Solarexpo 2014: il mercato del solare riparte su nuove basi

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Venerdì, 9 Maggio 2014
A Solarexpo-The Innovation Cloud la conferma che il mercato italiano del solare riparte su nuove basi: l'autosufficienza energetica di famiglie e imprese. La significativa affluenza di visitatori è un chiaro segnale della fiducia che il mercato interno stia ripartendo", ha detto Luca Zingale, direttore scientifico dell'evento di Fiera Milano.

Si chiude l’edizione 2014 di Solarexpo-The Innovation Cloud a Fiera Milano con il dato di 14.200 visitatori professionali in tre giornate di manifestazione.

A conferma della crescente domanda di aggiornamento professionale, indispensabile nell'era post-incentivi, i 50 convegni ed eventi speciali hanno registrato 6.000 presenze e l’intervento di 400 relatori.

La significativa affluenza di visitatori, per di più quest’anno particolarmente profilati dal punto di vista professionale - afferma Luca Zingale, direttore scientifico dell'evento - è un chiaro segnale della fiducia che il mercato interno stia ripartendo. In parallelo, le aziende dovranno mantenere un forte orientamento verso l'estero, dove la domanda di energia verde è in crescita esponenziale. Abbiamo la soddisfazione di veder riconosciuto che il concept multitecnologico di Solarexpo-The Innovation Cloud ha saputo anticipare la tendenza del mercato verso l'integrazione di tutte le tecnologie energetiche innovative. Per sostenere la ripartenza del mercato abbiamo messo a disposizione dei professionisti un programma convegnistico all'avanguardia, offrendo un panorama completo dello stato dell’arte tecnologico e dei nuovi modelli di business”.

Opinioni comuni fra gli espositori sono la percezione del rilevante numero di visitatori, e la loro ottima preparazione professionale, fattore essenziale in un mercato delle tecnologie energetiche in profondo mutamento.

Nicola Cosciani, amministratore delegato di Fiamm Industrial Batteries, ha dichiarato: “In una fase di ridimensionamento del solare dopo la fine degli incentivi abbiamo notato che c’è un settore ancora vivo e dinamico che intende rilanciarsi anche integrando nei sistemi a fonti rinnovabili i sistemi di accumulo, per accrescere l’autoconsumo. Solarexpo-The Innovation Cloud ha saputo valorizzare questo passaggio tecnologico - fotovoltaico più storage - dando un ottimo segnale al mercato, rimarcato anche dal successo del convegno sugli accumuli organizzato con RSE. Da notare poi che, oltre a Fiamm, erano moltissime le aziende espositrici che offrivano questa opzione tecnologica”.

Una nuova e interessante clientela tecnica ha visitato il nostro stand. Operatori che stanno allargando e aggiornando il loro business: non più  solo fotovoltaico, ma integrazione tra tecnologie”, ha dichiarato Peter Hinteregger di IDM, produttore austriaco di pompe di calore elettriche.

Per Andrea Milan di Connet “stiamo assistendo ad una logica evoluzione del business del fotovoltaico, finalizzato a un uso più ottimale dell’energia. In questa fiera si è capito che il futuro sarà nella gestione della domanda di energia elettrica, attraverso soluzioni tecnologiche innovative”.

Il passaggio da un modello di business basato sugli incentivi a uno imperniato sull’autoconsumo dell’elettricità verde autoprodotta richiede un cambio di mentalità. In questo l’Italia è di fatto un paese pioniere. Ma è la qualità del pubblico di questi tre giorni a Solarexpo che ci dà la garanzia di un buon sviluppo futuro del fotovoltaico in Italia”, hanno dichiarato Alvaro Garcia-Maltras e Sandra Valverde della major cinese Trina.

(fonte: comunicato stampa Solarexpo-The Innovation Cloud)

Servizi e mercato dell'O&M & performance del fotovoltaico per l'Italia

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Venerdì, 9 Maggio 2014
Redazione Qualenergia.it
Oltre 550mila impianti fotovoltaici in Italia richiedono competenze specifiche per la loro gestione, manutenzione e miglioramento delle prestazioni. Un mercato di nuovi servizi che è stato al centro di un convegno di Solarexpo. In Italia sono presenti 93 operatori, per un giro d'affari stimato di circa 368 milioni di euro annui.
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In Italia la presenza di oltre 550mila impianti fotovoltaici, per circa 18 GW di potenza, e un parco di moduli installati pari ad oltre 90 milioni richiedono oggi un oculato servizio di manutenzione per garantire la loro efficienza almeno secondo i rendimenti indicati nella fase progettuale e, se possibile, aumentarne le prestazioni attraverso il monitoraggio, l’analisi dei fenomeni di degrado, la manutenzione ordinaria e predittiva, gli adeguamenti normativi obbligatori, repowering e retrofit del parco esistente.

Se ne è parlato oggi, nella terza giornata di Solarexpo-The Innovation Cloud, in un convegno tecnico dal titolo “O&M&P”, Operation & Maintenance & Performance di impianti fotovoltaici”.

A condurre i lavori l’ingegner Salvatore Guastella di RSE che ha spiegato come oggi questa esigenza sia particolarmente sentita dagli operatori del settore che hanno investito in questa tecnologia e che si aspettano ovviamente un adeguato ritorno economico dagli impianti.

Si sta assistendo ad un passaggio progressivo, anche in modo rapido, da un primo approccio di operation and maintenance per così dire ‘obbligato’ necessario a  garantire il corretto funzionamento dei primi anni di vita dell’impianto in base alle condizioni contrattuali iniziali. Adesso stiamo passando ad un O&M ‘ottimizzato’ che riguarda essenzialmente il mantenimento o miglioramento delle prestazioni effettive dell’impianto alle reali potenzialità dello stesso, un’attività che ha fatto nascere diverse ditte specializzate, soprattutto operatori EPC e System Integrator italiani, e non solo, che si stanno rivolgendo con sempre maggiore interesse a questo business.

Secondo uno studio di Energy Strategy Group del Politecnico di Milano in Italia sono presenti 93 operatori che offrono servizi ‘post-vendita’ ‘di cui quasi due terzi (il 64%) sono player italiani. Il 45% è costituito da EPC e System integrator, il 30% da società specializzate in O&M, il 14% da società di Asset Management e un ulteriore 11% da produttori di componentistica.

Il mercato 2013 dei servizi O&M in Italia - costituito dal 2% degli impianti in esercizio (> 200 kW) in termini di numerosità e dal 62% in termini di potenza - determina un volume d’affari complessivo che si attesta a 368 milioni di euro annui. La quota di mercato più consistente è rappresentata dagli impianti tra 500 kW e 1 MW (circa il 60% del volume d’affari totale) che comprendono un grande numero di impianti di potenza compresa tra 900 kW e 1 MW connessi con il II e III conto energia (circa 1.900 impianti per 1,96 GW totali).

