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Come cambierà la “mappa” dell’eolico con il surriscaldamento globale

Mercoledì, 13 Dicembre 2017
Redazione QualEnergia.it
Uno studio americano prevede un incremento del potenziale eolico nell’emisfero meridionale, a scapito di quello settentrionale, come conseguenza dei mutamenti climatici su scala planetaria. Le tendenze future secondo i modelli elaborati dall’università di Colorado Boulder.
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I cambiamenti climatici potrebbero condizionare in modo consistente il rendimento futuro dei parchi eolici, perché farebbero aumentare la produzione energetica degli impianti in alcune regioni, al contrario di quanto accadrebbe in altre aree del mondo.

A questa conclusione è giunto un recente studio dell’università di Colorado Boulder, pubblicato su Nature Geoscience (vedi qui l’estratto). I ricercatori, per la prima volta, hanno cercato di stimare l’impatto del surriscaldamento globale sulle prestazioni delle pale eoliche in differenti zone del nostro Pianeta.

Che cosa succederebbe, si sono chiesti gli scienziati, se le emissioni di CO2 nell’atmosfera saranno sempre più elevate, con un incremento delle temperature medie terrestri di alcuni gradi? Ci sarebbero delle conseguenze per l’efficienza delle fonti rinnovabili, dell’eolico in particolare?

I ricercatori dell’università americana hanno ripreso i modelli climatici elaborati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), combinandoli con la “power curve” (curva di potenza) utilizzata dall’industria eolica per stimare il potenziale della risorsa-vento.

In sintesi, il gruppo di ricerca ha creato diversi scenari basati su molteplici dati: temperature, umidità, concentrazione della CO2, densità dell’aria, circolazione dei venti e così via.

Come spiega Kris Karnauskas, l’autore principale dello studio, il potenziale eolico potrebbe diminuire nell’emisfero settentrionale, aumentando invece nell’emisfero meridionale e nella fascia tropicale, come riassume la mappa sotto (le zone rosse identificano un incremento del potenziale, quelle blu una riduzione).

Quindi, in sostanza, negli Stati Uniti, in Giappone e nell’Asia centrale, ad esempio, tra il 2050 e il 2100 molto probabilmente il vento soffierà con minore intensità rispetto a oggi.

All’opposto, ci sarebbero paesi, tra cui l’Australia, il Brasile e il Sudafrica, dove le turbine eoliche potrebbero generare molta più energia in confronto ai decenni passati.

Questi cambiamenti, chiarisce Karnauskas in una nota diffusa dall’università USA, saranno causati da un mix di fattori, ad esempio il surriscaldamento del Polo Nord ridurrà la differenza tra le temperature dell’Artico e quelle delle zone più temperate, contribuendo così a rallentare la velocità dei venti alle medie latitudini settentrionali.

Nell’emisfero meridionale, invece, poiché la terraferma si scalderà molto più rapidamente degli oceani circostanti, i venti diventeranno più forti e costanti grazie alla maggiore diversità di temperature.

L’Europa, secondo Karnauskas, rimane un grande punto interrogativo. “Non abbiamo idea di cosa accadrà”, afferma il ricercatore. Il motivo di tanta incertezza dipende dai conflitti tra diversi modelli climatici: alcuni prevedono un incremento della potenza eolica, altri invece propendono per una riduzione.

Lo studio, in definitiva, è solo un primo passo, una prima mappa su cui intervenire con strumenti più precisi per approfondire le tendenze future.

D’altronde, evidenziano gli autori del documento, è fondamentale individuare le zone più promettenti in cui installare i parchi eolici, nell’ambito dei mutamenti climatici cui assisteremo nei decenni a venire.

