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Lavatrici e lavastoviglie bitermiche: come funzionano, quanto costano, quanto si risparmia

Venerdì, 18 Agosto 2017
Antonella Giordano
Lavatrici e lavastoviglie a doppio ingresso che utilizzano l’acqua calda prelevandola dall’impianto di casa, meglio se da impianto a fonti rinnovabili: permettono un taglio dei consumi e hanno una vita più lunga. Eppure sul mercato italiano fanno fatica ad affermarsi, anche perché i rivenditori non ci puntano.
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Questo articolo è stato pubblicato il 17 luglio 2017

Sono sul mercato da oltre 10 anni, ma non si sono ancora diffuse nel nostro Paese. Stiamo parlando delle lavatrici e delle lavastoviglie bitermiche o a doppio ingresso: elettrodomestici dotati di un doppio attacco per l’ingresso dell’acqua per consentire una gestione intelligente dei consumi energetici.

Un attacco preleva l’acqua fredda dalla rete idrica, come fa la maggior parte delle lavatrici in commercio, e la riscalda in base alla temperatura impostata; l’altro attacco preleva l’acqua già calda, tra i 40 e i 60°, prodotta dall’impianto di casa, limitando al minimo l’impiego della resistenza interna all’apparecchio.

Considerati gli elettrodomestici del futuro, ancora oggi fanno fatica ad affermarsi sul mercato italiano. Nonostante si parli tanto di risparmio energetico, nei principali negozi di elettrodomestici è praticamente impossibile trovarli in pronta consegna.

Con le lavatrici bitermiche il taglio dei consumi può arrivare anche al 60% con una classe energetica A+++, mentre per le lavastoviglie parliamo di una riduzione del 35%.

È vero che la percentuale di risparmio energetico è legata al tipo di impianto di riscaldamento dell’acqua che abbiamo in casa: quanto più è economica la fonte di energia utilizzata per scaldare l’acqua in ingresso, tanto più ci conviene collegare la lavatrice o la lavastoviglie all’acqua calda.

Se abbiamo installato un impianto alimentato con una fonte rinnovabile il risparmio sarà massimo. Addirittura, sul portale luce-gas.it si calcola il risparmio annuo che si può ottenere collegando la lavatrice ad una semplice caldaia a gas, visto il differenziale tra costo dell'energia e costo del gas: ipotizzando di effettuare addirittura 250 lavaggi all'anno, la spesa totale scende di 60 euro (57 euro contro 117). Se però la caldaia è troppo distante dalla lavatrice o se la produzione di acqua calda è affidata al boiler elettrico il risparmio si annulla.

Questo tipo di elettrodomestici è adatto a chi dispone di una caldaia ibrida, una pompa di calore per la produzione di acqua calda sanitaria o un sistema di teleriscaldamento, ma soprattutto a chi ha un impianto solare termico che può collegare direttamente alla lavatrice o alla lavastoviglie.

Come funzionano le lavatrici bitermiche

Oltre al grosso pregio di tagliare i consumi elettrici, le lavatrici bitermiche hanno anche una vita più lunga. Grazie al minor uso della resistenza elettrica, si limitano i danni del calcare che si deposita proprio sulla resistenza quando questa viene in contatto con l’acqua fredda, danneggiandone il funzionamento.

Si regolano automaticamente in base al programma di lavaggio. Se si imposta un programma con temperatura inferiore a 40 °C, la lavatrice utilizzerà l’acqua fredda proveniente dalla rete, mentre se la temperatura è superiore a 40 °C la macchina caricherà prima l’acqua fredda miscelandola con quella proveniente dall’impianto di riscaldamento fino al raggiungimento della temperatura impostata.

Se si imposta un programma con temperatura di lavaggio superiore ai 60 °C, la resistenza elettrica interverrà esclusivamente per compensare la differenza tra la temperatura dell’acqua calda in ingresso e quella impostata.

Quanto costano e cosa c’è in commercio?

Pagando qualcosa in più al momento dell’acquisto (circa 100-200 euro per le lavatrici e meno di 100 euro per le lavastoviglie) ci troviamo, quindi, con un elettrodomestico che ci durerà molto di più e ci farà risparmiare sulla bolletta.

Eppure in commercio, a cominciare dalle grandi catene di elettrodomestici come Euronics e Mediaworld, questi prodotti sono praticamente assenti. I venditori, che come prima reazione scuotono la testa per indicare che non possono aiutarti, spiegano che in negozio non ci sono lavatrici a doppio attacco, perché nessuno le compra.

Qualcuno si spinge a dire che non conviene acquistarle perché il risparmio non c’è, dando forse per scontato l’attacco ad un impianto di riscaldamento di acqua sanitaria tradizionale.

Altri sono convinti che sia solo un’invenzione straniera, che prevede un diverso sistema di lavaggio con bolle di ossigeno che intervengono a sciogliere il detersivo (il paragone è tra il forno normale e il forno a microonde). Ma questo sistema in realtà è necessario quando si lava con acqua fredda e non certo quando nella lavatrice arriva acqua già calda.

Allora per acquistare una lavatrice o una lavastoviglie a doppio ingresso bisognerà cercare su Internet: sui portali più famosi, come trovaprezzi.it o eprice.it, si trovano diversi modelli di ultima generazione.

Il prezzo medio per una lavatrice con buone prestazioni si aggira sui 600 euro, mentre per una lavastoviglie sui 350-400. Alcune lavatrici della marca Miele hanno un allacciamento extra per l'acqua calda e l'acqua piovana e, spiegano, che con il primo si risparmia fino al 47% se l'acqua di casa è riscaldata con i pannelli solari termici e con l'acqua piovana si risparmia il 70% di acqua potabile.  

Per i più intraprendenti, su internet si trovano dei kit brevettati che consentono di collegare la propria lavatrice o lavastoviglie al sistema di produzione di acqua calda sanitaria, garantendo un taglio dei consumi.

Ad esempio il kit risparmio energetico della Ener Green Gate, che non necessita di competenze specifiche per essere installato, o il kit Save El.En. Plus che costa meno di 200 euro ed è adatto a tutti i modelli di lavatrici.

