Petrolio e gas in Adriatico, un mare sempre a rischio trivellazioni

Martedì, 13 Marzo 2018
Redazione QualEnergia.it
Il Consiglio di Stato boccia i ricorsi delle Regioni Puglia e Abruzzo e di altri enti locali contro il decreto VIA per due permessi rilasciati dal Ministero dell'Ambiente per la prospezione in Adriatico. L’area interessata è di oltre 30mila kmq, da Rimini a Santa Maria di Leuca. Ora la palla va al MiSE.

Quando si pensa di poter procedere verso una rapida transizione energetica pulita, ecco che, puntuale, ci viene ricordato o da una decisione del nostro governo oppure da alcune sentenze amministrative, che sui nostri mari e sulle nostre coste incombe ancora il "rischio trivelle".

Infatti, la quarta sezione del Consiglio di Stato ha bocciato l’8 marzo in appello le richieste della Regione Puglia e Abruzzo e di numerosi altri Enti contro il decreto VIA relativo a due permessi di prospezione nel mare Adriatico di gas e petrolio rilasciati alla società inglese Spectrum Geo Ltd.

L’area interessata è di oltre 30mila kmq, da Rimini a Santa Maria di Leuca. In particolare i ricorsi erano contro il Ministero dell’Ambiente e la società Spectrum Geo.

Le due Regioni chiedevano l’annullamento del parere di compatibilità ambientale rilasciato dal ministero dell’Ambiente il 26 settembre 2017 che aveva autorizzato i permessi di prospezione.

Nel 2016 era stato respinto dal Tar Lazio il ricorso della Puglia che aveva deciso poi di ricorrere in appello. A questo appello si era agganciata anche la Regione Abruzzo.

Il Consiglio di Stato nella sentenza ha spiegato che “l’istruttoria svolta dai Ministeri appellati appare nel complesso completa, articolata e rispettosa dell’iter normativo nella sua interezza, così come dagli atti impugnati emerge che la Commissione tecnica abbia sempre motivato in maniera sufficiente ed idonea in relazione alle criticità rappresentate nelle osservazioni rese dai soggetti interessati”. Anche l'obiezione sul mancato coinvolgimento nell’iter decisionale, lamentato dalle Regioni, è stata considerata non fondata.

I permessi oggetto della battaglia legale risalgono al 26 gennaio 2011 e sono relativi a due ampie aree: una che va da Rimini a Termoli (13.700 kmq) e un’altra da Rodi Garganico a Santa Cesarea Terme (16.210 kmq). Quest’area doveva essere più vasta, ma con il limite della 12 miglia dalla costa posto nel 2016 si è leggermente ridotta.

Va ricordato che la legge 625 del 1996 prevede che le aree per il permesso di ricerca devono essere al massimo di 750 kmq. Ma il Tar in questo caso aveva ritenuto di considerare questo limite non applicabile perché le istanze della società erano non di ricerca ma di prospezione, quindi secondo il giudice amministrativo meno invasive e inquinanti.

Consideriamo però che ora, dopo la sentenza del Consiglio di Stato, potrebbero essere usata l'air gun. Questa tecnica consiste nello sparare aria compressa che provoca onde sismiche sottomarine, rilevando il ritorno delle quali si capisce se nel sottosuolo esistono o meno sacche di idrocarburi. Ci sono prove inconfutabili che l’air gun causi danni molto gravi alla fauna ittica, soprattutto ai cetacei.

In tutto l’Adriatico, fino alla Calabria, sono diverse le richieste di prospezione e ricerca, spesso per aree contigue, concesse dal Ministero dell’Ambiente a diverse società italiane ed estere (Global Med, Northern Petroleum, Global Petroleum, Petroleum Geoservice  e Spectrum Geo), tanto che alcuni enti locali pensano di rivolgersi alla Corte di Giustizia europea.

Legambiente lo scorso anno aveva chiesto una legge nazionale contro l'airgun, oltre un Piano delle Aree per le attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi da sottoporre a valutazione ambientale strategica anche per avere un quadro più preciso degli effetti cumulativi delle attività petrolifere in corso.

Ora il Ministero dello Sviluppo economico dovrà adottare i due permessi di ricerca, dopo una relazione tecnica aggiuntiva. Vediamo quale saranno le sue mosse.

Ma questi continui ricorsi e sentenze non porteranno lontano. Bisognerebbe vietare definitivamente questa opzione di ricerca dei fossili nei nostri mari, se vogliamo procedere spediti verso una vera decarbonizzazione del paese.

Come dice il costituzionalista Enzo Di Salvatore, che aveva promosso il Referendum No Triv e numerosi ricorsi contro lo Sblocca Italia, “la battaglia contro le trivelle non si vince unicamente impegnandosi fino allo sfinimento nelle aule dei tribunali, armati di codici e studiando ogni utile strategia giudiziaria. Occorre un cambio di passo di cui la classe dirigente di questo Paese non si è mostrata finora minimamente capace”.

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