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L'esperienza di Terna sugli accumuli per un sistema elettrico a fonti rinnovabili

Mercoledì, 13 Dicembre 2017
Alessandro Codegoni
Dai sistemi ‘Energy intensive’, per accumulare grandi quantità di energia nei momenti di sovra-produzione eolica, a quelli 'Power intensive' per mantenere costante la frequenza, fino al coordinamento dei piccoli sistemi domestici e delle auto in ricarica. Ne parliamo con Luigi Michi, responsabile strategia e sviluppo di Terna.
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«Se dieci anni fa qualcuno mi avesse detto che il sistema elettrico italiano avrebbe incluso nel prossimo futuro enormi quantità di rinnovabili intermittenti e sistemi di accumulo per renderle programmabili e stabilizzare la rete, avrei pensato che fosse matto. Ora non solo credo che questo sia inevitabile, ma anche che questi temi siano un campo di studio di estremo interesse e in continuo, eccitante sviluppo»

Lo dice l’ingegner Luigi Michi, responsabile strategia e sviluppo di Terna, illustrando a QualEnergia.it i primi risultati del programma di ricerca sugli accumuli ...

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Nucleare Italia, le criticità del Programma Nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi

Mercoledì, 13 Dicembre 2017
Gianni Mattioli e Massimo Scalia
Il Ministero dell’Economia e dell’Ambiente propongono il Programma Nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi e il conseguente Rapporto Ambientale. Ma i documenti su trasparenza e partecipazione, così come sui contenuti sono del tutto insufficienti.

L'articolo è stato pubblicato sul n.4/2017 della rivista QualEnergia

Il Ministero dell’Economia e il Ministero dell’Ambiente propongono, al “giudizio” dei cittadini, il Programma Nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi e il conseguente Rapporto Ambientale.

Ci pare che, per la rilevanza dei problemi da affrontare, sarebbe stato preferibile garantire alla consultazione la forma dell’inchiesta pubblica, con tanto di squilli di tromba, piuttosto che la pubblicazione dei documenti quasi clandestina in piena estate.

Subito colpisce, nella lettura dei testi, la frequente ripetizione dei medesimi concetti in parti diverse che suggerisce la mancanza di un coordinamento su tutta la materia.

Suggerisce anche che questo lavoro sia un diligente collage di contributi dovuti, senza una consapevolezza unitaria dell’importanza dei temi trattati.

Un esempio per tutti si può individuare su come viene affrontata la questione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi, la cui localizzazione – il tema si perde ormai nel tempo – sembra un problema burocratico, piuttosto che uno scottante problema di consenso informato.

Due questioni appaiono subito trattate in modo insufficiente. La prima, riguarda il Programma di ricerca da sviluppare nel quadro del Programma Comune Europeo e, la seconda, la soluzione da dare alla questione dei rifiuti ad alta attività, una volta scartato perché antieconomico l’insediamento di tipo geologico.

Non partecipare al Programma di ricerca sarebbe una scelta profondamente sbagliata da parte del Governo Italiano: danneggerebbe la comunità scientifica italiana, che sarebbe esclusa dai futuri progetti; danneggerebbe la Sogin, che non potrà partecipare direttamente alla produzione delle nuove tecnologie – e ne ha tanto bisogno! – insieme con le altre waste management organization europee e, soprattutto, danneggerebbe il Paese.

Imprecisata resta poi la descrizione del Quadro organizzativo con l’indicazione delle Responsabilità per l’attuazione del Programma (paragrafo 6.1, 8 righe) – manca addirittura un riferimento alla Sogin, che è il “braccio operativo” – e sarebbe apprezzabile che il Quadro legislativo e regolamentare, piuttosto che ridursi all’elenco delle leggi e dei decreti vigenti, fosse presentato nella sua evoluzione storica per coglierne la necessità e la razionalità.

Passando ai veri e propri aspetti di programma, resta non articolata la tempistica del programma di decommissioning e straordinariamente impreciso l’inventario dei rifiuti radioattivi, che dovrebbe rappresentare - è ovvio! - il principale dato di riferimento per la redazione del Programma nazionale, se non altro come base per determinare la dimensione del Deposito Nazionale.

E perciò va evidenziata anche la mancata valutazione delle quantità di rifiuti radioattivi detenuti dalle Forze Armate.