I produttori assicurano che non bisogna cambiare abitudini di utilizzo della lavatrice, a parte ridurre del 30-50% la quantità di detersivo e ammorbidente che utilizziamo normalmente.

Ma con questo kit non potremo mai essere sicuri al 100% che il nostro elettrodomestico funzionerà come prima. Se succede qualcosa a chi ci rivolgiamo?

Le lavastoviglie bitermiche

Il mercato delle lavastoviglie è leggermente diverso. Come per le lavatrici ci sono alcuni modelli con doppio tubo di ingresso, uno per l’acqua fredda e uno per quella calda, ma la maggior parte dei prodotti in commercio hanno un solo ingresso che può essere collegato anche al tubo dell’acqua calda, a meno che non sia indicato espressamente il limite di “25°C” (acqua fredda).

Rex Electrolux, ad esempio, dichiara che tutte le sue lavastoviglie possono essere alimentate con l’acqua calda, poiché l’elettronica è in grado di riconoscere la temperatura dell’acqua e regolare la durata del programma. Sui libretti di istruzione di diverse aziende, come AEG e Miele, è indicata la possibilità di allaccio all’acqua calda, che deve avere una temperatura massima di 60 °C.

Anche i rivenditori, rispetto alle lavastoviglie sono più possibilisti. Ma sta di fatto che manca un’informativa al consumatore che di fronte a questo tipo di prodotti si trova abbastanza spaesato.

L’unico modo per avere informazioni è cercarle su internet, consultando soprattutto i forum con i commenti di chi ha già utilizzato questi elettrodomestici. Evidentemente le aziende produttrici non hanno alcun interesse a pubblicizzarli, o semplicemente si arrendono al fatto che il mercato italiano non sembra ancora pronto a scoprire questa possibilità di risparmio.

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Quanta efficienza perde il fotovoltaico con polvere e smog

Giovedì, 17 Agosto 2017
Redazione QualEnergia.it
L’accumulo di sporcizia sulla superficie dei moduli solari, insieme alla presenza di particelle inquinanti nell’aria, riduce la produzione energetica degli impianti fotovoltaici, soprattutto nelle zone più aride di Cina, India e penisola arabica. I risultati di uno studio che ha stimato l’effetto soiling su scala globale.
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Questo articolo è stato pubblicato il 28 giugno

Polvere e inquinamento atmosferico possono avere effetti disastrosi sulla “salute” dei moduli fotovoltaici, tanto da compromettere in modo rilevante le loro prestazioni.

Un recente studio, Large reductions in solar energy production due to dust and particulate air pollution (allegato in basso), ha calcolato che i pannelli solari FV producono fino al 25% in meno di energia in certe condizioni ambientali sfavorevoli, caratterizzate dall’accumulo di sporcizia sulle superfici dei moduli e dalla presenza di particolato sospeso nell’atmosfera (vedi anche l’articolo di QualEnergia.it sull’effetto soiling).

Secondo il principale autore del documento, Michael Bergin della Duke University, le aree del mondo più colpite da questo problema sono le stesse che vedono il maggior numero di progetti e investimenti nel fotovoltaico: Cina, India e penisola araba.

Dopo aver analizzato a più riprese la composizione degli strati di polvere depositati sui pannelli sul tetto dell’Indian Institute of Technology-Gandhinagar, Bergin con i suoi colleghi indiani e americani ha sviluppato un modello per stimare le perdite di efficienza delle celle solari.

In particolare, Bergin ha osservato che la produzione energetica dei moduli s’impennava (+50%) dopo ogni pulizia delle superfici, per poi calare costantemente nelle settimane successive, proprio a causa del soiling che riduceva la capacità delle celle di “catturare” la luce.

Senza addentrarci nei complessi calcoli eseguiti dal team di ricercatori, il punto è che l’effetto-schermatura dei pannelli è provocato da due elementi: la polvere “naturale” e le particelle inquinanti originate dalle attività umane, soprattutto la combustione delle fonti fossili e delle biomasse.

Grazie anche all’utilizzo del Global Climate Model della NASA, i professori che hanno redatto lo studio sono riusciti a calcolare quanto influisca il mix di polvere e smog sulla generazione elettrica dei pannelli fotovoltaici in tutto il mondo. A quanto ammonta la luce solare bloccata dalla sporcizia e dalle particelle inquinanti sospese nell’aria?

Arabia, India settentrionale e Cina orientale sono le regioni dove l’oscuramento dei moduli è più evidente. Assumendo una pulizia mensile delle superfici, in queste zone aride i pannelli FV arrivano a perdere il 17-25% di produzione energetica, anche di più (25-35%) se la pulizia diventa bimestrale.

Ci sono anche delle variabili che possono condizionare la resa effettiva degli impianti fotovoltaici a livello locale, ad esempio la presenza di un cantiere edile può comportare un incremento di sabbia e sporco nell’ambiente circostante.

Secondo Bergin, la Cina da sola sta sprecando decine di miliardi di dollari ogni anno, per le mancate produzioni di energia rinnovabile dei parchi solari affetti dall’accumulo di polvere, sia quella “naturale” sia quella fine di origine antropogenica.

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Come tagliare bolletta ed emissioni quando si vive in appartamento

Giovedì, 17 Agosto 2017
Alessandro Codegoni
In situazioni dove lo spazio è poco, come negli appartamenti in condominio, non ci si deve rassegnare a lasciare nel cassetto il sogno di tagliare i consumi energetici. Dalla caldaia alla coibentazione, vediamo gli interventi che si possono fare per migliorare la nostra efficienza energetica.
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Questo articolo è stato pubblicato il 28 dicembre 2016

Spesso su queste pagine si leggono suggerimenti su come rendere più sostenibile la propria “vita energetica”, usando pannelli solari, pompe di calore, stufe a biomassa e simili.

Tutto ciò è molto bello e giusto, solo che esclude quella larga fetta di popolazione italiana, circa il 60% del totale, che abita in condomini, quindi in situazioni dove spesso lo spazio è poco, i grandi interventi su tetto o mura esterne richiedono un consenso maggioritario degli inquilini e dove magari l’impianto di riscaldamento è centralizzato, impedendo così le soluzioni più radicali per il risparmio energetico e l’uso di energie rinnovabili.

