Geotermia italiana, l'impresa di estrarre calore dal suolo

Mercoledì, 12 Dicembre 2012
Alessandro Codegoni
La geotermia a media e alta entalpia fatica a trovare attori, oltre l’Enel, per gli ingenti costi e la richiesta di elevate competenze. Ma esiste un interessante spazio per altri operatori per lo sfruttamento di fluidi non particolarmente caldi e per il teleriscaldamento delle città. Ne parliamo con Sergio Chiacchella, direttore generale CoSviG.

Chi si aspettava che la liberalizzazione del settore della geotermia, avvenuta nel 2010, avrebbe portato a un'esplosione di impianti piccoli e grandi, moltiplicando la potenza ferma da tempo intorno agli 800 MW, è rimasto deluso: anche se Enel non ha più il monopolio del settore, per ora nessuna nuova centrale si è aggiunta. Le ragioni ce le spiega Sergio Chiacchella, direttore generale del CoSviG, consorzio per lo sviluppo delle aree geotermiche, che associa 21 enti locali toscani, fra cui la quasi totalità dei Comuni dell'area geotermica toscana. Questi enti, che da anni vedono sfruttare da altri le loro risorse sotterranee, sono decisi ora a produrre in proprio energia dalla terra.

«In realtà - dice Chiacchella - il Co.Svi.G. nasce per altri scopi: promuovere lo sviluppo socioeconomico del territorio anche attraverso l’utilizzazione delle compensazioni che Enel versa ai Comuni su cui insistono le concessioni geotermiche». Non sono certo pochi spiccioli: sedici milioni di euro annui, da distribuire fra una manciata di piccoli Comuni, che vengono utilizzati in infrastrutture, promozione turistica, riqualificazione dei centri storici, recuperi ambientali, interventi sull’efficienza energetica e sulle rinnovabili.

«Abbiamo anche aperto due centri di ricerca con l’Università di Pisa e la Scuola Superiore S. Anna, che si occupano uno di geotermia e l’altro delle altre rinnovabili. E adesso, per entrare nell’attività geotermica, abbiamo chiesto due permessi di ricerca nei territori di Radicondoli e Montecatini val di Cecina». Oltre alle loro, dal 2010 ci sono state almeno 110 richieste di permessi di ricerca geotermica in tutta Italia, delle quali ben 54 riguardano la Toscana. Evidentemente si vuole andare sul sicuro, restando nell’area storica della geotermia italiana.

«Cosa logica, perché a differenza del settore eolico o fotovoltaico, dove una volta stimati vento o insolazione annua si è praticamente certi del risultato, la geotermia delle alte e medie entalpie, quella utile per la produzione elettrica, è impresa adatta solo a chi ha grandi competenze e spalle finanziarie larghe. Basti pensare che completare la richiesta dei permessi di ricerca può costare da sola circa 50mila euro, fra spese burocratiche e consulenze di professionisti», ci dice Chiacchella. «Per la ricerca vera e propria, dalle indagini di superficie fino a quelle geofisiche del sottosuolo, sono necessari investimenti fino a 1 milione di euro per chilometro quadrato. Ma neanche questo assicura il risultato: quanto fluido geotermico ci sia, a che temperatura e di che tipo, lo si sa solo scavando pozzi profondi fino a 3-4 chilometri, al costo di 1.000 euro al metro. Storicamente circa un terzo delle volte il pozzo risulta ”secco” e l’investimento è perso. Ma anche se il pozzo risulta produttivo, per sfruttarlo servono ulteriori ingenti capitali, e competenze tecniche molto speciali. Aggiungiamoci che spesso chi tenta queste imprese non viene accolto con fiori e baci, ma dai comitati “No trivelle”, e capirete perché, dopo l’ubriacatura iniziale, molti “trivellatori” improvvisati si sono ritirati o sono in difficoltà».

Alla fine, forse, resteranno in campo solo i grandi player, come la stessa Enel che, svegliata dalla liberalizzazione, ha chiesto concessioni a tappeto, o Magma, società controllata dalla canadese Alterra, che ha impianti in varie parti del mondo. Ma anche CoSviG resiste. «Ben conoscendo questi problemi, ci siamo associati con GeoEnergy, un’impresa con esperienza del settore geotermico, e con loro stiamo valutando, se la ricerca darà buoni frutti, l’installazione nelle nostre concessioni di impianti a ciclo binario, per lo sfruttamento di fluidi non abbastanza caldi da poter essere mandati direttamente in turbina».

Le tecniche binarie usano liquidi che bollono a temperature più basse dell’acqua, riscaldati dai fluidi geotermici. I rendimenti sono minori, ma le possibilità di sfruttamento del calore sotterraneo aumentano esponenzialmente. Enel sta già usando in Nevada queste tecnologie, ma non le ha mai impiegate in Italia. Fra l’altro i sistemi binari, essendo sperimentali, possono usufruire anche di un incentivo molto più alto di quelli tradizionali (200 euro/MWh contro circa 120), e inoltre, reiniettando nel sottosuolo tutti i liquidi e i gas, annullano quasi l’impatto ambientale.

«Ma resta l’impatto visivo, per esempio per le torri di raffreddamento, ed essendo in genere impianti di potenza limitata a pochi MW, per raggiungere produzioni importanti ne servono a decine», spiega il direttore generale del CoSviG. Ma forse il settore geotermico diventerebbe più vivace se si evitasse di pensare a esso come solo a una fonte elettrica. Le possibilità delle sue applicazioni termiche sono enormemente più grandi e tecnologicamente molto più semplici.

«In un paese come l’Italia, si potrebbe soddisfare la necessità di riscaldamento di gran parte delle città usando, direttamente o con pompe di calore, i fluidi caldi sotterranei. La nostra industria produce già tutti i sistemi tecnici necessari ma, paradossalmente, ne deve esportare l’80% per la scarsa richiesta nazionale. Una vera follia».

CoSviG si occupa anche di questo settore, avendo contribuito alla realizzazione degli impianti di teleriscaldamento dei Paesi dell’area geotermica, e ora sta valutando i primi impianti al di fuori di quell'area, a Massa Marittima e Volterra, che utilizzeranno acque calde sotterranee locali, già individuate dai geologi. In quelle aree il calore dalla terra alimenta anche serre, aziende agricole e caseifici.

«Questi produttori alimentari - conclude Chiacchella - unendosi a loro colleghi che usano fotovoltaico, eolico e biomassa, hanno costituito la Comunità del cibo a energie rinnovabili, che fornisce ottime specialità locali, realizzate con basse o nulle emissioni di CO2». Un’ottima idea, questa del marchio “Prodotto a energie rinnovabili”, che potrebbe essere ripresa a livello nazionale o europeo, per promuovere i prodotti agricoli, artigianali o industriali di chi ha deciso di rendere i propri cicli più sostenibili usando sole, vento o, appunto, energia della terra.