Cruciale appare la questione del combustibile esaurito, in particolare alla luce della scadenza del 2025 con il rientro delle 235 tonnellate inviate in Francia per il ritrattamento: e qui si torna al problema della sistemazione dei rifiuti ad alta attività e, nel provvisorio, alla questione del Deposito Nazionale.

Opaco il Programma per quanto attiene un’effettiva trasparenza e partecipazione, quando tutto ciò potrebbe rappresentare un’occasione importante ed efficace d’informazione e divulgazione scientifica, in particolare sui problemi della radioattività.

Quanto ai costi, superano le valutazioni che riportammo a suo tempo, quando al parce sepulto unimmo la considerazione dei costi del “funerale” del “caro estinto” (QE, n. 3, 2016).

Oggi, per le attuazioni associate al Programma, sono previsti: 6,5 miliardi di euro per il decommissioning degli impianti nucleari e la gestione dei rifiuti presenti in essi; 1,5 miliardi per la realizzazione del Deposito nazionale. E probabilmente sono ancora sottostimati.

Per quanto riguarda il Rapporto Ambientale ci limiteremo a qualche elemento critico ...

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Cogenerazione, attivo il sistema di pagamento pagoPA per le richieste di riconoscimento impianti

Mercoledì, 13 Dicembre 2017
Dal 12 dicembre 2017 le fatture emesse per i corrispettivi inerenti le attività svolte dal GSE per le richieste di riconoscimento degli impianti di cogenerazione dovranno essere pagate esclusivamente mediante il nuovo sistema pubblico pagoPA.

Dal 12 dicembre 2017, le fatture emesse per i corrispettivi inerenti le attività svolte dal GSE per le richieste di riconoscimento degli impianti di cogenerazione (a carico dell’operatore ai sensi del DM 24 dicembre 2014) dovranno essere pagate esclusivamente mediante il nuovo sistema pubblico pagoPA, attraverso le modalità ...

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Efficienza negli edifici pubblici, 3 protocolli di intesa in Liguria

Mercoledì, 13 Dicembre 2017
I tre protocolli approvati dalla Regione Liguria hanno l'obiettivo di rendere la regione efficiente dal punto di vista energetico. Si tratta in particolare di linee guida dei prossimi bandi per l’efficientamento energetico e di linee di indirizzo sull’affidamento dei lavori.

Rendere la Liguria efficiente dal punto di vista energetico, promuovendo buone pratiche ambientalmente sostenibili, che possano anche produrre risparmi agli enti locali, in modo da poter reinvestire eventualmente risorse in servizi ai cittadini.

Questo l’obiettivo dei tre protocolli presentati dalla Regione Liguria per l’efficientamento energetico degli edifici pubblici e per la promozione della green economy.

I protocolli  sono ...

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L’incidente in Austria e il “nodo” del Tap: l’Italia del gas è al sicuro?

Martedì, 12 Dicembre 2017
Luca Re e Giulio Meneghello
Con il momentaneo stop del flusso di gas naturale dalla Russia, a causa dell’esplosione nell’impianto di Baumgarten, tornano alla ribalta i dubbi sulla sicurezza degli approvvigionamenti italiani di combustibile. Le dichiarazioni del ministro Carlo Calenda, gli esiti dei test europei e le soluzioni da vagliare.
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L’incidente avvenuto qualche ora fa nel nodo austriaco del gas di Baumgarten, con un’esplosione seguita da un incendio (per ora mancano notizie più precise sulle cause: il bilancio è di un morto e diversi feriti tra gli addetti dell’impianto) ha ripresentato tutti gli interrogativi sulla “tenuta” del sistema energetico italiano, emersi da una settimana a questa parte.

Il freddo intenso, la domanda di gas in aumento e la parziale indisponibilità del combustibile assicurato dal Tenp-Transitgas, per lavori di manutenzione sul tratto tedesco, sono i fattori che hanno spinto il ministero dello Sviluppo economico a dichiarare, già nei giorni scorsi, lo stato di pre-allarme.