Queste famiglie si devono rassegnare lasciando nel cassetto il sogno di “rinverdire” i loro consumi energetici, rinunciando a migliorare l’efficienza e ridurre consumi e spese?

Non proprio. Si può fare molto anche negli appartamenti condominiali e non parliamo solo interventi scontati, come passare dalle lampade a incandescenza ai led.

L'impianto di riscaldamento

Partiamo per esempio dal far funzionare al meglio l’impianto di riscaldamento esistente.

Secondo Cesare Sperone, esperto milanese di impianti a gas, ci sono alcuni semplici accorgimenti da seguire per ridurre i consumi, come tenere puliti i radiatori e liberi da ostacoli intorno, inserire fogli isolanti e riflettenti dietro ai termosifoni che danno su muri esterni, spurgare bene il circuito idraulico.

Altro consiglio è di non esagerare con il ricambio dell’aria delle stanze: 10 minuti al giorno sono sufficienti a ripulirla, senza far perdere troppo calore.

Importante poi l’uso di valvole termostatiche con misura dei consumi di calore individuali, oggi obbligatorie per legge nei condomini, che permettono di dosare i consumi secondo le proprie necessità ed evitare di pagare gli sprechi altrui.

Per chi dispone di un impianto autonomo, poi, oltre a sostituire appena possibile la vecchia caldaia con una a condensazione ad alta efficienza, approfittando degli sconti fiscali del 65%, il consiglio è di tenerne la temperatura sotto i 45°C, sufficienti a riscaldare gli ambienti, ma anche a risparmiare un decimo dell’energia rispetto allo stare sui 50-55°C.

Importantissimo poi, naturalmente, non saltare mai i controlli annuali dell’impianto, peraltro obbligatori, che non solo evitano i rischi, ma permettono anche di tenere alla massima efficienza il bruciatore.

Calore “alternativo”

Ma e se uno volesse integrare il riscaldamento a gas o gasolio con qualcosa di più sostenibile, potrebbe farlo, in un condominio?

«Beh, volendo ci sarebbero i bruciatori o caminetti a bioetanolo, un alcol ottenuto dalla fermentazione degli zuccheri, che possono essere accesi anche all’interno di case, senza canne fumarie» dice l’architetto Rita Campana, titolare dello Studio Dea.

«Ma chiariamo – continua l'esperta - che per dare un contributo sostanziale bisognerebbe puntare sui modelli più grandi, quelli piccoli sono soprattutto decorativi. E per i modelli più grandi serve uno sbocco per i fumi, in quanto se la CO2 e gli altri gas che si producono nella combustione si accumulano all’interno dell’appartamento sopra certi livelli, possono dare problemi di salute e benessere».

Forse più adatti a questo scopo sono i pannelli radianti elettrici o termoconvettori, sempre che uno abbia una potenza al contatore che consenta di aggiungere i relativi carichi.

«Ci sono sistemi di riscaldamento elettrici di ogni tipo, da quelli che imitano un braciere, da mettere in mezzo alla stanza, fino a quelli da appendere alle pareti come quadri. È bene però chiarire che con l’elettricità, in Italia, non si risparmia rispetto al gas. Però, se uno ha un contratto di fornitura di elettricità “verde”, può sicuramente ridurre così il suo impatto ambientale. Visto poi quanto questo sistema di riscaldamento sia comodo, veloce, pulito e versatile, o si può magari usare solo come integrazione del riscaldamento a radiatori, nei momenti e nelle aree dove questi non sono sufficienti», spiega Campana.

Ridurre i consumi: i serramenti

Volendo poi intervenire sul lato consumi, invece che su quello “impianti alternativi”, ci sono soluzioni adatte anche agli appartamenti di condominio.

«Il primo e più ovvio intervento è pensare agli infissi» ci dice il dottor Federico Sampaoli esperto CasaClima padovano e designer d’interni.

«Passare da vecchie finestre 'spifferanti', a infissi moderni a tripli vetri, può fare già una grande differenza. Considerati la grande riduzione dei prezzi di questi infissi e gli sconti fiscali, direi che è il momento giusto per farlo, risolvendo il problema per i prossimi 30 anni. Però, attenzione alla qualità del montaggio: verificare che l’installatore sia esperto e faccia il lavoro a regola d’arte, altrimenti il passaggio dell’aria fra muro e finestra vanificherà tutto, meglio quindi definire bene le tavole di posa.»

Per prestazioni elevate e prezzi contenuti, consiglia l'esperto, si può scegliere il PVC: «Sì, è un derivato del petrolio ma non contiene pericolosi plastificanti, mantiene forma e colore per sempre, resiste alla corrosione e ai raggi UV, è riciclabile e riutilizzabile direttamente e non richiede manutenzione, a differenza del legno».

La coibentazione

Interventi più risolutivi verrebbero poi dall’isolamento a cappotto, soprattutto considerando la scarsa qualità media dei condomini italiani.

«Ma in un condominio serve il consenso di tutti, quando non arriva si può pensare almeno a isolare l’appartamento sul lato interno: non è l’ideale, ma, se fatto bene offre buoni risultati di comfort e anche di bolletta», osserva Sampaoli.

Il problema principale di questa soluzione, fatta applicando pannelli isolanti ai muri che danno verso l’esterno, è che si rende molto fredda la parete esterna, così che se fra lei e l’isolante si infiltra il vapore presente nell’abitazione, si formano condense e muffe.

«Addirittura, se l’isolamento è troppo spinto, il muro esterno può arrivare a gelare. E c’è sempre il rischio di condense e muffe all’angolo fra il muro isolato e i soffitti o i divisori interni, o ancora nel contorno finestra, o di condensa dell’aria nelle condutture dei fili elettrici che passano da zone calde a zone fredde.»

Per eliminare questo tipo di problemi, consiglia l'esperto, si dovrebbe installare un impianto di ventilazione meccanica con recupero di calore, «ma, di nuovo, nei condomini non è facile eseguire fori nei muri esterni o montare ponteggi fino ai piani alti».

Quale isolante?

Insomma fare un isolamento interno non è cosa da “fai da te”, ma richiede una persona competente che valuti bene la situazione e proponga le soluzioni più adatte per evitare danni e problemi di salute, soprattutto per i bambini.