Per fare questa attività si deve agire in tre fasi, ha spiegato Guastella. La prima, fondamentale, è conoscere le condizioni di funzionamento dell’impianto: capire se il sistema fotovoltaico sta funzionando correttamente o se alcuni dati progettuali non si stanno verificando. In questo caso si passa alla seconda fase: analizzare quale tipo di degrado dei componenti del sistemi è in corso e da quali fattori è determinato. La terza fase è l’intervento vero e proprio di manutenzione, che può essere gestito nel momento in cui si verifica la necessità specifica oppure è un intervento di O&M di natura predittiva, cioè di una manutenzione che va ad anticipare il possibile degrado di alcuni componenti. Tutte forme di interventi che possono essere definite sulla base di specifici contratti di gestione e manutenzione, soprattutto per il periodo di incentivazione di 20 anni, ma anche oltre.

Per l’Italia l'O&M è un mercato molto attraente non solo per la vastità del parco impianti che sta per uscire dal periodo di garanzia, ma anche perché molti impianti stanno passando a nuovi proprietari e, diversi, soprattutto quelli di grande taglia, hanno problemi di qualità.

I prezzi  per i servizi O&M in Italia sono più alti che nella maggior parte degli altri paesi europei. Questo settore sarà sempre più competitivo, con un livello di prezzi che potrebbe scendere nei prossimi tempi, fino a quando il mercato si consoliderà. Alla fine, come accade in molti comparti, resteranno solo gli operatori O&M più forti.

Come alcuni relatori hanno spiegato il settore non è facile perché richiede elevate capacità nell’offerta di servizi e processi collaudati e necessita, per questo, di adeguate infrastrutture e staff qualificato.

Renzo Piano e il tetto verde di San Francisco

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Venerdì, 9 Maggio 2014
Renzo Piano e Carlo Piano
Tetto verde, sistemi di condizionamento naturali, soluzioni all'avanguardia: la costruzione che ospita la California Academy of Sciences di San Francisco, è stata definita “una macchina gentile per esplorare il rapporto tra edificio e natura”. In un dialogo con il figlio Carlo, giornalista, l'architetto Renzo Piano ci racconta come l'ha progettata.
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"Latitudine: 37.46°, longitudine: 122.26°. La visibilità è di 16,1 chilometri, l’arancione “internazionale” del Golden Gate Bridge brilla sopra lo stretto che collega l’Oceano Pacifico con la Baia di San Francisco. Il tempo è sereno, la temperatura di poco inferiore ai 6 °C, con una brezza a 5 nodi che spinge la mongolfiera verso Nord-Est. Sorvoliamo un grande prato verde, non sembra un edificio ma un pezzo del parco, del Golden Gate Park, con un po’ meno alberi e tanti cespugli. Da qui non distinguiamo nessun edificio, non si direbbe ma è proprio quella la nostra meta di oggi".

In un dialogo con il figlio Carlo, giornalista, Renzo Piano ci racconta come è nato uno dei suoi edifici più famosi ed “ecologici”:  la California Academy of Sciences San Francisco, primo edificio importante che ha conquistato il livello Platinum nella certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), un sistema basato su una quarantina di parametri che serve a misurare la sostenibilità.

Carlo Piano: Senza i capricci del clima di San Francisco, con le sue nebbie estive e i venti oceanici, un edificio come quello che abbiamo sotto gli occhi (ora si vede il tetto, è un prato con tre collinette che lo fanno assomigliare al dorso di un cammello e tanti oblò) non si sarebbe potuto neppure ipotizzare. Con una superficie di circa 125mila metri quadrati raggruppa in un’unica sede le 11 strutture (costruite tra il 1916 e il 1976) che già esistevano, e che erano state sconquassate dal terremoto del 1989. All’interno ci sono l’acquario Steinhart, il planetario Morrison, la foresta pluviale e il museo di storia naturale Kimball. In America, ma non solo, l’hanno definito il “museo più ecologico del mondo”. Ma è proprio così?

Reanzo Piano: Una macchina sofisticata, a zero consumi e zero emissioni... Questo secolo si è aperto all’insegna della consapevolezza che la Terra è fragile e va difesa. La crisi energetica e la tutela dell’ambiente sono emergenze mondiali, mi sembrava quindi giusto che la sede di una grande istituzione di scienze naturali diventasse simbolo di questa nuova sfida dell’architettura. Dobbiamo cimentarci con il problema e assumerci la responsabilità di risolverlo, gli architetti non possono tirarsi indietro.

(CP) A cominciare dal tetto che, con i suoi 20mila metri quadrati coperti da un tappeto vivente di piante, è una sorta di prato sospeso nel cuore del Golden Gate Park, dove l’Oceano Pacifico sfiora la città. Come se un lembo del parco fosse stato tagliato con un cutter e sollevato a circa dieci metri d’altezza per infilarci sotto le sale espositive. Se c’è un luogo dove ha senso costruire una copertura verde è proprio un museo di scienze naturali, no?

(RP) È metaforicamente un tetto che respira al ritmo della natura, anzi una porzione di parco che vola. Troppo spesso i musei sono luoghi dove si entra con un certo timore, ricordano il regno delle tenebre. Bui e con tante stanze dalle porte chiuse dove al visitatore è proibito accedere. Qui siamo nel mezzo di un giardino stupendo e sarebbe folle chiudersi dentro lasciando fuori la natura.

(CP) The Piazza, così è stata battezzata in puro italiano, è il punto di raccordo tra tutti i padiglioni che compongono il museo, dal Planetario ai laboratori di ricerca. Qui c’è una zona per le conferenze, per i concerti, ci sono sedie, tavolini, computer e un ristorante. La piazza è protetta da una vetrata sorretta da una delicata ragnatela d’acciaio. Sembra che tu l’abbia copiata da una vera.

(RP) Questa struttura reticolare è un’interpretazione della ragnatela, che di giorno lascia passare luce e aria, mentre di notte, quando la temperatura si abbassa e il freddo si fa sentire, si chiude grazie a una complessa copertura di tessuti. Pensa all’iride dell’occhio che si contrae in funzione della luminosità, più o meno è la stessa cosa. Comunque la mia prima passeggiata sul tetto del vecchio museo, immerso tra gli alberi e con le colline di San Francisco in lontananza, è stata fondamentale per il progetto: in quel momento mi sono reso conto che il tetto doveva volare sul parco.

(CP) L’idea era quella che il tetto fosse una continuazione dello stesso Golden Gate Park, ma forse per capire meglio bisogna fare un salto indietro nel tempo, fino alla metà dell’Ottocento, ai tempi della conquista del West. La California Academy nasce nel 1853 su un veliero che durante la bella stagione navigava nelle acque delle isole Galapagos (e talora fino in Madagascar) con a bordo esploratori e ricercatori che raccoglievano specie rare e sconosciute. Mentre in inverno attraccava nel porto di San Francisco e si trasformava in un’esposizione galleggiante. Sulla nave-museo aperta ai visitatori i ricercatori stessi diventavano educatori. Soltanto all’inizio del Novecento l’Academy ha messo radici sulla terraferma con i primi edifici nel Golden Gate Park, e da allora gli scienziati hanno raccolto venti milioni di specie vegetali e animali, un numero impressionante ma, tanto per capirci, appena il 5% di tutte quelle che esistono sulla Terra.