Nelle note diffuse in queste ore da Snam e dal MiSE, si legge che l’importazione di gas dalla Russia attraverso il centro di Baumgarten è stata temporaneamente interrotta e che le condizioni di sicurezza per il nostro paese sono garantite dagli stoccaggi nazionali.

N.B. aggiornamento alle ore 21 il CEO di Snam, Marco Alverà, ha reso noto che "in base alle informazioni disponibili le tre linee del TAG (Trans Austria Gasleitung), il gasdotto che porta il gas russo in Italia, non sono state impattate e ci aspettiamo il riavvio dei flussi per la mezzanotte di oggi", ricordando che "il sistema gas italiano è tra i più sicuri al mondo grazie alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento, all'ampia disponibilità di stoccaggio e ai piani di emergenza elaborati dal MISE, molto apprezzati in Europa".

Il ministero intanto ha dichiarato lo stato di emergenza, come aveva annunciato Carlo Calenda nel suo primo commento sull’incidente in Austria: “Questo vuol dire che abbiamo un problema serio di forniture, con una grande concentrazione dalla Russia. Il gasdotto Tap serve a questo: se avessimo il Tap non dovremmo dichiarare, come faremo oggi, lo stato di emergenza”.

La necessità di costruire nuove infrastrutture per l’approvvigionamento di gas, in particolare della Trans Adriatic Pipeline che trasporterà il combustibile dall’Azerbaijan direttamente in Italia, è stata ripetuta durante la presentazione, a metà novembre, della Strategia energetica nazionale (vedi QualEnergia.it).

Che le forniture italiane di gas siano Russia-dipendenti non è certo una novità: logico, quindi, che Calenda, dopo l’incidente austriaco, abbia affermato che è indispensabile e urgente variare le rotte d’importazione, anche attraverso il Tap.

Ma quanto serio è il problema? Quanto dureranno gli stoccaggi?   "La sicurezza del sistema italiano è  garantita", ha rassicurato subito Snam . "Allo stato attuale – ci ricorda Davide Tabarelli di Nomisma Energia, sentito da QualEnergia.it – grazie ai passati investimenti Eni abbiamo uno degli stoccaggi più abbondanti in Europa".

“Considerando che dalla Russia importiamo circa 100 milioni di metri cubi al giorno (nei periodi invernali, ndr) e che oltre che della disponibilità, si deve tener conto anche del fattore della pressione dei gasdotti, fino a 15 giorni di interruzione non dovremo avere problemi. Oltre questo periodo il piano di emergenza prevede razionamenti a partire dai clienti industriali e dal termoelettrico, mentre i domestici sarebbero toccati solo in caso di estrema necessità”, spiega l'esperto."

Quanto ai prezzi, spiega Tabarelli, “ricordiamo che già il preallarme lanciato nei giorni scorsi dal Governo li aveva fatti salire, portandoli da 18 a circa 22 euro a MWh, questa sera dopo qualche punta fino a 70 euro però i valori sembrano già essere rientrati, sui 23-23 euro”.

Certo la velocità con cui la crisi si risolverà sarà determinate per capire l'evoluzione dei valori, anche sul mercato elettrico, per il quale si prevedevano comunque aumenti.

Oggi sull' MGP della Borsa elettrica il PUN ha toccato il record 110 euro MWh: secondo Tabarelli un eventuale prolungarsi dei problemi di fornitura del gas potrebbero spingere l'aumento delle bollette oltre il 2-3% comunque previsto per il prossimo trimestre, mentre a livello di parco di generazione la situazione potrebbe ridare fiato al carbone, come già accaduto l'anno scorso con il fermo del parco nucleare francese.

Tornando alla questione sicurezza e Tap, il prof. Luigi De Paoli, docente di economia dell’energia presso l’Università Bocconi, sentito da QualEnergia.it, pur non entrando nel merito delle dichiarazioni di Calenda, fa notare, per prima cosa, che l’Italia ha passato i test di sicurezza europei.