Quanto al tipo di isolante Sampaoli suggerisce per l'uso in interni materiali igroscopici, traspiranti e capillari: che assorbono cioè velocemente la condensa, ne permettano il naturale movimento ed evitino che si concentri in una sola zona.

Per queste ragioni meglio la fibra di legno del sughero, e ancora meglio i pannelli in silicato di calcio o idrati di silicato di calcio, che non richiedono barriere al vapore.

«Quanto all’efficacia, bastano 2-3 centimetri di spessore di isolante e la dispersione di calore attraverso i muri quasi si dimezza, con conseguente risparmio e aumento del comfort abitativo».

Al primo e all'ultimo piano

Questo per quanto riguarda i muri, ma se poi uno abita al primo o all’ultimo piano, può aver bisogno di pensare anche a isolare pavimento o soffitto.

«In questo secondo caso, la cosa ideale sarebbe intervenire nel sottotetto, semplicemente posando l'isolante sul solaio. All’inquilino converrebbe intervenire anche fosse a sue spese, visto il basso costo e i risultati ottenibili, piuttosto che attendere l’approvazione del consiglio di condominio. Più complicata la situazione se il tetto è piano, senza sottotetto: allora si potrebbe estendere l’isolamento interno anche al soffitto delle stanze, cosa fattibile, ma tenendo presente che così si rischia di nascondere eventuali infiltrazioni dall'impermeabilizzazione del tetto», conclude l'esperto CasaClima.

Per quanto riguarda la situazione di chi abita al primo piano e ha sotto, magari, un gelido spazio verso l'esterno, le soluzioni sono più complesse: rialzare un pavimento non è facile per via delle soglie e delle quote interne, quindi fattibilità e costi/benefici vanno valutati caso per caso.

«Però, prima di arrendersi – sottolinea Campana - bisogna considerare che oggi ci sono molte soluzioni per pavimenti 'galleggianti', cioè con una intercapedine sotto dove ospitare un isolante o di mattonelle fatte con isolanti termici. E tenete conto che anche un semplice parquet, fra capacità isolante del legno e quella del materassino plastico sottostante, può dare un certo sollievo al problema.»

Costi, incentivi e risparmi

Ma alla fine, con tutti questi interventi, quanto si può risparmiare?

I costi spesso non sono esattamente popolari. Ad esempio un isolamento per pareti in fibra di legno può costare intorno ai 60 euro al mq.

«Ma, a parte che la salute non ha prezzo, di nuovo, occorre tenere conto delle detrazioni fiscali: ecobonus 65%, per l’efficientamento energetico dell’abitazione o almeno detrazione del 50% sui singoli interventi.

E ci sono anche bonus maggiorati e graduati per i condomìni, 65-70% se l’intervento interessa almeno il 25% dell’involucro, e addirittura 75% per interventi che migliorino la prestazione energetica sia invernale che estiva», ricorda Sampaoli

Sul risparmio «è difficile generalizzare - conclude Campana - posso però citare il caso di appartamenti in un casolare antico in cui siamo intervenuti portandolo dalla classe G, o forse pure peggiore, a una C-B».

Che vuol dire passare da un consumo per la climatizzazione di oltre 160 kWh/mq annui, a uno di circa 60 kWh/mq annui, più che un dimezzamento di consumi e spese.

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Reti private, un riepilogo della normativa aggiornata a luglio 2017

Mercoledì, 16 Agosto 2017
Redazione QualEnergia.it
In attesa delle novità, per ora solo annunciate, e dopo lo stravolgimento in materia di oneri sull'energia autoconsumata arrivato con il Milleproroghe, ricordiamo quali sono definizioni e regole per le reti elettriche private SSPC che si possono realizzare e gestire attualmente in Italia.

Questo articolo è stato pubblicato il 4 luglio 2017

Quali configurazioni private possono essere realizzate e connesse alle reti pubbliche in Italia oggi?

La normativa in materia è complessa e alla luce delle novità introdotte quest’anno con l’ultimo Milleproroghe è il caso di fare un riepilogo, ricordando regole e definizioni ...

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Batterie per il fotovoltaico, uno sguardo all’evoluzione di prezzi e tecnologie

Mercoledì, 16 Agosto 2017
Redazione QualEnergia.it
Riprendiamo e aggiorniamo la breve guida all’acquisto del 2016, con i dati più recenti su costi e caratteristiche degli accumulatori elettrochimici per gli impianti FV domestici. Gli aspetti più importanti da valutare prima di scegliere il dispositivo più adatto alle proprie esigenze.
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Questo articolo è stato pubblicato il 16 maggio 2017

Nella mente di chi ha investito - o vorrebbe investire - nel fotovoltaico residenziale spesso rimbalzano parecchie domande che riguardano l’indipendenza energetica.

Conviene installare un sistema di accumulo? Quanto costano le batterie e in quanto tempo avrò ripagato la spesa? A quali caratteristiche è bene prestare attenzione, prima di scegliere il dispositivo? L’anno scorso sul nostro sito avevamo pubblicato una breve guida all’acquisto.

Vediamo allora quali aggiornamenti ci sono rispetto al 2016, dopo aver chiesto indicazioni e consigli ad alcuni installatori, ricordando però che l’energy storage domestico è un settore in rapida e costante evoluzione, con prezzi e prestazioni suscettibili di variare anche a distanza di pochi mesi.

Piombo vs Litio

Le batterie più vendute, spiegano gli esperti interpellati, sono quelle al litio, che fanno il 70% circa del mercato complessivo, con il restante 30% costituito dai dispositivi al piombo-gel.

Gli apparecchi al piombo sono più economici, è vero, ma sul piatto della bilancia dobbiamo considerare che durano molto meno e che sono più ingombranti. Inoltre, queste batterie garantiscono buone prestazioni solo con una profondità di scarica (DOD, Depht of Discharge) del 50% circa. In altre parole, devono mantenere almeno metà della loro capacità di accumulo nominale, di conseguenza per avere 5 kWh “reali” occorre installare un sistema da 10-11 kWh.