(RP) Durante la mia prima visita al museo il capo del Board, uno scienziato specialista in diatomee di nome Patrick Kociolek, mi ha portato lungo i corridoi infiniti del deposito dove erano custoditi questi venti milioni di specie. E mi ha spiegato che quelle mancanti, quelle di cui non si sa ancora niente, sono invisibili all’occhio umano o vivono negli abissi marini. Quanto mi ha detto mi ha molto colpito.

(CP) Un’altra cosa ti ha impressionato: il fatto che gli scienziati che facevano ricerca si trasformassero in insegnanti e parlassero delle loro scoperte nelle classroom…

(RP) Sì, e lo facevano senza prosopopea, senza farla troppo lunga. Per me questa è stata una delle ragioni d’interesse per il progetto: avere come interlocutori scienziati che si preoccupassero di stuzzicare la curiosità nei ragazzi.

(CP) I musei della scienza sono molto amati dai giovani e dai bambini, succede in tutto il mondo. Bisogna quindi trovare il modo più efficace per trasferire loro questa passione per la conoscenza della natura.

(RP) Sin dalle origini questo museo non è stato concepito come una vetrina, perché qui la dimensione dell’esplorazione e del viaggio ha sempre convissuto con quella della divulgazione. Anzi, direi che il termine museo sta stretto anche oggi a un’istituzione che resta dedicata alla ricerca, con centinaia di scienziati che lavorano a tempo pieno. Uno degli etologi che ho conosciuto è morto in Nuova Guinea qualche mese dopo per il morso di un nuovo tipo di cobra che aveva appena scoperto e voleva studiare. L’antidoto al suo veleno non era ancora stato inventato. Da subito ho avuto a che fare con questi studiosi, gente straordinaria disposta a rischiare la vita per svelare i misteri della natura.

(CP) Ti hanno aiutato nella realizzazione del museo? Nel capire come farlo?

(RP) Li ho ascoltati e mi hanno guidato nel progettare. Ho sentito parlare di specie vegetali native che non hanno nulla a che fare con la lussureggiante vegetazione che si vede viaggiando per la California, su quest’aspetto insistevano molto. I parchi sono stati invasi da piante d’importazione come le palme e gli eucalipti che riescono a sopravvivere solo perché si continua a pompare acqua dal sottosuolo. Anche il Golden Gate Park è così verde e bello perché l’intervento dell’uomo ha trasformato il suolo arido della Baia in un giardino, ma un giorno bisognerà pur smettere di prosciugare il sottosuolo. Ho capito che bisognava puntare su specie vegetali che potessero crescere con la semplice umidità del microclima di San Francisco.

(CP) Insomma, il progetto era costruire un museo delle scienze che fosse esso stesso oggetto di studio naturalistico, un contenitore che fosse anche contenuto. Duecento anni fa la flora della California era diversa e con il tetto del museo hai voluto restituire al parco, o almeno a questa fetta di parco, la sua vera identità. Come se la natura gettasse la maschera. Tanto che il giorno dell’inaugurazione dell’Academy, avvenuta un mese prima delle elezioni che segneranno la fine dell’era Bush e l’inizio di quella di Barack Obama (anche questo è indicativo), un giovane indiano che era il pro-pronipote del proprietario di questo terreno ne ha fatto simbolicamente dono alla città di San Francisco, spiegando che era felice perché era stato ricreato l’ultimo pezzo di “native California” che si potesse vedere nel giro di centinaia di miglia. Dalle praterie del cielo forse anche i suoi avi stavano applaudendo.

(RP) La grande difficoltà è stata individuare le specie giuste per farne un tetto verde che respira e vive. In realtà non ho inventato nulla di nuovo, l’idea l’ho ripresa dalle case tradizionali delle nostre campagne che hanno mura spesse. Lo strato di vegetazione e la massa di terra sopra il tetto accumulano umidità di notte e durante il giorno la restituiscono. Un isolante termico naturale contro il calore del sole. Siamo partiti con il piede giusto dal punto di vista energetico tanto da riuscire a fare a meno di un impianto di aria condizionata.

(CP) Quasi un sacrilegio negli Stati Uniti, dove il gelo dei condizionatori è in agguato dietro ogni porta. Qui a rinfrescare l’ambiente ci pensa la brezza che sale dall’oceano, e la forma stessa dell’edificio serve a incanalarla e a distribuirla. Come funziona?

(RP) Sono sempre andato in barca a vela, ho sempre armeggiato con il fiocco e la randa, quindi so come si può accelerare una brezza modificando le superfici che incontra: le collinette sul tetto sollecitano il vento in modo che scorra verso la piazza, refrigerando e ventilando gli ambienti dell’Academy.

(CP) Si tratta, infatti, del primo edificio importante che ha conquistato il livello Platinum nella certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), un sistema basato su una quarantina di parametri che serve a misurare la sostenibilità. Dai materiali usati al consumo di energia fino ai livelli d’inquinamento. Il 95% delle strutture metalliche utilizza materiali riciclati e gli scarti dei jeans sono stati impiegati come isolante (...) A parte gli scarti di lavorazione dei jeans, tutti i detriti dei vecchi edifici demoliti nel Golden Gate Park (9mila tonnellate di calcestruzzo e 12mila di acciaio) sono stati riciclati e riutilizzati. Così è stata notevolmente ridotta la quantità di rifiuti destinati alle discariche...

(RP) Ogni pilastro contiene due Cadillac. Qui non si butta via niente, come dice un antico proverbio genovese.

(CP) E sempre dalla cultura europea, che normalmente preferisce il recupero alla tabula rasa delle ruspe, deriva anche l’attenzione alle testimonianze storiche? Non tutti gli edifici che componevano la vecchia Academy, nonostante avessero riportato gravi danni durante il terremoto, sono stati demoliti per fare spazio al nuovo progetto. Restano il padiglione africano e quello del Nord America, oltre all’ingresso dell’acquario che è stato inglobato nel nuovo complesso.

(RP) Gli Stati Uniti sono un paese ancora giovane, quelle costruzioni rappresentavano il DNA della città, ho conosciuto persone che ci andavano da bambini, poi ci sono tornate ad accompagnare i figli e oggi, che sono nonni, ci portano i nipotini. Azzerare la memoria era sbagliato, non si strappano le pagine dei libri di storia.

(CP) Parliamo ancora un po’ del tetto verde. Solo per selezionare le piante adatte ci sono voluti cinque anni di lavoro gomito a gomito con i botanici dell’Academy. Si è partiti da trenta graminacee per arrivare a sceglierne quattro specie principali. Raccontami com’è andata...

(RP) Abbiamo trovato un terreno a una ventina di miglia dal parco del Golden Gate che aveva la stessa esposizione del nostro tetto e un identico microclima e lì abbiamo fatto i test sulle essenze che sarebbero state utilizzate. Tutte le settimane gli scienziati andavano a controllare e compilavano un rapporto, alla fine abbiamo individuato le quattro graminacee che meglio sopravvivevano senza bisogno di essere innaffiate e concimate. A queste piante è sufficiente l’umidità della notte e delle brume del mattino: era molto importante rispettare la natura della California e non ricorrere a sistemi d’irrigazione artificiale. Quindi abbiamo ricoperto il tetto con un milione e 700mila piantine contenute in 50mila vassoi in fibra di cocco, un materiale biodegradabile che nel giro di un anno sparisce e diventa terra.