In sintesi (vedi l’articolo di QualEnergia.it sui diversi scenari di rischio), in caso di parziali o totali interruzioni, anche prolungate, del flusso di gas dalla Russia o da un altro paese fornitore, non ci sarebbero particolari problemi per la rete nazionale, che potrebbe contare sugli stoccaggi e su altre misure previste dai piani di emergenza, tra cui la riduzione dei prelievi dei clienti industriali, il minore utilizzo di tale risorsa per la generazione elettrica e così via.

Inoltre, osserva De Paoli, un conto è far arrivare più gas in una determinata zona del nostro paese, in Puglia nel caso specifico di Tap, un altro è riuscire a sfruttare quel gas aggiuntivo nelle regioni settentrionali, nell’eventualità di un incidente come quello austriaco, perché andrebbe potenziata la capacità di trasporto e distribuzione sulla dorsale adriatica.

A ben vedere, quindi, per rispondere alla domanda che ci eravamo posti qualche mese fa (QualEnergia.it, Ma almeno ci serve il gasdotto Tap?), bisogna inquadrare il discorso in un contesto ben più ampio di quello evocato da Calenda, collegato allo sviluppo delle rinnovabili, dell’efficienza energetica, della prevista produzione nazionale di bio-metano e altri fattori (ad esempio il mercato del GNL).

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Trienergia, inaugurata la prima linea produttiva di moduli FV con tecnologia MWT back-contact

Martedì, 12 Dicembre 2017
News dalle Aziende
Nel fabbrica di Bondeno di Gonzaga (MN) si prevede per il 2018 una capacità produttiva di 24,28 MWp di moduli monocristallini fotovoltaici innovativi ad alta efficienza.

Giovedì 7 dicembre è stata inaugurata la prima linea di produzione di moduli fotovoltaici innovativi ad alta efficienza Trienergia.

Trienergia può contare su un'esperienza decennale nell’ambito delle energie rinnovabili e, grazie a questo background consolidato, si presenta come nuovo produttore affidabile e innovativo, con una gamma di prodotti fotovoltaici all’avanguardia che danno risposta alle esigenze tecniche e di design richieste oggi sul mercato. 

Il taglio del nastro è stato preceduto dagli interventi dell’AD Giulio Arletti e del responsabile amministrativo Stefano Costa, che hanno illustrato il percorso fatto fino ad oggi per rendere operativa la linea di produzione per moduli monocristallini (MWT) con tecnologia back-contact (disponibili nei modelli da 21, 42 e 60 celle).

Il sito produttivo si trova a Bondeno di Gonzaga, in provincia di Mantova, e per il 2018 è prevista una capacità produttiva di 24,28 MWp, 

La tecnologia MWT Back-contact offre la massima efficienza (fino al 20% di efficienza del modulo) e una maggiore affidabilità rispetto alla tecnologia delle celle standard (mono o poli) grazie all'eliminazione dei punti di saldatura (ribbon-less technology).

I moduli sono esteticamente perfetti e Full Black (celle nere, back-sheet e frame). Sono realizzati anche modelli triangolari e rettangolari (Trienergia System) che consentono fino al 50% in più di potenza installata su tetti a falda triangolare.

Per informazioni: trienergia.com

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Elettrodomestici, quali consumano di più e quanto si risparmia scegliendo i più efficienti

Martedì, 12 Dicembre 2017
Redazione QualEnergia.it
Quanta elettricità assorbe in un anno una lavatrice? E un phon o un televisore? E, per quegli elettrodomestici dotati di etichetta energetica, quanto si riesce a risparmiare sulla bolletta elettrica sostituendone uno poco efficiente con uno in classe A o A+++? Vediamo qualche dato.
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Secondo le stime dell'Autorità per l'energia, una famiglia di quattro persone che in casa abbia frigorifero, lavatrice, forno, condizionatore, scaldabagno elettrico, lavastoviglie e condizionatore consuma ogni anno oltre 5.400 kWh, con una bolletta elettrica di circa 1.090 euro l'anno (secondo l'offerta regolata della maggior tutela e al momento in cui scriviamo, quarto trimestre 2017).