Passando ai prezzi, ipotizziamo di abbinare l’accumulo al classico solare FV su tetto da 3 kW. La taglia consigliata e anche la più richiesta, considerando il litio, è pari a 5,5 kWh utili e 6 kW nominali, perché le batterie di questo tipo possono funzionare fino a una profondità di scarica del 90% circa.

Quali sono i prezzi

La forchetta di costo per un sistema completo “chiavi in mano” che comprende non solo la batteria, ma anche l’inverter e tutti gli altri componenti elettronici, oscilla tra 750-800 e 1.100-1.200 €/kWh secondo gli installatori che abbiamo interpellato.

Il dato è che in molte circostanze possiamo collocare l’investimento al di sotto dei 1000 euro al kWh tutto compreso, cui caricare un 5-10% di extra costi per eventuali servizi aggiuntivi come le estensioni di garanzia e gli interventi di manutenzione e assistenza. L’accumulo in totale ci costerà sui 5000-6.500 euro, inteso per l’appunto come prezzo finale al cliente.

Nel caso del piombo, invece, la forchetta è assai più economica, perché parliamo di 300-400 €/kWh sempre con formule all inclusive.

Per dare un’idea di una batteria molto nota Tesla Powerwall 1 da 7 kWh da alcuni rivenditori si trova a poco più di 8.000 euro più Iva, ma la Powerwall 2 da 14 kWh, che ha sostituito la precedente, sul sito Tesla è offerta da 7.000 euro (tasse incluse), cui dobbiamo sommare i costi medi d’installazione, stimati dall’azienda in 950-2.300 euro.

Guardando alle batterie Sonnen, che si contraddistinguono per la loro elevata flessibilità (vedi anche QualEnergia.it sulle comunità del solare in rete), un operatore le proponeva a 7.600 euro, prezzo finale tutto incluso - installazione, allaccio alla rete, iter burocratico - per il modulo base da 2 kWh, più 2.000 euro per ogni “pacchetto” aggiuntivo della stessa capacità nominale.

Va detto che chiedendo preventivi agli installatori, è facile imbattersi in sconti e promozioni di vario tipo, quindi i listini sono molto variabili e bisogna anche prestare attenzione alle voci effettivamente previste dalle formule “chiavi in mano”.

Un altro punto che vale la pena ricordare: l’acquisto degli accumulatori rientra nel bonus fiscale del 50% previsto per gli interventi di risparmio energetico in edilizia, a patto che tale acquisto, come aveva chiarito una nota dell’Agenzia delle Entrate, sia contestuale o successivo a quello dell’impianto fotovoltaico.

Infine, ricordiamo che le batterie più diffuse sono quelle monodirezionali: significa che si possono caricare solo dal fotovoltaico e non richiedono un contatore aggiuntivo, al contrario dei dispositivi bidirezionali che si caricano anche dalla rete.

I sistemi di accumulo, inoltre, possono essere “lato produzione”, cioè installati tra l’impianto FV e l’inverter, o “post-produzione”, quindi collocati a valle dell’inverter per i pannelli solari. Nel primo caso, quindi, si può utilizzare l’inverter del sistema fotovoltaico, se compatibile.

Incentivi e norme di connessione

Gli impianti collegati alle reti di distribuzione in bassa o media tensione, come il nostro piccolo impianto fotovoltaico su tetto da 3 kW, possono sempre essere abbinati a un accumulatore elettrochimico mantenendo gli incentivi, con una sola eccezione, quelli di potenza inferiore a 20 kWp che ricevono le tariffe del primo conto energia.

È però indispensabile scegliere un sistema conforme alle norme di connessione CEI 0-21 e CEI 0-16, rispettivamente per gli impianti in bassa e media tensione.

Inoltre, bisogna rispettare quanto stabilito dall’Autorità per l’Energia nelle delibere 574/2014 e 642/2014, oltre alle regole tecniche pubblicate in seguito dal GSE (vedi QualEnergia.it).

Tempi di ritorno

Per quanto riguarda una corretta analisi economica sui tempi di ritorno dell’investimento nelle batterie, rimandiamo agli articoli tratti dai calcoli eseguiti da RSE, incrociando le diverse variabili da considerare tra cui potenza dell’impianto, taglia dell’accumulatore, consumi medi annui, profilo dei consumi e quota di autoconsumo, scambio sul posto, eccetera.

A maggio del 2016 avevamo pubblicato una sintesi dei ricercatori RSE, che stimava un payback time di circa 8 anni, solo nei casi più favorevoli per chi avrebbe installato dispositivi al litio con consumi superiori a 4.000 kWh l’anno.

Ma come abbiamo visto i prezzi di riferimento si sono già abbassati negli ultimi mesi, anche se i benefici economici restano ancora complicati da giustificare per attenderci una immediata esplosione di mercato della tecnologia.

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Sconto del 20% per i prossimi 25 abbonati a QualEnergia.it PRO

Mercoledì, 16 Agosto 2017
I primi 25 sottoscrittori di un ordine di abbonamento annuale a QualEnergia.it PRO (anche in caso di rinnovo) a partire dal 7 agosto 2017 potranno usufruire di uno sconto del 20%, utilizzando uno specifico codice promozionale. Scopri come fare.

Aggiornamento (18 agosto, ore 17): ancora 11 abbonamenti scontati

I primi 25 sottoscrittori di un ordine di abbonamento annuale a QualEnergia.it PRO (anche in caso di rinnovo) a partire dal 7 agosto 2017 (fino non oltre il 26 agosto) potranno usufruire di uno sconto del 20%.

Per usufruire dello sconto del 20% si dovrà inserire, al momento dell’ordine, il codice promozionale: abb-agosto-qe

Lo sconto e valido esclusivamente per seguenti format (non ha validità per l'opzione con 10 giorni di prova):

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Per chi deve rinnovare:

Per chi intende rinnovare il proprio abbonamento annuale già scaduto ricordiamo che, partendo dal proprio account, la procedura è la seguente:

  1. Cliccare su “Riattiva il tuo abbonamento”
  2. Cliccare su tasto “Paga ora”
  3. Inserire codice promozionale (abb-agosto-qe)
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Per ogni richiesta di chiarimento scrivere a: qualenergia-pro@qualenergia.it

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Obbligo rinnovabili e conto termico, come calcolare l’incentivo cui si ha diritto

Lunedì, 14 Agosto 2017
Redazione QualEnergia.it
Gli edifici nuovi o sottoposti a ristrutturazioni importanti devono obbligatoriamente coprire con le rinnovabili termiche una quota dei loro consumi. Vediamo quando e quanto gli impianti installati per assolvere all'obbligo citato sono incentivati con il nuovo Conto Termico: spiegazione ed esempi.
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Questo articolo è stato pubblicato il 29 settembre 2016

Il decreto legge 28/2011, come sappiamo, impone l’obbligo per gli edifici nuovi o sottoposti a ristrutturazioni importanti di soddisfare una certa quota del proprio fabbisogno energetico con le rinnovabili.

