grid management, digitalized supply and demand management, distributed applications and the commercialization of storage technology, if the sector is to address transmission bottlenecks and intermittency challenges.

Forer comments: “Innovation in non-generation infrastructure and technology will not only drive efficiencies and boost deployment, but also represents a significant investment opportunity across both developed and emerging markets. The digitalization of energy in particular will create a revolution that will have significant social, economic and environmental impact.”

Emerging markets will also continue to play a critical role in shaping the renewables landscape, now attracting around half of new investment in the sector. Investors will increasingly focus on those markets characterized by economic and energy demand growth, significant natural resource, an energy security imperative and an absence of infrastructure legacy. Markets to watch in 2014 include Ethiopia, Kenya, Indonesia, Malaysia and Uruguay.

Also, following the urgent call for new sources of capital and new investment vehicles in 2013, the theme of innovative financing will remain at the fore in 2014.

Warren comments: “As a capital intensive sector, accessing diverse pools of capital is critical for the future of the industry. Renewable energy financing is no longer just the remit of banks and utilities. There are deep pools of capital to be tapped but creative solutions and new conduits must be identified to open up the finance markets once again and bridge the gap between investors and projects. The markets that will rise up the RECAI in 2014 are those that embed renewables as a core part of their energy strategy; to stimulate economic growth through addressing the fundamentals of energy security and low cost energy generation.”

 

La gassificazione sotterranea del carbone, un'altra potenziale bomba climatica

Facebook Twitter LinkedIN
Giovedì, 27 Febbraio 2014
Alessandro Codegoni
La gassificazione del carbone ci farà rimpiangere il fracking in termini di inquinamento ed emissioni? La Undergroung Coal Gasification o UCG è una tecnica per sfruttare riserve inaccessibili: dare fuoco ai giacimenti di carbone per estrarne gas combustibili. Oggi molti lo considerano un processo "pulito" che consentirebbe di utilizzare carbone per secoli. Ecco perché sarebbe una soluzione folle.
Immagine Banner: 

“Se pensate che il fracking sia un incubo, non avete ancora visto nulla”, inizia con questa frase inquietante un articolo di New Scientist che conferma come il sistema energetico basato sui fossili, sia tutt’altro che sul viale del tramonto, ma, anzi, proceda tranquillamente lungo la strada dello sfruttamento delle risorse “non convenzionali”, non disturbato da bazzecole come inquinamento, proteste popolari, accordi internazionali, cambiamenti climatici.

L’articolo ci avverte che mentre ancora impazzano le polemiche riguardanti il fracking (l’estrazione di metano, fratturando rocce impermeabili), in varie parti del mondo si sta sperimentando una tecnologia ancora più folle, agli occhi di chi pensa che ormai gran parte delle riserve di carbone e idrocarburi sarebbe meglio mantenerle sotto terra: dare fuoco ai giacimenti di carbone, per estrarne gas combustibili.

Si tratta della cosiddetta Undergroung Coal Gasification, UCG, un tecnica ideata oltre 150 anni fa in Germania per sfruttare giacimenti inaccessibili, perché molto profondi o posti sotto le città o il mare, ma utilizzata finora solo una volta nella storia.

Il processo consiste nello scaldare fortemente il carbone con poca aria, per ricavarne una miscela composta di azoto, CO2, monossido di carbonio, metano e idrogeno. Questi ultimi tre gas, separati dal resto e dalla polvere, possono essere bruciati direttamente, oppure, come facevano i tedeschi durante l’ultima guerra mondiale, impiegati nell’industria chimica, per realizzare combustibili liquidi o altre sostanze di sintesi.

In pratica, basta scavare un pozzo che raggiunga la vena di carbone, dare fuoco al minerale, pompare aria per alimentare le fiamme, ed estrarre il gas di combustione da altri pozzi. Dosando attentamente l’aria immessa si può alimentare la combustione in modo che la temperatura resti intorno ai 1000°C, e si inneschi la reazione fra CO2 e carbone, trasformando quest’ultimo in monossido di carbonio, si produca idrogeno dalle reazioni con l’acqua e si liberi il metano contenuto nel filone.

Visto che circa 15.000 miliardi di tonnellate, sui 18.000 totali delle riserve di carbone stimate, sono considerate inaccessibili alle tecniche minerarie, utilizzandol’UCG,, si produrrebbe, in teoria, abbastanza energia per alimentare il mondo per un millennio (e profitti in proporzione). E trasformare il carbone in gas, consentirebbe di aggirare le sempre più strette normative antinquinamento che stanno facendo chiudere centinaia di centrali a carbone nel mondo: il carbone lo si brucia lo stesso, ma in forma “pulita”.