Se invece la stessa famiglia non ha lavastoviglie, boiler elettrico e climatizzatore, i suoi consumi scendono a 3.990 kWh l'anno, per una spesa di circa 805 euro.

Ma quali sono gli elettrodomestici che pesano di più sulla bolletta e quanto si può risparmiare scegliendo quelli più efficienti?

Per rispondere a queste domande, abbiamo preso qualche numero dalla documentazione tecnica dei regolamenti europei sull'etichetta energetica e, per i dispositivi privi di energy label europea, abbiamo fatto qualche calcolo a partire dall'assorbimento, incrociando poi i dati sui consumi con il costo del kWh e ipotizzando quello che può essere l'uso medio che si fa dei vari apparecchi.

Iniziamo con la prima risposta, mettendo i diversi elettrodomestici in ordine di consumo complessivo e di costo in bolletta (stimando un prezzo a 0,20 euro/kWh), e, per quelli che hanno l'etichetta energetica europea, ipotizzando che siano in una classe “media” come la A “semplice” (per vari tipo di apparecchi si arriva fino alla A+++, la classe con i consumi più contenuti).

L'elettrodomestico più energivoro, è emerso, è la lava-asciuga meno diffusa della ordinaria lavatrice. Una da 6 kg in classe A, usata per 220 lavaggi/anno e relative asciugature, consuma (secondo i tecnici Ue) 816 kWh l'anno. Dunque ci costerebbe circa 163 euro all'anno.

In seconda posizione (ma molto dipende ovviamente da quanto la si usa) abbiamo la lavastoviglie. Una da 13 coperti in classe A, usata 10 volte a settimana, assorbe (sempre secondo le stime Ue) circa 618 kWh all'anno: ci farà spendere circa 123 euro.

Altro apparecchio che consuma molto è l'asciugatrice: una da 6 kg in classe A, usata per 220 asciugature/anno in condizioni miste, consuma 382 kWh l'anno, dunque ci costerebbe circa 76 euro all'anno.

Meno energivoro, contando che praticamente ogni famiglia lo tiene sempre acceso, è il frigorifero: uno con congelatore da 300 litri, in classe A, consuma 344 kWh l'anno: in bolletta pesa dunque poco meno di 69 euro.

Chi ha il climatizzatore sappia che un condizionatore in classe A mono-split da circa 12000 BTU/h, una potenza termica sufficiente a raffreddare un ambiente di circa 35-40 metri quadri, per un utilizzo di 350 h/anno, consuma circa 240 kWh all'anno. Incide dunque sulla bolletta per 48 euro (ma qui la stima, fatta dai tecnici europei, è indicativa, dato che tantissimo dipende dal clima e dall'uso che si fa del raffrescamento).

Venendo alla lavatrice, una da 6 kg in classe A, se si fanno 220 lavaggi/anno in condizioni miste, consuma 227 kWh l'anno, dunque ci costerebbe circa 45 euro all'anno.

Un forno da 50 litri in classe A, usato 3 volte a settimana, consuma circa 126 kWh all'anno e ci farà spendere circa 25 euro all'anno.

Per quel che riguarda il televisore, uno da 40 pollici in classe A, usato 4 ore al giorno ogni giorno consuma 98 kWh all'anno, per una spesa di poco meno di 20 euro. I consumi aumentano ovviamente in proporzione alla grandezza dello schermo: uno da 60 pollici consuma circa il quintuplo rispetto a uno da 24.

Un computer portatile che assorba 130 W usato 2 ore al giorno per 300 giorni l'anno, premettendo che i consumi precisi dipendono da molte variabili e sono difficili da calcolare con precisione, consumando 78 kWh/anno circa ci costerà circa 16 euro l'anno.

Un ferro da stiro con assorbimento massimo di 1.100 W, ipotizzando di usarlo alla massima potenza per un'ora a settimana, in un anno consumerà invece circa 57 kWh, per circa 11,4 euro.

