Banche, poca trasparenza sulle attività finanziarie che aumentano le emissioni

Venerdì, 1 Giugno 2018
Redazione QualEnergia.it
Uno studio di World Resources Institute su 35 grandi banche spiega come queste forniscano ancora una valutazione incompleta e limitata, in termini di emissioni, sui progetti finanziati. Trascurate le informazioni e misurazioni sui finanziamenti e prestiti ai “progetti fossili”.
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Le banche hanno un ruolo determinante nella transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio.

Solo da poco tempo la finanza sta capendo che bisognerà spostare ingenti capitali da aziende e progetti che sono causa di emissioni di gas serra. Ma definire quanto e come è stato fatto finora dagli istituti di credito in questa direzione risulta ancora molto complicato.

Uno studio di WRI (World Resources Institute) su 35 grandi banche commerciali e di sviluppo (allegato in basso) ha riscontrato come queste non siano realmente ancora in grado di spiegare correttamente i loro effettivi progressi riguardo al sostegno di progetti pro-clima.

Le banche stanno entrando in questo business e sono interessate a trarne vantaggi, finanziando i nuovi e sempre più ingenti investimenti nelle fonti rinnovabili e nella cosiddetta green economy, spinte anche dagli obiettivi climatici internazionali, ma soprattutto dai rischi sul sistema finanziario che potranno essere provocati proprio da questo recente cambio di prospettiva e dai concreti effetti del global warming sulle società.

Si stima, come ha fatto qualche anno fa l’organizzazione non-profit californiana CERES, che avremo bisogno di investire 1000 miliardi di dollari all’anno in energie pulite fino al 2050 per limitare l’aumento della temperatura globale a 2 gradi.

Il Financial Stability Board, un organismo internazionale che promuove la stabilità finanziaria, ha raccomandato agli istituti finanziari di informare meglio i propri azionisti e clienti sui rischi e le opportunità delle proprie attività con potenziali effetti sui mutamenti climatici. Solo un anno fa questa task force ricordava che il valore degli investimenti divenuti rischiosi a causa dei cambiamenti climatici ammonta a parecchie migliaia di miliardi di dollari.

Anche sulla base di questo pericolo, 16 tra le maggiori banche internazionali, riunite dall’UNEP-FI (Environment Programme Finance Initiative dell’ONU), hanno sviluppato una metodologia per aumentare la consapevolezza degli istituti di credito su come il cambiamento climatico potrebbe impattare il loro business (Qualenergia.it, Cosa devono fare le banche contro i rischi ambientali: le linee guida ONU).

Obiettivo è modificare le loro strategie per contribuire vantaggiosamente alla transizione verso un’economia più sostenibile, coinvolgendo e supportando i loro clienti in questo cambiamento.

Tuttavia, come spiega il rapporto del WRI, misurare i rischi e acquisire maggiore consapevolezza sul problema non è ancora sufficiente.

Gli attuali metodi di misurazione dei rischi finanziari hanno ancora diversi limiti. Ad esempio un conteggio delle emissioni può essere utilizzato per dare informazioni in alcune tipologie di specifici asset, ma accorpando questi dati si potrebbero fornire minori informazioni per settori che non possono essere aggregati in determinati asset, come ad esempio l’efficienza energetica per le abitazioni (kWh per mq) o per i veicoli (km per litri).

Questi metodi di misura usati dalle banche per dimostrare il loro contributo ai cambiamenti climatici non sono però diffusamente adottati quando devono essere applicati a quei finanziamenti che, al contrario, sono legati ad attività o progetti “problematici” in termini di emissioni.

Pertanto, da questo punto di vista le banche non possono ancora considerarsi trasparenti nelle cosiddette loro “brown activities”, tanto è vero che solitamente istituti finanziari e di credito preferiscono riportare molto più i loro finanziamenti verdi che quelli più basati sui fossili.

Nel grafico si vedano le volte in cui le attività verdi delle banche considerate nello studio vengono citate rispetto a quelle “sporche”. Una differenza enorme e oggi non realistica.

Il fatto che il reporting delle istituzioni finanziarie sia più stimolato ad esporre gli investimenti green nel loro complessivo portafoglio, appunto dimostra che l’informazione rivolta agli stakeholder resta incompleta o limitata.

Nell’esposizione della misurazione sulle attività verdi o fossili delle banche ci sono inoltre altre difficoltà da superare. Come possono essere definite alcune controverse tecnologie in termini di emissioni, come ad esempio le infrastrutture per il gas naturale, gli impianti nucleari, gli impianti CCS, la produzione dei biocarburanti di diverse fonti e tipologie?

Nonostante questa scarsa trasparenza, lo studio WRI considera positivo il fatto che 23 istituzioni finanziarie si sono impegnate almeno a ridurre le loro emissioni secondo i target previsti dall’accordo di Parigi, aderendo all’iniziativa Science Based Targets. Altre 70 società del settore bancario e finanziario, che hanno elaborato nel 2017 il loro Carbon Disclosure Project, intenderebbero impegnarsi per questo target nei prossimi due anni.

Da ricordare poi che Banca Mondiale, ING e AXA hanno già annunciato piani di disinvestimento dalle fonti fossili e la seconda banca spagnola, la BBVA, si impegnata di recente ad investire entro il 2025 circa 100 milioni di euro in “progetti per il clima” e tagliare le sue emissioni del 68% per quella data.

Il punto, fanno notare gli autori dello studio, è che la finanza deve poter affinare tali misurazioni basate su un metodo scientifico e gli strumenti che consentano di stabilire obiettivi e risultati correttamente in linea con gli obiettivi globali.

La Science Based Targets Iniative sta sviluppando anche metodologie e guide per le istituzioni finanziarie per definire il target climatico di investimenti e prestiti presenti nel loro portafoglio secondo gli approcci riconosciuti a livello scientifico.

Il consiglio dato alle banche dallo studio WRI è di approfondire e applicare queste misurazioni fin da subito e di migliorarle nel tempo con l’evolversi dei metodi riconosciuti, senza attendere che tali criteri diventino definitivi e consolidati.

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