Gli interventi realizzati per assolvere a quanto sopra accedono agli incentivi del  ...  

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Iva su accise di luce e gas: le aziende “scaricano” la responsabilità sullo Stato

Lunedì, 14 Agosto 2017
Antonella Giordano
È illegittima l'Iva applicata su un'altra tassa. Alcuni Giudici di Pace danno ragione ai consumatori, ma la strada per chiedere il rimborso resta quella dei singoli ricorsi, perché manca una norma che imponga al giudice di uniformarsi alla causa pilota, allargandola a tutte le persone coinvolte.
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Questo artticolo è stato pubblicato il 29 maggio 2017

Non sappiamo perché sia tornato agli onori della cronaca proprio in questi giorni, ma il caso del rimborso dell'Iva sulle bollette di luce e gas è scoppiato a luglio 2015, quando il Giudice di Pace di Venezia ha emesso una sentenza storica contro Enel su ricorso di un cittadino del Veneto (vedi QualEnergia.it).

Il Giudice ha ingiunto a Enel di rimborsare al consumatore circa 103 euro per l'Iva applicata in bolletta sulle accise, affermando la presenza illegittima dell'Imposta sul Valore Aggiunto applicata su un'altra tassa.

Nel decreto il giudice ha richiamato il principio stabilito dalla Corte di Cassazione a sezioni unite nella sentenza 3671/97, secondo il quale, salvo deroga esplicita, un’imposta non costituisce mai base imponibile per un’altra.

Sulla stessa scia, un’altra sentenza, emessa a maggio 2016, sempre dal Giudice di Pace di Venezia, ha condannato Eni Divisione Gas & Power e GDF Suez Energie a rimborsare un utente per lo stesso principio: “un tributo non può gravare su un altro analogo, senza una espressa statizione legislativa”.

E ad oggi non c'è alcuna legge che impone di pagare l’Iva su un tributo, oltre che sui metri cubi di gas e sui kWh consumati. Dunque, l’Imposta sul Valore Aggiunto non può essere applicata su tutte le voci che compaiono in bolletta (quindi sull’importo totale), ma solo sui servizi di vendita e sui servizi di rete. E questo vale per qualsiasi bolletta della luce e del gas in cui siano presenti accise o addizionali regionali.

Si tratta di sentenze che hanno creato grandi aspettative sul fronte dei rimborsi, illudendo tutti, a cominciare dalle associazioni dei consumatori, di poter rappresentare un precedente importante per ricorsi di massa.

Cosa che creerebbero non pochi problemi al fisco italiano che potrebbe trovarsi improvvisamente con un buco di 2 miliardi di euro nelle sue entrate. Per non parlare del “rischio” che questa interpretazione possa essere estesa anche alle accise sui carburanti: lo Stato sarebbe costretto a sborsare diversi miliardi per rimborsare i cittadini.

Ma il punto critico della vicenda è proprio questo. Come ha precisato in un comunicato ufficiale la stessa Enel, a seguito della sentenza del 2015, "l’applicazione delle accise e dell'Iva e il relativo pagamento, sono a carico del venditore della commodity che ha poi il diritto di richiederne il pagamento ai consumatori finali". Enel o l’azienda di turno, quindi, dovrebbero porre la questione direttamente all’Agenzia delle Entrate, mentre preferiscono ribaltarla sui clienti finali secondo un ragionamento di comodo per cui è sempre meglio che a dimostrarne l’illegittimità siano i singoli consumatori, piuttosto che impelagarsi in una diatriba tributaria!

La vera sentenza pilota che ha decretato l’illegittimità dell’applicazione dell’Iva su una tassa risale al 2012, quando il Giudice di Pace di Venezia, su applicazione della sentenza 238/09 della Corte costituzionale, ha condannato l’azienda responsabile dei servizi ambientali in Veneto a restituire agli utenti l’Iva indebitamente applicata sulla Ta.Ri e sulla Tia, le tariffe di igiene ambientale.

È stata quella la prima battaglia vinta dagli utenti con l’aiuto delle associazioni dei consumatori che hanno presentato ricorsi di massa. Alcuni giudici hanno accolto l’eccezione avanzata da AMA, l’azienda che gestisce i rifiuti a Roma e dintorni, sul fatto che, essendo essa un semplice tramite tra il cittadino e lo Stato destinatario finale dell’Iva, la giurisdizione fosse delle Commissioni Tributarie e non del Giudice ordinario.

Ma una sentenza della Corte di Cassazione di marzo 2016 ha stabilito che l’Iva del 10% non può essere applicata sulla Ta.Ri, a pena di duplicazione di imposizione fiscale, e che la competenza è del giudice ordinario, non di quello tributario.

“Dalla tassa sulla depurazione che non c’era, all’Iva sulla Tia, passando per l’Iva sulle accise del gas e dell’energia elettrica, l’Italia si conferma un Paese in cui le bollette delle famiglie rappresentano il primo vero bancomat di Stato – commenta a QualEnergia.it il presidente del Movimento Difesa del Cittadino, Francesco Luongo – Non è un caso il grandissimo numero di contenziosi davanti ai Giudici di Pace e alle Commissioni tributarie in cui migliaia di consumatori tentano di far valere i propri diritti. Storie in alcuni casi a lieto fine come hanno dimostrato alcune sentenze ottenute dal Movimento Difesa del Cittadino del Lazio contro l’AMA”.