Un'aspirapolvere in classe A (usato circa una volta a settimana in una casa da circa 90 metri quadri) consuma circa 28 kWh all'anno: una spesa di circa 5,6 euro.

Infine, un asciugacapelli con assorbimento massimo 1.500 W, ipotizzando di usarlo alla massima potenza per sette minuti due volte a settimana, in un anno userà circa 19 kWh, per un costo di poco meno di 4 euro.

Visto quali sono in linea di massima i consumi dei vari tipi di elettrodomestici, quanto si può risparmiare scegliendo quelli più efficienti?

Anche a questa domanda possiamo rispondere grazie alle regole europee sull'etichetta energetica (dalla cui documentazione sono tratte le elaborazioni grafiche qui sotto).

La scala delle etichette (che cambierà dal 2019) è nota: la A+++ è la classe con efficienza migliore. Le etichette anteriori al 2010 prevedevano in origine tutte una scala dalla A alla G, ma, con la messa in commercio di apparecchi più efficienti, sono state progressivamente estese con nuove classi A+, A++ e A+++.

Vediamo qualche conto per gli elettrodomestici più diffusi:

Per il citato frigo da 300 litri, sostituire un apparecchio tra i più inefficienti, in classe F, con uno tra quelli con le performance migliori, classe A+++, fa risparmiare in bolletta circa 153 euro l'anno. Scegliere la classe A+++ rispetto alla A semplice invece dà un beneficio di circa 35 euro all'anno.

Per la lavatrice (sempre considerando un modello da 6 kg e 220 lavaggi/anno), come si vede sotto, la classe A+++ ci farebbe risparmiare 24 euro in bolletta all'anno rispetto alla C e circa 12 euro all'anno rispetto alla A.

Infine per una una lavastoviglie (tabella), i 123 euro/anno che stimavamo per una classe A si ridurrebbero a 87 euro con una classe A+++ e salirebbero invece a 156 con una classe C, la meno efficiente per questi elettrodomestici.

Sia per lavatrici e lavastoviglie, per altro, i consumi si possono ridurre di netto adottando apparecchi bi-termici, cioè che prendono l'acqua calda dalla caldaia o dal solare termico o adattatori appositi che permettono di fare la stessa cosa con apparecchi "normali" (QualEnergia.it Lavatrici e lavastoviglie bitermiche: come funzionano, quanto costano, quanto si risparmia).

(Qui le altre tabelle per forni, televisori, condizionatori, lava-asciuga.)

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Batterie al litio, l’evoluzione dei prezzi nel 2017: -24% in un anno

Martedì, 12 Dicembre 2017
Redazione QualEnergia.it
Il prezzo medio degli accumulatori per auto elettriche si attesta intorno a 209 $/kWh secondo Bloomberg New Energy Finance, segnando un -24% rispetto al 2016. Però le vendite di veicoli elettrici non decollano per una serie di ragioni, tra cui la mancanza di colonnine di ricarica.
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Perché l’auto elettrica stenta ancora a diffondersi sulle strade di tutto il mondo?

È la domanda che si pone Bloomberg New Energy Finance (BNEF) commentando i suoi ultimi dati  sui prezzi delle batterie al litio per i veicoli a zero emissioni.

Gli accumulatori costano sempre meno, come chiarisce il grafico sotto, perché siamo arrivati a una media di 209 $/kWh, stando alle rilevazioni compiute quest’anno da BNEF su oltre 50 produttori.

La discesa dei prezzi è nettissima: -24% rispetto al 2016, circa un quinto del valore che si registrava pochi anni fa (un migliaio di dollari per kWh nel 2010).

Tuttavia, evidenzia ...