(CP) Fare un tetto del genere non deve essere stata un’impresa semplice, anzi ha comportato grossi problemi, vero?

(RP) Diciamo pure che è stata la parte più difficile del progetto. La copertura, che è costituita da più strati, ha uno spessore complessivo di 60 centimetri. Partendo dal basso, ci sono i pannelli fonoassorbenti, l’isolamento termico, la struttura protetta dal rischio incendio, l’impermeabilizzazione, una coltre difensiva contro le radici delle piante che sono micidiali nel bucare le guaine, poi delle gabbie e sopra i vassoi di cocco con dentro terra e arbusti. Si tratta di un procedimento molto complesso e questo spiega perché, in genere, i tetti verdi non funzionano. Ma all’interno del Golden Gate Park la situazione microclimatica è particolarmente favorevole. La natura si può addomesticare, ma solo a patto che il contesto sia adatto.

(CP) E il clima di San Francisco, com’è scritto nel tuo foglietto spiegazzato, lo è?

(RP) Sì, lo è. La massa del tetto, per metà organica, assorbe l’umidità per poi restituirla. Un po’ come quando d’estate ci si bagna la testa per non soffrire il caldo, e si sta bene finché resta umida. Inoltre terra e piante ci mettono parecchio tempo a scaldarsi, così dal sorgere del sole si arriva alle 5 del pomeriggio prima che il calore penetri all’interno, poi ci pensa il fresco della sera a mantenere bassa la temperatura. Pregi dell’inerzia termica.

(CP) Però il tetto verde della California Academy of Sciences non è solo piante native e terra. Lungo i bordi esterni, dove sconfina verso il parco che lo circonda, sono stati installati mille metri quadrati di pannelli solari. Sessantamila cellule fotovoltaiche, foglioline di cristallo che catturano la forza del sole e creano ombra oltre il perimetro dei muri. Sembra di stare sotto un albero, la luce è vibrante, ma soprattutto queste celle fotovoltaiche coprono più del 5% del fabbisogno energetico dell’edificio. Sono contenute tra due lastre di vetro a pannelli che compongono una copertura trasparente posta a contorno del tetto verde, che protegge i visitatori dalla pioggia e dal vento. Il resto dell’energia è fornito dalla geotermia, l’acqua arriva direttamente dall’oceano: d’inverno viene prelevata a 15 °C e restituita a 11-12 °C, mentre d’estate torna al mare a una temperatura di 18-19 °C in modo da sfruttare il differenziale termico. Mi sono informato bene? 

(RP) Bene, ma voglio dirti che chi entra nell’Academy diventa Robinson Crusoe, gli sembra di scoprire il mondo come se fosse il primo abitante della Terra. Ci sono 20 milioni di specie, l’acquario, il planetario a cristalli liquidi. La natura è la regina assoluta, anche dell’edificio che diventa portatore del messaggio.

(CP) C’è anche un po’ di utopia in questo progetto?

(RP) L’utopia è il sogno di cambiare il mondo, ed è bene che ci sia. Credo che questo museo rappresenti la ricerca di un linguaggio che ci appartenga, che appartenga a questo nostro tempo. Come ha scritto un critico del Guardian, è una macchina gentile per esplorare il rapporto tra un edificio e la natura.

Questo articolo è tratto dal primo volume dell’opera “Almanacco dell’Architetto”, scritto in forma di dialogo tra Renzo Piano e il figlio Carlo , giornalista.
Tutto il materiale è coperto da copyright, la pubblicazione avviene per gentile concessione di Proctor Edizioni.
Per brevità abbiamo tagliato alcune parti del dialogo, la versione integrale di questom articolo, corredata da una scheda dell'edificio, è stata pubblicata sull'ultimo numero della rivista bimestrale QualEnergia: qui il pdf

 

Solarexpo-The Innovation Cloud. Appuntamenti del 9 maggio (mattina)

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Venerdì, 9 Maggio 2014
Le informazioni necessarie per pianificare la tua agenda dei convegni. Gli appuntamenti di venerdì 9 maggio (mattina).

I convegni della mattina di venerdì 9 maggio a Solarexpo-The Innovation Cloud 2014

  • 9,30-13,30 Sala Gemini (Centro Congressi Stella Polare)

“O&M&P”: Operation & Maintenance & Performance di impianti fotovoltaici

  • 9,30-13,30 Sala Martini (Centro Congressi Stella Polare)

Strumenti di incentivazione per l'efficienza energetica: Conto Termico, Certificati Bianchi, cogenerazione ad alto rendimento

  • 10,30-12,00 Sala Taurus (Centro Congressi Stella Polare)

Fare efficienza energetica nell’industria: motori elettrici e rifasamento dei carichi

  • 10,00-13,00 Sala Aquarius (Centro Congressi Stella Polare)

Strumenti e mercati finanziari per la nuova fase di sviluppo delle rinnovabili. Il mercato secondario del fotovoltaico 

  • 9, 15-13,30 Sala Sagittarius (Centro Congressi Stella Polare)

La nuova professionalità del futuro: best practice progettuali degli Esperti in Gestione dell’Energia certificati SECEM 

  • 10,30-11,30 “Internationalization HotSpot” area, padiglione 6

GSE Corrente incontra le imprese italiane 

  • 11,30-13,50 “Internationalization HotSpot” area, padiglione 6

World Renewable Energy Markets Presentations from Target Countries 2014: Austria, Switzerland

  • 9,30-13,30 Sala Libra (Centro Congressi Stella Polare)

L'energia idroelettrica in Italia: evoluzione del settore in base alle nuove normative

  • 9,40-13 Sala Aries (Centro Congressi Stella Polare)

Il minieolico in Italia. Progettare il futuro

  • 9,30-13,00 Sala Kappa (Padiglione 6)

Convegno Green Mobility: i mercati consumer e delle flotte aziendali

Edilizia efficiente con l'edificio “tutto elettrico”?

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Giovedì, 8 Maggio 2014
Giulio Meneghello
Come cambierà l'edilizia italiana con le direttive europee sull'efficienza? Quali opportunità possono dare le tecnologie che spostano i consumi sul vettore elettrico. Assieme alla domotica riusciranno a rendere l'edificio un'appendice della smart grid? A margine di un convegno di Solarexpo ne abbiamo parlato con Massimo Gallanti di RSE.
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“Le opportunità per migliorare l'efficienza degli edifici esistenti vanno colte tutte. Le nuove normative danno un grande stimolo e le tecnologie oggi offrono molte più possibilità rispetto al passato”, esordisce così Massimo Gallanti di RSE nell'intervista che gli abbiamo fatto sulle tematiche dell'efficienza energetica che a Solarexpo-The Innovation Cloud 2014 sono state al centro di due convegni, tenutisi ieri pomeriggio e questa mattina: “La riqualificazione del parco edilizio nazionale e il recepimento delle direttive europee sull'efficienza energetica” e “Smart Building 3.0: l'intelligenza e l'efficienza dell'edificio tutto elettrico”.