Che il sistema funzioni, lo dimostra l’unico UCG oggi operativo, vicino alla città di Tashkent, in Uzbekistan, dove da 50 anni un incendio controllato in un giacimento non sfruttabile di lignite, alimenta una centrale elettrica vicino alla capitale.

Nel 2007 l’UCG uzbeco è stato acquistato dagli australiani delle Linc Energy e della Carbon Energy, per fare esperienza in vista dell’inizio delle operazioni commerciali in un UCG che stavano sperimentando dal 2002 nel Queensland. Nel 2011, quando ormai erano pronti a cominciare a operare, però, le autorità australiane li hanno fermati, perché si era manifestato un inquinamento da cancerogeni benzene e toluene nelle falde acquifere sopra il giacimento sotterraneo che stavano bruciando. Il fatto è che la combustione ad alta temperatura e il vuoto che si forma in profondità, fratturano le rocce sopra per centinaia o migliaia di metri, permettendo ai fumi di infiltrarsi nel terreno e nelle falde, inquinandole.

La fine dell’esperienza australiana, non li ha però certo scoraggiati: la Linc, ha iniziato a operare in Cina e negli Usa, la Carbon Energy in Cile, Cina e Argentina.  

Un’altra società, la Laurus Energy, ha annunciato che inizierà nel 2015 la vendita di gas da UCG in Alaska e Canada, mentre la Five Quarter Energy, grazie anche a 15 milioni di sterline di aiuti pubblici, ha chiesto un permesso per sfruttare i giacimenti di carbone sotto il Mare del Nord, nel nordest dell’Inghilterra, con l’idea non solo di produrre elettricità dai gas estratti, ma anche di venderli alle locali industrie chimiche, che oggi devono importarli dagli Usa e rischiano di chiudere.

A questo punto uno dotato di un minimo di coscienza ambientale resta basito: ma come si fa a pensare di mettere in pratica una tecnologia simile, in grado di bruciare letteralmente l’intera scorta di carbone terrestre e riportare il clima al tempo dei dinosauri, con un +10°C di temperatura media e i mari decine di metri più alti di oggi? L’IPCC parla invano? I governi scherzavano quando annunciavano di non voler far salire la CO2 sopra i 450 ppm, e limitare così a meno di 2 °C la crescita delle temperature globali?

Gran parte dei proponenti dell’UCG, a giudicare dai loro siti internet, non si curano minimamente del climate change e, del resto, fino a che non ci saranno limiti e leggi internazionali sulle emissioni, nessuno gli potrà impedire di bruciare il carbone su cui hanno acquisito i diritti minerari.

A meno che, come accaduto in Australia, non producano anche inquinamento chimico ma, come ha soavemente dichiarato Harry Bradbury, geologo della Five Quarter Energy «Questo non è un problema se il giacimento è sottomarino», come se i mari si potessero tranquillamente avvelenare. E immaginiamo che l’inquinamento non sia un problema neanche operando nei paesi poveri o con forte corruzione pubblica, più interessati agli investimenti che ai danni ambientali.

Bradbury ha comunque la soluzione pronta per i problemi climatici. Nulla di nuovo: il sequestro sotterraneo della CO2, o CCS. «Invece di immettere aria nel giacimento per bruciare il carbone, immetteremo ossigeno puro, così da ridurre il volume del gas, e rendere più facile la separazione della CO2 dai gas utili, che potrà essere poi reimmessa nelle cavità create dalla combustione».

Bello, se solo non fosse che il CCS, è stato annunciato mille volte, ma mai messo in pratica su larga scala, essenzialmente perché i suoi costi cancellano i profitti nell’uso del carbone. Inoltre la CO2 ha una massa tripla di quella del carbone da cui proviene: non basterebbero certo i vecchi giacimenti (fratturati dal calore, fra l’altro) per contenerla. Infine alla CO2 del carbone, va aggiunta anche quella prodotta dall’uso dei gas combustibili da esso ricavati, che sicuramente finirà in aria.

Insomma, l’industria dei combustibili fossili, nella sua frenetica corsa a raschiare il fondo del barile in vista dell’esaurimento delle risorse convenzionali, ne sta facendo un’altra delle sue, e presto riuscirà a farci rimpiangere i bei tempi del fracking.

A meno che la politica si decida a fare sul serio e dichiari a livello planetario off limits quei giacimenti che la Natura, nella sua infinita saggezza, aveva cercato di tenere alla larga dalle nostre rapaci mani.  Ma, visti i miliardi in gioco, forse non ci dovremmo contare molto.