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La Cina delle rinnovabili vs carbone spiegata in cinque grafici

Martedì, 12 Dicembre 2017
Redazione QualEnergia.it
Aiutandoci con i documenti della IEA e del governo cinese, vediamo come potrebbe cambiare il mix energetico del colosso asiatico nei prossimi anni. Tecnologie pulite in ascesa, fonti fossili in costante diminuzione, anche se resta difficile ridurre la dipendenza del paese dal carbone.
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È il paese che investe di più al mondo in fonti rinnovabili, che ha la maggiore potenza installata globale sia nel carbone sia nel fotovoltaico, ed è il paese che diventerà il primo importatore di petrolio e gas naturale.

Sono tanti i primati da attribuire, oggi o nel prossimo futuro, alla Cina, nell’ambito di una transizione energetica sempre più rapida, complessa e ricca di contraddizioni, che la IEA (International Energy Agency) di recente ha approfondito nel World Energy Outlook 2017 (vedi anche QualEnergia.it).

Il governo di Pechino, su questo non ci sono dubbi, continuerà a influenzare in modo profondo l’evoluzione del mix delle risorse utilizzate nel nostro Pianeta per produrre energia.

Vediamo allora, con l’aiuto di qualche grafico (documento completo di sintesi allegato in basso) l’andamento del mercato cinese delle rinnovabili vs combustibili fossili nelle previsioni della IEA.

La Cina, come chiarisce il grafico sulla potenza netta installata in media ogni anno nelle diverse fonti di generazione, sta cercando e cercherà sempre più di ridurre progressivamente la sua dipendenza dal carbone nel settore elettrico, grazie al boom delle rinnovabili.

Le due “torte” sotto, quindi, mostrano come dovrebbe cambiare il mix elettrico dal 2016 al 2040 nello scenario New Policies della IEA. Il peso del carbone dovrebbe scendere dal 58% al 32% della potenza installata complessiva.

Nella tabella seguente, tratta invece dal documento ufficiale sulla politica energetica cinese (China Renewable Energy Outlook 2017, allegato in basso), vediamo gli obiettivi per le rinnovabili al 2020. Quelli fissati dal tredicesimo piano quinquennale, nel 2015, sono già considerati “conservativi” sulla scia dello sviluppo sempre più accelerato delle tecnologie pulite.

Il solare fotovoltaico, in particolare, tra pochi anni potrebbe arrivare a 200 GW di capacità cumulativa nello scenario “Below 2 °C” (vedi anche QualEnergia.it).

Tornando alla IEA, l’agenzia internazionale basata a Parigi ritiene che la Cina diventerà il primo importatore mondiale di petrolio intorno al 2020, anche a causa del notevole incremento delle auto in circolazione.

Molto dipenderà dalla diffusione dei veicoli elettrici: poco più di cento milioni secondo la IEA nel 2040, almeno 400 milioni nel 2050 (80% del totale) secondo il documento governativo.

Il prossimo grafico della IEA, invece, chiarisce il ruolo futuro della Cina in particolare, e dell’Asia in generale, nel ridefinire il commercio globale di gas naturale liquefatto.

Con l’ultima coppia di grafici del China Renewable Energy Outlook 2017, infine, osserviamo la prevista trasformazione delle forniture totali di energia primaria, dove le fonti non-fossili (rinnovabili, nucleare, biomasse) nel 2050 potrebbero valere oltre il 60% del mix nello scenario più avanzato, in linea con il traguardo di limitare il surriscaldamento globale sotto i 2 gradi.

Riuscirà Pechino a decarbonizzare la sua economia rispettando questa tabella di marcia?

Tra gli ostacoli da superare, intanto, la Cina dovrà modernizzare il sistema elettrico per ridurre sprechi e congestioni, che al momento impediscono di sfruttare appieno la produzione variabile degli impianti eolici e solari (Troppo carbone e rinnovabili “tagliate”: tutti i rischi per l’energia in Cina).

Un altro nodo da sciogliere riguarda l’eventuale applicazione di una carbon tax per penalizzare le centrali più inquinanti, oltre alla definizione di regole chiare e lungimiranti per favorire l’elettrificazione dei trasporti, l’efficienza energetica nell’edilizia e l’autoconsumo elettrico.

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