Ingegner Gallanti, le novità più recenti in materia di normativa sull'efficienza energetica sono quelle contenute nel decreto che recepisce la direttiva europea 27/2012. In particolare c'è il programma per riqualificare energeticamente ogni anno almeno il 3% del patrimonio edilizio della pubblica amministrazione centrale. Quanto potrà contribuire questo stimolo alla riduzione dei consumi del nostro pardo edilizio?

La direttiva 27/2012 punta la sua attenzione sugli edifici della pubblicazione amministrazione centrale per due motivi. Uno è che la P.A centrale è un consumatore molto importante e spesso ha edifici poco efficienti; dunque c'è molta strada da fare. Il secondo motivo è che si vuol fare della pubblicazione amministrazione un soggetto esemplare. Inoltre i soggetti pubblici danno la garanzia di durare nel tempo, rendendo più facile il finanziamento tramite soggetti terzi.

Altra direttiva europea importante per l'efficienza energetica in edilizia è la 31/2010 che prevede che tutti i nuovi edifici, dal 2020 e dal 2018 se di proprietà pubblica, siano “ad emissioni quasi zero” ...

Gli edifici "a emissioni quasi zero" previsti dalla direttiva 31/2010 sono un obiettivo molto importante per le nuove costruzioni. Il grosso dei consumi però è negli edifici esistenti, quindi non è sufficiente guardare alle nuove costruzioni ma bisognerebbe adottare questo approccio anche per le riqualificazioni edilizie. Si devono trovare soluzioni che promuovano ristrutturazioni importanti che permettano di sfruttare le opportunità che le tecnologie attuali danno.

Gli incentivi attuali, dal Conto Termico alle detrazioni fiscali ai certificati bianchi, non sono sufficienti?

Oggi si è operato soprattutto su interventi parziali: ad esempio sui serramenti, sulle caldaie, ecc. Questo è un primo passo ma bisognerebbe promuovere di più interventi che interessino l'edificio nella sua globalità, ad esempio, agendo sull'involucro e sul sistema di distribuzione del calore. Andrebbero poi immaginate soluzioni che premino di più interventi complessivi sull'esistente anche in caso di edifici di proprietà non degli inquilini.

In una prospettiva di nuovi edifici ad emissioni quasi zero o di riqualificazioni importanti dell'esistente, che ruolo possono avere le nuove tecnologie dell'edificio cosiddetto “intelligente”?

La domotica, nata per soddisfare principalmente esigenze di comfort e sicurezza, offre grandi possibilità anche in termini di efficienza energetica. La gestione dei consumi resa possibile da sistemi automatizzati consente di ridurre di molto gli sprechi. Banalmente pensiamo alla luce che si spegne quando non c'è nessuno nella stanza, alla regolazione ottimale della climatizzazione, oppure alla gestione dei carichi elettrici in modo da spostarli nelle fasce in cui l'energia è meno cara o di evitare che la richiesta di energia istantanea superi la soglia della potenza installata. Molte opportunità di risparmio energetico vengono poi dallo spostamento dei consumi verso il vettore elettrico.

Spostare i consumi da altri vettori all'elettricità, se un edificio è dotato di un impianto fotovoltaico, consente anche di massimizzare l'autoconsumo, migliorando nettamente la convenienza economica. Quali sono le tecnologie più adatte da questo punto di vista?

Esistono tecnologie molto efficienti che si basano sul vettore elettrico, come le pompe di calore che soddisfano sia il bisogno invernale di calore che quello estivo di raffrescamento sfruttando la temperatura dell'aria esterna. Sono strumenti molto versatili e abbastanza economici, specie nei nostri climi, dove non è necessario predisporre campi termici per l'aria esterna. Per essere sfruttate al meglio le pompe di calore richiedono però un adeguato sistema di distribuzione del calore, non i normali caloriferi ma sistemi a bassa temperatura, ad esempio il riscaldamento a pavimento, cosa che rende più conveniente l'intervento in caso di nuove costruzioni o ristrutturazioni importanti. Altre opportunità per incrementare l'autoconsumo di energia sono i sistemi di ricarica per mezzi elettrici e i piani cottura ad induzione, che più che per l'efficienza e l'autoconsumo danno vantaggi di praticità e sicurezza: niente fiamma libera e regolazione precisa.

Gli usi elettrici dell'energia sono penalizzati dalla struttura tariffaria della nostra bolletta elettrica. È necessaria una riforma del sistema tariffario per promuoverli?

Il primo passo è quello di eliminare la progressività della tariffa elettrica, che è nata in un era in cui c'era l'esigenza di ridurre i consumi e che, ricordiamo, c'è solo in Italia. La progressività infatti, rendendo in proporzione più cara l'elettricità per chi ha consumi alti, ostacola tecnologie efficienti ma basate sul vettore elettrico come quelle di cui abbiamo parlato. L'Autorità ha già in cantiere una riforma in tal senso e anche l'art.15 della direttiva europea 27/2012 raccomanda tariffe elettriche che favoriscono l'efficienza energetica e, dunque, implicitamente chiede di superare la progressività.

A riguardo c'è chi obbietta: come può migliorare l'efficienza energetica senza eliminare un sistema tariffario nato proprio per premiare il risparmio energetico?

La progressività come detto penalizza alcuni usi efficienti dell'energia, ad esempio le pompe di calore. Poi va detto che la tariffa progressiva in Italia c'è solo per l'elettricità, mentre non c'è per il gas. Si determina così una stortura che porta a un uso inefficiente dell'energia.

Tornando all'edificio “elettrico ed intelligente”, lo si può immaginare come un'appendice della smart grid, la rete intelligente necessaria in un sistema dominato dalla produzione discontinua e distribuita delle rinnovabili? E' cioè possibile che questi sistemi di domotica, attraverso un sistema di tariffe studiato ad hoc, interagiscano con il sistema elettrico per migliorarne l'efficienza, smussando gli eccessi di domanda o di offerta?

Ora la gestione della domanda non è la priorità per la smart grid, perché la domanda è fondamentalmente obbligata. Se però pensiamo a un futuro in cui un utente ha carichi flessibili come auto elettrica, pompa di calore, ecc., direi di sì. Una domanda flessibile di questo tipo può essere sfruttata sia dall'utente, spostando i consumi in fasce orarie più economiche, ma anche per dare servizi alla rete, ad esempio interrompendo il prelievo quando necessario. Per rendere possibile tutto ciò possibile si dovrebbe arrivare a tariffe che siano cost-effective, riflettano cioè i costi diversi nei diversi orari e ad altri sistemi che remunerino l'utente per servizi che fornisce alla rete.