“Rispetto ai ricorsi contro l’Iva sulla Tia, che abbiamo vinto in tutte le sedi, quelli per il rimborso dell’Iva applicata sulle accise dell’elettricità e del gas sono diversi perché non si parla di un servizio, ma di un bene concreto. Ma a tal proposito la direttiva europea precisa che l’Iva non può essere applicata sulle componenti di prezzo imposte autoritativamente da enti pubblici o da enti privati su delega pubblica”, spiega l'avvocato Enrico Cornelio, che ha curato diversi ricorsi.

“La tesi che sosteniamo innanzi ai giudici di pace è che le accise presenti nelle bollette di luce e gas non costituiscono base imponibile IVA”, ci ha detto l’avv. Cornelio che ci ha confidato di conservare nel cassetto ancora centinaia di ricorsi perché sta aspettando che arrivi una sentenza conforme a questa interpretazione.

Avvocato Cornelio, la speranza è quindi quella di ottenere dei rimborsi per tutti?

“Purtroppo non ci sarà mai un rimborso automatico perché le aziende di turno preferiscono spendere soldi e tempo dietro alle singole cause, affrontando anche tre gradi di giudizio, invece che procedere al rimborso totale”.

Potremmo veder partire finalmente una class action nel nostro Paese?

“Parlare di class action in Italia è valido solo a livello teorico, ma nella pratica non è possibile perché manca una norma che imponga al giudice di uniformarsi alla causa pilota, allargando i rimborsi a tutte le persone coinvolte. La giustizia italiana continua ad essere legata al meccanismo antico del ricorso diretto quando invece una class action, soprattutto in questi casi, sarebbe molto più pratica”. 

E se qualcuno provasse a fare un ricorso sull’Iva applicata sulle accise della benzina?

“Purtroppo questo tipo di ricorsi non è possibili perché la spesa dei carburanti è anonima e non abbiamo una bolletta intestata dove sono specificate le varie voci. Sarebbe anche difficile individuare esattamente a quanto ammonta l’Iva. E poi con chi te la prendi? Con il benzinaio che ti ha venduto la benzina?

Dunque per ora la strada per chi vuole tentare di ottenere il rimborso resta quella di presentare singolarmente il proprio ricorso.

Intanto sul famoso sito Change.org è stata lanciata la petizioneEnergia elettrica e Gas: riprendiamoci l’IVA pagata sulle tasse in bolletta”. L’obiettivo è quello di raccogliere 75mila firme per promuovere una class action. Ma, abbiamo visto, che la class action nel nostro Paese resta ancora una chimera. 

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Furti di pannelli fotovoltaici: i rischi e le soluzioni

Venerdì, 11 Agosto 2017
Alessandro Codegoni
In Italia non ci sono statistiche precise sui furti di moduli fotovoltaici, ma sappiamo che la dimensione del problema è significativa. Quali impianti sono più a rischio, quali sistemi di sicurezza possono essere più adatti e come tutelarsi con specifiche assicurazioni? QualEnergia.it ne parla con alcuni operatori.
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Questo articolo è stato pubblicato il 7 ottobre 2016

È notte fonda, la zona è isolata, lontana da strade asfaltate e centri abitati. Gli uomini vestiti di nero parcheggiano un furgone in una via laterale, saltano la rete e si nascondono fra i cespugli.

Passa un quarto d’ora ed ecco apparire l’auto dei vigilantes: le guardie controllano il perimetro, non trovano nulla di insolito, mormorano fra loro “Il solito falso allarme” e se ne vanno.

Allora l’autista del camioncino avvicina il mezzo alla recinzione, mentre gli uomini  all’interno cominciano freneticamente il loro lavoro di smontaggio. Ammucchiano la refurtiva vicino alla rete, nel punto più prossimo al camion e quando ne hanno raccolta abbastanza, tagliano la recinzione.

In pochi minuti caricano il furgone e scappano via per la campagna, evitando di poco l’auto dei vigilantes, richiamata di nuovo sul posto dal secondo allarme: ma stavolta non possono far altro che constatare il furto ...

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Piani cottura a induzione: costi, consumi e come sceglierli

Venerdì, 11 Agosto 2017
Redazione QualEnergia.it
Quanto costa e quanto consuma un piano cottura a induzione? Fa risparmiare rispetto ai fornelli a gas? Quali pentole vanno utilizzate? Quali vantaggi dà in cucina? Una breve panoramica su questa tecnologia, fondamentale per chi vuole staccarsi dal gas e avere una casa al 100% elettrica.
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Questo articolo è stato pubblicato il 6 marzo 2017

Staccarsi dal gas e spostare tutti i consumi sull'elettricità può essere un'ottima idea, sia per tagliare le spese che per contribuire a ridurre le emissioni di CO2.

Per i consumi elettrici, infatti, sul mercato libero si possono scegliere offerte con energia al 100% rinnovabile (vedi qui). Per chi ha un impianto fotovoltaico, poi, spostare i consumi dal gas al vettore elettrico ha un doppio vantaggio, dato che usando una quota maggiore dell'energia pulita “fatta in casa” si accorciano anche i tempi di rientro dell'investimento per il FV.

Un incentivo notevole a tecnologie che sostituiscono il gas con l'elettricità, inoltre, viene dalla riforma delle tariffe elettriche dei clienti domestici, la cui seconda fase è entrata in vigore da gennaio 2017 e che sarà completata entro il 2018.

Abolendo la progressività della tariffa, cioè il fatto che i costi aumentino al crescere dei consumi, diventano infatti più convenienti tecnologie efficienti ma con grossi consumi elettrici come le pompe di calore elettriche e i piani a cottura a induzione.

Delle prime abbiamo parlato in vari articoli, vediamo qui di dare qualche informazione utile sui secondi, specialmente per quel che riguarda costi e consumi energetici.

Piano radiante, a induzione o alogeno

Innanzitutto, occorre distinguere tra i diversi sistemi di cottura elettrici: a induzione, radianti o alogeni.

Il piano radiante ha una resistenza elettrica sotto la superficie di vetroceramica. Il calore generato dalla resistenza scalda il pentolame per trasmissione, cioè dopo aver scaldato il piano. Per l’alogeno il funzionamento è simile: al posto della resistenza, però, c’è una potente lampada a infrarossi.

I piani radianti e alogeni non sono così convenienti dal punto di vista energetico: il loro rendimento termico, 45-60% circa, è lontanissimo dall’efficienza assicurata dall'induzione.

