Ondate di calore e siccità, quei segnali climatici che è pericoloso ignorare

Lunedì, 19 Giugno 2017
Redazione QualEnergia.it
Climate Signals evidenzia che il surriscaldamento sta amplificando frequenza e intensità degli eventi estremi, tra cui le “heat waves”, che a loro volta moltiplicano i rischi di incendi come quello che ha devastato il Portogallo. Molte preoccupazioni anche per l'Italia e il Mediterraneo.
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Dall’incendio che ha devastato i boschi nel cuore del Portogallo, uccidendo decine di persone (il bilancio delle vittime è ancora provvisorio), alla siccità che sta colpendo l’Italia da diverse settimane, si stanno moltiplicando i segnali climatici del surriscaldamento globale.

L’estate “vera” non è ancora iniziata (da mercoledì 21 giugno a rigore di calendario), ma le alte temperature, l’afa, i rischi di nuovi incendi, le preoccupazioni sull’abbassamento delle riserve idriche, sono tutti argomenti ampiamente dibattuti nella seconda primavera più calda di sempre: +1,9 gradi centigradi rispetto alla media del periodo 1971-2000 secondo gli scienziati del CNR, con precipitazioni in rilevante calo.

Come evidenzia Climate Signals, il progetto informativo scientifico promosso dall’organizzazione no-profit americana Climate Nexus, il surriscaldamento terrestre sta amplificando la frequenza, durata e intensità delle ondate di calore e di altri eventi estremi come alluvioni e inaridimento dei suoli.

Certo, talvolta è difficile dimostrare il nesso tra singoli eventi catastrofici e responsabilità dell’uomo, ma osservando l’evoluzione del clima su scala mondiale e per parecchi decenni, emergono delle macro-tendenze inequivocabili. Ad esempio, fa notare Climate Signals, un recente rapporto indicava che la stragrande maggioranza (85% circa) delle ondate di calore degli ultimi anni è attribuibile ai cambiamenti climatici.

Da diversi mesi, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera misurata dall’osservatorio di Mauna Loa nelle Hawaii ha superato stabilmente la soglia di 400 parti per milione, facendo entrare il nostro pianeta in una nuova era climatica, che si ritiene il frutto dell’incremento pluridecennale delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica, dovute perlopiù all’utilizzo di combustibili fossili.

L’impatto diretto delle emissioni di gas-serra non è l’unica variabile in gioco, spiega però Climate Signals citando nuovi studi in questo campo: altri cambiamenti, ad esempio l’aumento delle temperature delle superfici marine e la riduzione dei ghiacci, contribuiscono in buona parte a spiegare le anomalie del clima, il cui numero sta aumentando notevolmente in confronto al passato.

Sono i cosiddetti “feedback positivi”: in sintesi, significa che la concentrazione di CO2 nell’atmosfera innesca il global warming, poi però la maggiore evaporazione degli oceani satura l’aria di vapore acqueo che a sua volta tende a riscaldare ulteriormente, così come il maggiore assorbimento di luce solare diretta in superficie, per via dello scioglimento di nevi e ghiacci che invece riflettono la radiazione solare a onde corte.

Il Mediterraneo, l’Italia in particolare, è un osservato speciale dei climatologi, perché considerato un “hotspot” dove accadranno le conseguenze più negative dei cambiamenti climatici: non solo ondate di calore e scarse precipitazioni estive, ma anche desertificazione di vaste aree, scioglimento dei ghiacciai alpini, incendi e così via (articolo di QualEnergia.it sui danni del clima nel nostro paese).

Quantificare i possibili danni del surriscaldamento globale è impresa tutt’altro che semplice. Nel breve termine, la paura più grande è che possa ripetersi l’estate torrida del 2003, con il suo corollario di costi sanitari e ambientali che erano stati stimati in oltre 10 miliardi di euro in tutta Europa.

Da alcuni anni, economisti del calibro di Nicholas Stern - lo stesso che di recente con Joseph Stiglitz ha proposto una carbon tax globale per “forzare” l’abbandono delle fonti fossili - hanno provato a calcolare quali sarebbero i costi per combattere con successo i cambiamenti climatici.

Stern proponeva di destinare l’1-2% del PIL globale alle tecnologie pulite per de-carbonizzare il sistema energetico; a prescindere dalle cifre suggerite, sempre nell’ordine di migliaia di miliardi di $ (vedi anche QualEnergia.it con gli scenari della IEA), due punti sono chiari: il primo è che è possibile investire in efficienza energetica e fonti rinnovabili, ed è conveniente farlo.

Difatti, incorporando gli extra costi delle fonti fossili (le cosiddette esternalità negative, ad esempio i costi delle bonifiche ambientali) nei valori medi LCOE (Levelized Cost of Electricity) il confronto tra tecnologie differenti di generazione elettrica è tutto a vantaggio delle rinnovabili.

Il secondo punto è che più ritarderemo gli investimenti in green economy, più la transizione verso l’economia verde sarà onerosa, perché dovremo spendere somme molto più ingenti per riparare i danni degli eventi climatici estremi.

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