Il fotovoltaico non incentivato e la fotocopiatrice a rischio normativa

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Giovedì, 8 Maggio 2014
Giulio Meneghello
La grid parity è pienamente raggiunta. I business model basati sui SEU iniziano a delinearsi. Permane la spada di Damocle di una possibile imposizione di oneri sull'autoconsumo. Un'incertezza normativa che il settore potrebbe combattere con un atteggiamento propositivo. A Solarexpo si è fatto il punto sul fotovoltaico senza incentivi.
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“Il fotovoltaico senza incentivi funzionerà come il business delle fotocopiatrici negli uffici: una volta si compravano, poi si è diffuso il leasing, ora si tengono macchine di una ditta terza e si pagano direttamente le fotocopie che si fanno”, spiega Gennaro Mazzuoccolo dello studio legale di Norton Rose Fulbright. “Peccato – ribatte Marco Martorana di Unicredit - che se la ditta presso cui la 'fotocopiatrice' è installata fallisce, l'azienda che ne è proprietaria non può semplicemente riprendersela visto che gli impianti fotovoltaici non hanno le ruote e, soprattutto, che possono intervenire cambiamenti normativi che possono far sì che per questa 'fotocopiatrice' un foglio di carta possa arrivare a costare più della singola fotocopia”.

Può essere riassunta in questo scambio di battute l'atmosfera che si respirava ieri al convegno di Solarexpo “Il fotovoltaico in Italia alla sfida del mercato: nuovi business model per l'era della grid parity”. Se da una parte la competitività della tecnologia è ormai accertata e le prospettive sono buone, ostacoli e incognite non mancano di certo e, lungi dal decollare, il mercato degli impianti non incentivati sta compiendo solo i primi timidi passi esplorativi. “Per ora quasi non ci arrivano richieste di finanziamento per impianti senza incentivi – riporta l'asset manager settore energy di Unicredit – e le poche che arrivano, principalmente dalla Sicilia, mostrano conti non confortanti”.

Come ha spiegato Gaetan Masson di EPIA, infatti, “non basta la grid parity, ampiamente raggiunta, perché fare FV senza incentivi sia conveniente”. Bisogna tenere conto di tutta una serie di aspetti, ovviamente la quota di energia autoconsumata, ma anche l'evoluzione del mercato elettrico. Lo si è fatto presente nei diversi interventi in cui si è parlato dei SEU, i sistemi efficienti di utenza, la ormai nota configurazione che permette di vendere l'energia producendola direttamente sul tetto del cliente, dunque senza passare per la rete e senza pagare oneri di rete e di sistema.

Come sappiamo, molti aspetti dei SEU sono stati chiariti dall'attesa delibera Aeeg 578/2013, pubblicata a dicembre. Al convegno operatori ed esperti hanno ragionato su come si farà FV in questi nuovi business model: che tipo di contratti si potranno fare tra produttore e cliente, a che prezzi si potrà vendere l'energia e con che margini, quali i clienti più adatti, ecc.

Il quadro che emerge è ben sintetizzato dalle parole di Giuseppe Artizzu a.d. di Cautha: “È un lavoro da utility”. Chi fa fotovoltaico con questi modelli di business, cioè, deve gestire tutta una serie di aspetti e rischi che erano ignoti all'operatore del fotovoltaico nell'era degli incentivi, ma che invece sono familiari a chi da sempre vende energia. Per fare i SEU dunque un'idea è quella di “bussare alle porte delle utility, in particolare a quelle meno ostili alle rinnovabili dato che molte hanno interessi nel gas e, dunque, non faranno mai SEU con il fotovoltaico, ma semmai con cogenerazione ad alto rendimento a gas”.

A complicare tutto, la spada di Damocle del cambiamento normativo, e in particolare l'eventualità che – come proposto dall'Autorità – si vadano a far pagare in tutto o in parte gli oneri di sistema e/o di rete anche sull'energia prodotta e consumata dietro al contatore. Se ciò avvenisse, ha mostrato l'analisi economica presentata da Tommaso Barbetti di eLeMeNS, il fotovoltaico non incentivato con i SEU, almeno per ora, non si potrebbe fare.

Su questo aspetto non sono arrivate rassicurazioni dal viceministro Claudio De Vincenti, nonostante l'uomo del MiSE nel suo breve intervento al convegno abbia definito “strategiche” le rinnovabili affermando che “è una priorità del governo dare un futuro al settore”. Il timore di alcuni, tra cui Artizzu, è infatti che con l'annunciato provvedimento per tagliare del 10% le bollette per le PMI arrivi anche il temuto colpo all'autoconsumo.

“Farebbe bene al sistema Paese avere garanzie giuridiche e stabilità normativa ”, ha sottolineato Mazzuoccolo, ribadendo un concetto espresso un po' in tutti gli interventi degli operatori. Il mondo del fotovoltaico, ha rilanciato Artizzu, “non può però ogni volta attendere passivamente l'ennesimo cambiamento normativo per poi giocare in difesa. Anziché limitarsi a rispondere 'no' a provvedimenti imposti, bisogna fare proposte e chiedere alla politica 'perché no?'”. Da questo punto di vista “perseguire una razionalizzazione delle bolletta ben fatta è nel nostro interesse, fatto salvo che all'energia autoconsumata e prodotta da fotovoltaico non si può far pagare la componente A3 che finanzia altri impianti incentivati”.

La proposta di Artizzu, già lanciata nei giorni scorsi dalle pagine di QualEnergia.it, è quella di una carbon tax, che sposti parte del peso degli oneri di sistema sui combustibili fossili. Altra idea circolata nei mesi scorsi, è quella che la partecipazione agli oneri di rete e di sistema venga spostata in parte sulla componente fissa della bolletta: questa ipotesi, è emerso dall'analisi di eLeMeNS, seppur con maggiori difficoltà permetterebbe ancora di fare FV non incentivato con i SEU.

“Bisogna comunicare meglio i vantaggi per l'efficienza del sistema elettrico dei SEU: si pensi ad esempio all'effetto positivo sulla rampa serale, con relativo beneficio economico per Terna”, ha suggerito Fabio Zanellini, advisor di Anie Energia. Il versante normativo infatti sembra essere quello più critico, mentre sulle tecnologie le prospettive sono più che buone: “i costi del FV sono già abbastanza bassi e c'è un ampio ventaglio di tecnologie e soluzioni per massimizzare l'autoconsumo”, rassicura l'advisor Anie. “In questo momento, specie al Sud, il fotovoltaico riesce ad ottenere costi di circa 100 euro/MWh ed è dunque concorrenziale con tutte le altre fonti, tranne il carbone”, sottolinea Artizzu.

Insomma, come ha fatto presente Masson di EPIA, “gli incentivi hanno fatto il loro lavoro e in Italia hanno portato il fotovoltaico ad essere competitivo”. Dunque, se come ha ribadito Josefin Berg, analista di IHS, “l'Italia è la culla mondiale del nuovo fotovoltaico non incentivato”, queste prime fasi di vita del bebè sono particolarmente delicate ma il neonato è sano e può avere davanti una vita lunga e prospera.

Tecnologie smart e sostenibilità ambientale per l'Expo 2015

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Giovedì, 8 Maggio 2014
Gloria Zavatta
Le tecnologie intelligenti per l’infrastrutturazione del sito espositivo dell’Expo 2015 al centro d un convegno, organizzato da Kyoto Club, a Solarexpo-The Innovation Cloud dal titolo “Smart Expo 2015: Smart Planning, smart building, smart connecting”. Un articolo di Gloria Zavatta, Sustainability Manager per l’Expo 2015.