A differenza delle due tecnologie citate, il piano cottura a induzione non produce direttamente calore, ma - tramite bobine alimentate dall’energia elettrica - genera un campo magnetico che si trasferisce direttamente alle pentole, scaldandole.

Con il sistema a induzione il rendimento è nell’ordine del 90%, mentre un fornello a gas arriva intorno al 40-55% a causa dell’elevata dispersione termica: buona parte del calore sprigionato dalla fiamma finisce nell’ambiente.

Per dare un'idea, a parità di energia termica da avere "dentro alla pentola", mettiamo 1.100 W, un piano a induzione consumerà 1.200 W, uno a gas circa 2.000 W (sotto forma di combustibile ovviamente), mentre un piano radiante elettrico addirittura 2.200 W.

Il confronto con il gas sulla spesa

Ma si risparmia rispetto al gas? Il confronto sulla spesa dovrebbe tenere conto di molte variabili (tipo di utenza, fascia di consumo, ecc.), ma possiamo fare una stima semplificata, ipotizzando di aver bisogno di 400 kWh di calore “in pentola” all'anno, che vanno a pesare sulla bolletta di una famiglia tipo (come da definizione Aeegsi: 2.700 kWh l'anno di consumi elettrici con potenza impegnata 3 kW e 1.400 m3 di gas).

Per avere questa quantità di calore, con il gas, ipotizzando un'efficienza del 50%,  avremmo bisogno di 800 kWh, cioè circa 76 m3 di gas, cioè una spesa di 63 euro in un anno, nell'utenza ipotizzata.
Con un piano a induzione, invece, tenendo conto dell'efficienza al 90%, per cucinare servirebbero 450 kWh: una spesa di 92 euro in un anno nella bolletta della famiglia tipo.

Guardando solo ai consumi non c'è dunque una convenienza rispetto al metano. Ma installare un piano a induzione diventa interessante economicamente quando – magari in abbinamento ad una pompa di calore elettrica per il riscaldamento - permette di staccarsi completamente dal gas, dato che il servizio di fornitura ha comunque un costo fisso, e che, anche ipotizzando di consumare un solo metro cubo di metano all'anno, la bolletta non scenderebbe sotto ai 116 euro.

Il problema della potenza elettrica

Uno dei fattori che hanno limitato la diffusione dei piani cottura a induzione in Italia fino ad ora è la potenza elettrica assorbita dalle bobine.

La tabella qui sotto, presa dal libretto tecnico di un piano cottura, mostra quanta potenza serve per i vari usi.

Come si vede, utilizzando contemporaneamente più zone cottura è facile sforare i classici 3 kW, soprattutto se abbiamo acceso qualche altro elettrodomestico o un climatizzatore.

Molti piani cottura consentono di autolimitare l’assorbimento massimo per evitare distacchi della corrente, ma potrebbe essere necessario aumentare la potenza contrattuale a 4,5 o addirittura 6 kW con relativi costi una tantum per il passaggio e aumento dei costi fissi in bolletta.

Anche da questo punto di vista la riforma della bolletta ha portato una novità positiva, riducendo i costi necessari per la variazione di potenza (vedi QualEnergia.it, Cambiamo la potenza del contatore. Ma quanto costa?).

Le pentole

Un'altra eventuale spesa aggiuntiva da considerare se si decide di passare al piano a induzione è quella per nuove pentole. Il sistema infatti richiede che abbiano fondo perfettamente piatto e con uno strato inferiore di materiale ferroso, senza il quale non potrebbe attivarsi il campo magnetico.

Un metodo molto semplice per verificare se le pentole che abbiamo vanno bene anche con l'induzione è vedere se una calamita ci si attacca: da sostituire saranno tutte le pentole di rame, alluminio e terracotta, così come alcune padelle antiaderenti con il fondo di alluminio.

Esistono anche dei dischi adattatori (costo 10-15 euro all'uno) che permettono l'uso sul fornello ad induzione di tutti i tipi di pentole: sono però sconsigliati dagli esperti sentiti, in quanto allungano sensibilmente i tempi di cottura e aumentato i costi di gestione.

Sicurezza, qualità e tempi di cottura

Spese a parte, i vantaggi dell’induzione sono diversi. Innanzitutto il piano è tutto liscio, quindi facilissimo da pulire.

Poi c'è il fattore sicurezza: niente fiamme né rischi dovuti a eventuali fughe di gas. La superficie di vetroceramica, inoltre, rimane fredda intorno alle pentole, riducendo al minimo la possibilità di scottarsi.

La cottura, inoltre è più rapida e precisa, perché si possono impostare diversi livelli di temperatura e il calore si diffonde in modo uniforme sulla pentola, senza le tipiche dispersioni che avvengono con i fornelli a gas.

Molte le funzioni avanzate disponibili per i vari modelli: quasi tutti hanno la modalità booster per far bollire l’acqua in pochissimo tempo, permettono di impostare con precisione la temperatura e tempi di cottura, mentre alcuni permettono anche di associare più zone riscaldanti, formando un'unica estesa zona di cottura, per pentole di grandi dimensioni.

Costi e incentivi

Il costo d'acquisto di un piano a induzione è in media superiore a quello di uno a gas: se per i secondi i prezzi più bassi scendono fino a circa 100 euro, i piani a induzione più economici (sempre parlando di almeno 4 fuochi) non si trovano a meno di 180-200 euro, mentre i modelli più sofisticati arrivano oltre i 1.300 euro e per un piano cottura a induzione di fascia media la spesa è sui 4-500 euro.

I piani cottura a induzione sono tra gli elettrodomestici che, se acquistati dopo una ristrutturazione edilizia, hanno diritto al bonus mobili, cioè la detrazione fiscale del 50% della spesa.

Il bonus mobili è stato prorogato dall'ultima legge di bilancio anche per gli acquisti che si effettueranno nel 2017, ma per le spese fatte nell'anno appena iniziato vale solo per immobili oggetto di ristrutturazioni iniziate dopo il 1° gennaio 2016 (vedi QualEnergia.it, Bonus mobili ed elettrodomestici: quando si può chiedere? La guida per il 2017).

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