Si è svolto oggi a Solarexpo-The Innovation Cloud il convegno “Smart Expo 2015: Smart Planning, smart building, smart connecting”. Al centro dell’incontro, organizzato da Kyoto Club, insieme ad Enel Distribuzione, telecom Italia Nemesi & pArtners, BMS-BMZ  Progetti, Studio De Santoli, Ey Ernst Young Italia, le tecnologie intelligenti per l’infrastrutturazione del sito espositivo dell’Expo 2015, il concept architetturale e la sostenibilità energetica e il progetto impiantistico del Padiglione Italia. Si è affrontata anche la questione dell’impronta ecologica della manifestazione.

In riferimento a questo grande evento e al suo aspetto energetico-ambientale, pubblichiamo un articolo di Gloria Zavatta, Sustainability Manager (Direzione Generale Business Planning&Control) per l’Expo 2015.

L’Esposizione Universale di Milano del 2015 ha per tema “Nutrire il Pianeta-Energia per la Vita”, ovvero l’alimentazione e la sostenibilità. È un grande evento internazionale che ha la potenzialità di diffondere best practice e soluzioni innovative, messe a punto sia dalla società che organizza la manifestazione -Expo 2015 S.p.A. - sia dai Paesi e dalle Organizzazioni Internazionali che parteciperanno, trasformando in opportunità di crescita e sviluppo le sfide ancora aperte sul fronte della nutrizione e del rispetto dell'ambiente.

Tre gli obiettivi che Expo Milano 2015 intende perseguire:

  • conseguire elevati livelli di prestazioni ambientali e sociali nell’organizzazione e gestione dell’Evento;
  • fornire un modello di riferimento per le prossime edizioni dell'Esposizione Universale e per i futuri grandi eventi in generale;
  • valorizzare l’occasione unica che questa manifestazione offre, per ampiezza del coinvolgimento e per visibilità, per diffondere le conoscenze e comportamenti più sostenibili.

Sotto il profilo energetico e ambientale, questi obiettivi sono stati tradotti dalla società Expo 2015 in una serie di impegni specifici come minimizzare la domanda di energia, utilizzare energia da fonti rinnovabili, utilizzare prodotti e/o servizi con minor impatto ambientale, valutare gli impatti ambientali delle attività svolte e compensare le emissioni di CO2 generate.

Per la progettazione e realizzazione del Sito Espositivo, ad esempio, sono stati applicati i criteri del sistema di certificazione statunitense LEED (Leadership in Energy and Environmental Design) messo a punto dal Green Building Council USA. A inizio 2013 è stata condotta una verifica tecnica preliminare da parte di un primario organismo di certificazione, finalizzata a valutare la rispondenza delle scelte implementate con i prerequisiti e i crediti del protocollo LEED Green Neighborhood Development (2009), ove applicabili al caso specifico; tale verifica verrà ripetuta a breve.

Un secondo ambito di applicazione della certificazione LEED riguarda il complesso della Cascina Triulza, in fase di ristrutturazione e riqualificazione, che ospiterà le organizzazioni della Società Civile e rimarrà come eredità permanente al termine della manifestazione. In questo caso, si è preso come riferimento il protocollo LEED New Construction (2009). La registrazione LEED NC del progetto Cascina Triulza è in corso con l’obiettivo di ottenere il Livello Silver.

Il sito espositivo, per le sue principali funzionalità, potrà contare su servizi e infrastrutture sviluppate con tecnologie digitali “intelligenti”. L'obiettivo è di dare vita a una Digital Smart City, in grado di migliorare l’esperienza di visita e la scoperta del tema da parte dei 20 milioni di visitatori attesi, oltre che di  costituire un lascito di soluzioni e di sistemi innovativi per il territorio ospitante e per la collettività, che funga come modello di sviluppo per le città del futuro soprattutto per quanto riguarda le telecomunicazioni, l’energy management e l’illuminazione, la sicurezza, i sistemi di pagamento e l’edutainment.

Tutto ciò è realizzato con il  fondamentale contributo delle aziende Partner della manifestazione che stanno collaborando a un ulteriore progetto lanciato da Expo Milano 2015: la valutazione dell’impronta di sostenibilità delle tecnologie applicate alla Smart City Expo.

Il progetto, denominato  Smartainability®, è condotto da RSE nel quadro delle ricerche finanziate dal fondo Ricerca per il Sistema Elettrico. Partendo dalla domanda chiave “Come contribuisce la Smart City Expo al raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità degli abitanti delle città del futuro?”, questa iniziativa ha l’obiettivo di misurare con dati quali-quantitativi quanto la smart city di Expo Milano 2015 sia più sostenibile grazie all’utilizzo di tecnologie smart e ai servizi da esse abilitati. Le conclusioni dell’analisi sono previste entro fine 2014.

Al fine di coinvolgere e indirizzare i Partecipanti, siano essi Paesi, Organizzazioni Internazionali, Imprese o ONG, Expo 2015 S.p.A. ha diffuso due documenti contenenti Linee guida specifiche: il primo per stimolare l’adozione di soluzioni sostenibili nella progettazione, realizzazione, dismissione e riutilizzo dei manufatti temporanei che verranno allestiti per l’evento al fine prioritario dell’efficienza energetica e dell'impiego di materiali più sostenibili; il secondo per promuovere l’adozione di criteri di green procurement nell’ambito dei bandi di gara e delle procedure di acquisto di beni e servizi che i Partecipanti effettueranno per la loro partecipazione all’Esposizione (arredi, attrezzature, prodotti di merchandising, ristorazione, imballaggi, ecc.).

Infine, la società che organizza l'Expo del 2015 sta sviluppando un proprio inventario, per la contabilizzazione delle emissioni di gas ad effetto serra utilizzando come riferimento la norma UNI ISO 14064-1:2006, in coerenza con le più avanzate esperienze maturate da eventi simili a livello internazionale. Il calcolo delle emissioni di GHG segue l’evoluzione delle attività che le generano ed è funzionale all’obiettivo di Expo Milano 2015 di contenere la propria carbon footprint, in primo luogo attraverso misure di riduzione delle emissioni (ad esempio, attraverso costruzioni efficienti o con l’utilizzo di materiali a basso contenuto di carbonio) e, in un secondo momento, mediante l’adozione di strumenti di compensazione per le emissioni che non è possibile evitare.

La strategia di offsetting di Expo Milano 2015 ha visto, ad oggi, il finanziamento di progetti di efficientamento energetico su scala locale, nel Comune di Milano e nel Comune di Rho, al fine di  privilegiare interventi direttamente riconducibili al contesto in cui l'Esposizione Universale opera, con maggiori ricadute positive sulla comunità interessata. È inoltre previsto il ricorso all’acquisto di crediti di carbonio derivanti ad esempio da progetti CDM (Clean Development Mechanism), VCS o Gold Standard.

Solarexpo-The Innovation Cloud. Appuntamenti del 8 maggio (pomeriggio)

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Giovedì, 8 Maggio 2014
Le informazioni necessarie per pianificare la tua agenda dei convegni. Gli appuntamenti di mercoledì 8 maggio (pomeriggio).

I convegni del pomeriggio di giovedi 8 maggio a Solarexpo-The Innovation Cloud 2014

  • 14-18,30 Sala Martina (Centro Congressi Stella Polare)

L'accumulo di elettricità e l'integrazione delle rinnovabili nel sistema elettrico

  • 14-18 Sala Gemini (Centro Congressi Stella Polare)

SMART EXPO 2015: Smart planning, smart building, smart connecting

  • 14-17 Sala Aquarius (Centro Congressi Stella Polare)

ISGIS - Italian Smart Grid Industry System. Eccelenze in rete: le sfide e le opportunità

  • 16-18 Sala Sagittarius (Centro Congressi Stella Polare)

Le fonti rinnovabili: oltre il 30% dell'energia elettrica italiana

  • 14,30-17 Sala Taurus (Centro Congressi Stella Polare)

Analisi economica e di confort negli interventi di riqualificazione energetica

  • 14-17,20 Progetto Internationalization Hot Spot Hall 6 

World Renewable Energy Markets, Presentations from target countries 2014: SUB-Saharan Africa, Cameroon, Ghana, South Africa, Kenya

  • 14-18 Sala Scorpio (Centro Congressi Stella Polare)

​​​ESCO ed efficienza energetica: cogliere le opportunità nel mercato dell'energia

Nasce ISGIS, il "Sistema industriale italiano delle tecnologie smart grid"

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Giovedì, 8 Maggio 2014
Creare una filiera italiana integrata nel settore delle tecnologie per la smart grid. Questo l'obiettivo di ISGIS, Italian Smart Grid Industry System, iniziativa lanciata oggi con un convegno nell'ambito di Solarexpo-The Innovation Cloud 2014.

Creare una filiera italiana integrata, per per consentire al Paese di conquistarsi una leadership nel settore delle tecnologie per la smart grid, la rete flessibile e intelligente che serve per gestire in sicurezza ed efficienza il sistema elettrico per come sta cambiando. Questo l'obiettivo di ISGIS, Italian Smart Grid Industry System, iniziativa lanciata oggi con un convegno nell'ambito di Solarexpo-The Innovation Cloud.

L’Italia già ora è in una posizione avvantaggiata in questo settore, per numerosità di contatori elettronici installati, livello di automazione della rete di distribuzione, densità di generatori fotovoltaici collegati e altro ancora. In diverse regioni del Paese sono poi in corso sperimentazioni e dimostrazioni di soluzioni per gestire la rete in modo ancora più flessibile attraverso l’utilizzo di sistemi di accumulo, automazione e protezione avanzati.

Una parte significativa delle tecnologie utilizzate è frutto dell’inventiva e della capacità di operatori industriali nazionali, spesso costituiti da aziende di piccole o medie dimensioni, molto competitive ma difficilmente organizzate in reti collaborati. Ogni impresa si focalizza quindi sul proprio ambito produttivo, esprimendo eccellenze, spesso in un’ottica molto specifica. Le singole soluzioni sviluppate non vengono infatti progettate in un’ottica di standardizzazione e di armonizzazione funzionale, ma rispondono alle specifiche della singola applicazione che spesso si innesta a completamento di un sistema esistente. Gli operatori industriali sono quindi costretti da un campo d’azione molto circoscritto che non favorisce lo sviluppo di prodotti e applicazioni integrate.

Ecco che nasce l'esigenza di creare una filiera smart grid “made in Italy”, cioè una rete di operatori nazionali in grado di sviluppare e dimostrare soluzioni smart grids basate su approcci standardizzati avanzati. Un'iniziativa che – si è detto al convegno – può dare un vantaggio competitivo al sistema industriale italiano mettendolo in grado di offrire su ogni mercato delle applicazioni modulari, integrate, interoperabili, e razionali. Le smart grid possono infatti esprimere al meglio il loro potenziale se vengono sviluppate secondo architetture codificate in cui ogni funzione e componente trova la sua collocazione precisa in un’organizzazione ordinata.

L’individuazione di prodotti integrati standardizzati composti da tecnologie italiane certificate sia come rispondenza agli standard che come provenienza nazionale consentirà la creazione di nuove opportunità di business. Le imprese coinvolte in ISGIS avranno l’opportunità di essere costantemente aggiornate sullo stato dell’arte e sugli sviluppi internazionali relativi alle smart grids, parteciperanno alla definizione di prodotti e soluzioni basati sulle architetture standard che potranno essere proposti, sperimentati e validati sulle reti italiane e, quando ritenuti maturi, promossi sui mercati internazionali, come eccellenza italiana. In vista dell’implementazione di uno schema simile alla DOCG, saranno definiti dei disciplinari che caratterizzeranno inequivocabilmente l’appartenenza al sistema italiano delle soluzioni e dei prodotti.

Il Comitato di Indirizzo del Sistema Italiano per le Smart Grids (ISGIS) è in fase di costituzione ed è attualmente composto da rappresentanti di:

  • RSE - Ricerca sul Sistema Energetico
  • GSE - Gestore Servizi Energetici
  • ENEL Distribuzione
  • FEDERUTILITY
  • ANIE Energia
  • ANIE Automazione
  • CEI - Comitato Elettrotecnico Italiano
  • Telecom Italia
  • The Innovation Cloud

ISGIS ha il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico e dell'Autorità per l’Energia, il Gas e il Sistema Idrico.

L'intervista di Qualenergia.it a Michele De Nigris, direttore del Dip.to tecnologie e trasmissione di RSE.

L'accelerazione del mercato del minieolico. Il 9 maggio un convegno a Solarexpo

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Giovedì, 8 Maggio 2014
Nel variegato panorama delle rinnovabili in Italia, il minieolico ha preso la scena grazie alla buona redditività degli investimenti. Nei prossimi mesi, tuttavia, si prospetta uno scenario di forte incertezza. Se ne parlerà domani mattina a Solarexpo-The Innovation Cloud in un convegno organizzato dal CPEM.

Nel variegato panorama delle rinnovabili in Italia, il minieolico ha preso la scena grazie alla buona redditività degli investimenti. Nei prossimi mesi, tuttavia, si prospetta uno scenario di forte incertezza per costruttori e investitori, a causa dell’esaurimento dei contingenti di potenza del DM del 6/7/2012. Oltre alla continuità del regime incentivante, il futuro del settore è legato alla capacità della nostra industria di difendersi, sul piano tecnico-economico, dalla concorrenza di inaffidabili prodotti rigenerati, ma anche all’impegno dei costruttori nazionali nei processi di certificazione delle macchine, premessa fondamentale per migliorare accesso al credito e penetrazione all’estero.

Se ne parlerà domani mattina a Solarexpo-The Innovation Cloud in un convegno dal titolo "Il minieolico in Italia. Progettare il futuro", organizzato dal CPEM
Qui il programma (pdf)